Sull’asfalto giace la carcassa di un fagiano. Le macchine cariche del cibo per il banchetto nella tenuta reale di Sandringham continuano a passargli sopra, una dopo l’altra, incuranti della sua presenza, ma distruggendone ulteriormente i suoi resti fino a renderli irriconoscibili. Diana Spencer, in quei giorni a cavallo del Natale del 1991, stava ricevendo un trattamento simile dall’intera famiglia reale. Le voci del tradimento di Carlo si erano fatte sempre più intense e crudeli e nonostante quelle feste dovessero rappresentare un ipotetico periodo di tregua, i commenti e i giudizi rischiano di farla crollare. La stampa appostata davanti alla sua finestra, guardie di palazzo pronte a giudicare ogni suo movimento sbagliato, i commenti di Carlo o gli sguardi della regina Elisabetta: ogni istanza è una precisa mossa sulla scacchiera del potere, uno schema a cui Diana non può per natura appartenere.

Ambientare un film su una delle figure storiche più disturbate e al contempo amate di tutti i tempi in un periodo di cui non si sa pressoché nulla è al contempo una scelta intelligente e rischiosa. È intelligente perché lascia un limitato spazio all’immaginazione, ma è rischioso proprio per il suo soggetto, per l’inesorabile paragone con interpretazioni precedenti di Diana Spencer sul grande e sul piccolo schermo, una su tutte, essendo la più vicina temporalmente parlando, quella di Emma Corrin in The Crown. Il regista Pablo Larraín, che con Spencer torna alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia a tre anni da Ema, sceglie di distanziarsi dal lavoro fatto in Jackie, dove la storia raccontata era documentata da una famosa intervista, per cercare come la sua nuova protagonista una forma di libertà.

Come spiegato da Larraín nelle note di regia, non ha mai desiderato avvicinarsi a Spencer considerandolo un docudrama o anche semplicemente un biopic nel senso più stretto del termine. L’attenzione della sceneggiatura di Steven Knight, conosciuto al grande pubblico per aver creato la serie Peaky Blinders, è concentrata sulla psiche di Diana, inquadrata attraverso una lente immaginifica e propriamente cinematografiche per gli escamotage visivi impiegati. Spencer vuole distaccare la principessa dall’immagine che la cultura popolare la ha imposto per dare forma ai suoi pensieri in modi che ricordano film come Black Swan e Personal Shopper.

Se il mondo è così familiare con una figura storica, è anche difficile trovare l’interprete giusto per darvi vita. Quando venne annunciato il nome di Kristen Stewart, molti ne furono delusi a causa di una scarsa somiglianza fisica con la principessa o l’assenza di un naturale accento inglese. L’attrice tuttavia, l’unica interprete sulla scena per la maggior parte del film, riesce a creare un ritratto più che convincente nella sua disperazione confusa e nei suoi pochi attimi di respiro.

di Giada Sartori