Il cinema italiano avrebbe bisogno di più persone come Gabriele Mainetti. Forse sarebbe ancora meglio dire che il cinema nel suo insieme avrebbe bisogno di più persone come Gabriele Mainetti. Potrebbe sembrare una frase esagerata vista l’ancora piccola filmografia, ma anche da questi ancora pochi titoli emerge una forza e un’inventiva che raramente si vedono al giorno d’oggi, soprattutto nel panorama italiano. Nessuno avrebbe mai pensato che un supereroe di Tor Bella Monaca potesse essere un concept vincente, eppure Mainetti e il suo collaboratore e amico Nicola Guaglianone ci hanno creduto e da quella scommessa produttiva, è nato Lo chiamavano Jeeg Robot, uno dei più particolari e importanti casi al botteghino italiano degli ultimi anni.

Freaks Out, il nuovo film di Gabriele Mainetti, arriva a sei lunghi anni di distanza dal precedente e in un momento estremamente difficile per il cinema italiano, appare come un piccolo grande miracolo. Presentato in Concorso alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, si tratta di un rarissimo caso di kolossal italiano moderno. Se Lo Chiamavano Jeeg Robot aveva un budget di circa 1.700.000 euro, quello di Freaks Out, realizzato in co-produzione con il Belgio, si è aggirato intorno ai 12 milioni di euro, un prezzo giustificato dagli effetti digitali, dagli imponenti set e dai costumi necessari per rievocare la Roma degli anni Quaranta.

La storia sembra partire dal Freaks di Tod Browning per riposizionarlo nell’Italia della fine della seconda guerra mondiale e aggiungendovi elementi fantastici e non solo: Freaks Out rappresenta il punto d’incontro di molteplici generi cinematografici, dal dramma storico al fantasy più tradizionale passando per la commedia all’italiana, che trovano tutti spazio e respiro nelle due ore e venti di durata complessiva dell’opera.

È il 1943 quando il circo Mezzapiotta, uno dei più importanti di tutta Roma, viene distrutto durante un bombardamento e il suo proprietario, il gentile Israel (Giorgio Tirabassi), sparisce poco dopo in circostanze misteriose. Quattro artisti della compagnia si trovano così soli e son costretti a scontrarsi per la prima volta con il mondo esterno, fuori dalla protezione del tendone circense. Si tratta dell’amico degli insetti Cencio (Pietro Castellitto), il magnetico Mario (Giancarlo Martini), il peloso Fulvio (paragonato dall’interprete Claudio Santamaria a Chewbecca sia per l’aspetto che per la caratterizzazione) e infine la giovanissima ed elettrica Matilde (Aurora Giovinazzo). Il bizzarro gruppo cerca nei suoi poteri una via per sopravvivere a una città occupata dai nazisti, ma Franz (Franz Rogowski), il proprietario del Zirkus Berlin, sembra avere altri piani per il loro futuro.

Freaks Out è, nella sua essenza, un inno alla stranezza, ma usare questi semplici termini per descriverlo equivarrebbe a sminuirlo. Il secondo lungometraggio di Gabriele Mainetti è prima di tutto un atto di fede, un salto nel vuoto sia a livello immaginifico che produttivo. Realizzare un film fantasy in costume in Italia poteva sembrare una partita persa in partenza a chiunque altro, ma Mainetti ha deciso ancora una volta di incoraggiare la nascita di un cinema diverso per il nostro territorio, più ambizioso, più internazionale, più esagerato, più rischioso, che può aspirare a budget più grandi (in questo caso merito della collaborazione di Goon Films con Lucky Red, Rai Cinema e GapBusters) e che non deve trovare degli escamotage per sfuggire allo spettacolo nel senso più stretto del termine. Sul piano più narrativo, Freaks Out riesce, nonostante il respiro epico, a creare un legame intimo con i personaggi e tra i personaggi, conferendo profondità anche al cattivo della storia che riesce così a sfuggire alla dimensione caricaturale. A conquistare è soprattutto Aurora Giovinazzo, che con la sua Matilde prosegue la tradizione dei personaggi femminili centrali alle opere di Mainetti, portando sullo schermo una performance sicura, feroce e delicata.

di Giada Sartori