Latina è una città confusa, sospesa tra due identità, tra il suo passato da palude e un presente che cerca costantemente di fuggire, di correggere la propria eredità, senza mai liberarsene davvero. È in questo luogo, contemporaneamente uscito dall’immaginario di Sofia Coppola e da quello di Bong Joon-ho, che si muove Massimo Sisti (Elio Germano), proprietario di uno studio dentistico, marito della bellissima Alessandra (Astrid Casali) e padre di due figlie (Federica Pala e Carlotta Gamba). È un uomo qualsiasi: intelligente, sensibile, dedito al lavoro e con un rapporto conflittuale con il padre. Segue le aspettative della società come se fossero un manuale di istruzioni e non parla mai più del necessario. Un giorno come tanti altri, Massimo scende in cantina per prendere una lampadina e da quel momento la sua vita deraglia, iniziando a seguire percorsi inaspettati e contraddittori.

America Latina, la nuova opera dei fratelli D’Innocenzo, è un film che sfugge a qualsiasi categorizzazione di genere. Nei materiali promozionali era stato definito una storia d’amore e un thriller, per loro due elementi strettamente concatenati, ma anche questi termini sarebbero fuorvianti per il pubblico, creando aspettative confusionarie che rischiano di non essere rispettate. America Latina è un film radicalmente diverso dai suoi predecessori, La terra dell’abbastanza e Favolacce, e forse non assomiglia a niente che si sia visto in Italia in tempi recenti. I richiami più evidenti sono a un certo cinema europeo con un sofisticato gusto del grottesco e del mistero, portato avanti da autori come Haneke e Lanthimos.

I fratelli D’Innocenzo abbandonano l’effetto shock che permeava Favolacce per concentrarsi sull’analisi della psiche di un solo individuo, realizzando così un film meno frammentario e dispersivo. L’incredibile fotografia, curata anche in questo film da Paolo Carnera, sembra trovare in ogni scena delle soluzioni originali e sorprendenti e l’attenzione anche alle luci, volte a creare dei leitmotiv cromatici, conferiscono ad America Latina un forte impatto visivo.

Se in Favolacce Elio Germano interpretava un semplice personaggio in una storia corale, in America Latina è il completo protagonista. La cinepresa si sofferma sul suo volto per gran parte del film, spesso riprendendolo da pochissimi centimetri di distanza e permettendo alle sue espressioni di occupare l’intero schermo. Il fotogramma diventa così l’ennesima prigione per il personaggio di Massimo Sisti, un luogo da cui non può fuggire e in cui viene costantemente scrutinato e scrutato, alla ricerca di verità e risposte.

America Latina non desidera dare risposte univoche, preferendo piuttosto mantenere una velata ambiguità. Partendo dall’identità incerta di Massimo Sisti, l’opera continua a mettere in dubbio ogni suo elemento, ogni fatto, ogni scelta mostrata sullo schermo in un atto di continua costruzione, problematizzazione e decostruzione. I fratelli D’Innocenzo, interrogandosi sulla crisi di un uomo, sono consci delle migliaia di sfumature che vorrebbero cogliere e si addentrano in un viaggio chiaroscurale, che sottolinea come i due registi siano disposti a continuare a prendersi dei rischi nonostante l’acclamazione ricevuta già in passato.

di Giada Sartori