Cercando la città messicana di Acapulco su Google, uno dei primi risultati proposti è un articolo firmato da Giovanni Porzio per Repubblica con un titolo a dir poco cinematografico: “Acapulco, il paradiso diventato inferno”. Un tempo metà turistica eletta anche dalle celebrità più irraggiungibili dello star system hollywoodiano, da anni si è ormai trasformata in un teatro a scena aperta per esecuzioni pubbliche. I sicarios possono agire dovunque, dai bar alla strada, passando per le discoteche e i supermercati. Compaiono all’improvviso, portano a termine il loro lavoro e fuggono prima dell’intervento delle forze dell’ordine. La loro presenza spaventa la popolazione locale quanto i turisti che hanno lentamente abbandonato la città per altre destinazioni. È questa l’ambientazione di Sundown, il nuovo film di Michel Franco che torna alla 78° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia ad appena un anno di distanza da Nuevo Orden, vincitore al tempo del Leone d’argento. Acapulco è stata la sua meta delle vacanze da bambino e proprio per questo ha potuto osservarne nel corso degli anni la drammatica trasformazione.

L’intento annunciato dal commento del regista sarebbe quello di esplorare la situazione politica di Acapulco e di usarla come sfondo di un dramma familiare. È giusto sottolineare l’uso dell’aggettivo annunciato perché dall’opera finale non emerge nessuna di queste idee. Se Sundown rappresenta un significativo passo avanti rispetto a Nuevo Orden per quello che riguarda la chiarezza nella narrazione, le sceneggiature scritte da Michel Franco sembrano essere dilaniate dalla stessa profonda ambiguità politica che preferisce accontentare tutti senza mai prendere una posizione definitiva nella critica sociale che ripromette.

Sundown ne è l’ennesimo esempio. Al centro si trovano due fratelli dell’alta borghesia londinese, Alice (Charlotte Gainsbourg) e Neil (Tim Roth), recatisi in vacanza ad Acapulco insieme ai due figli di lei, Colin e Alexa (rispettivamente Samuel Bottomley e Albertine Kotting McMillian). Quando un’improvvisa emergenza familiare interrompe bruscamente la vacanza, un membro della famiglia si ritrova solo nella città a dover fare i conti con una nuova vita. Sundown mette in scena contemporaneamente due film diversi che raramente trovano un’effettiva sinergia: la critica sociale è troppo debole mentre il dramma familiare risulta in diversi momenti eccessivamente dispersivo.

La violenza rappresentata sullo schermo in Sundown, dovrebbe essere utile per mettere in luce l’effettiva quotidianità di Acapulco, ma assume presto nella narrazione una connotazione rischiosa e deleteria per la popolazione della città. Gli attentati all’interno della storia sono operati da persone messicane esclusivamente verso persone bianche, mentre la violenza dei sicarios non conosce discriminazione alcuna, coinvolgendo chiunque si trovi sulla strada. Al tempo stesso la decisione di ambientare la storia ad Acapulco non influenza quasi per nulla le vicende famigliari, aiutando solamente a fornire loro uno scenario piacevole allo sguardo.

di Giada Sartori