Non sappiamo esattamente dove siamo. Ma non importa. Non sappiamo in che mese siamo. Ma conta solo che faccia caldo. Molto caldo. Non sappiamo quanti anni abbia Giulio. Ma importa solo che sia ancora giovane, timido, ma generoso. Tanto da passare le sue giornate ad aiutare il padre nella gestione dei campi e la madre nelle faccende domestiche. Non sappiamo da dove sia sbucata Lia. La accogliamo quasi come un miraggio in questo bucolico panorama estivo. Sappiamo che ha un passato di cui pochissimi ricordano i dettagli (lei e i genitori, vicini vacanzieri di quelli di Giulio da tanti anni non tornano per l’estate e il loro bellissimo casale ormai sembra piuttosto un rudere poco piú che abbandonato). Non sappiamo quali tormenti si celino dietro l’apparente apatia emotiva di Lia. Sappiamo che il suo sguardo non riesce a celare un dolore ed una sofferenza che sono sicuramente forti, reali, prepotenti. E sappiamo anche che Giulio ne resta immediatamente folgorato. Un amore a prima vista.

Non sappiamo molto dopo la visione della prima metà di La Tana, primo lungometraggio di Beatrice Baldacci, realizzato dopo essere risultato tra i vincitori della nona edizione del progetto della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia dedicato ai giovani autori alle prese con le loro opere prime o seconde, Biennale College, poi prodotto dalla Lumen Films. Ma una cosa la capiamo subito: non riusciremo a staccare lo sguardo prima dei titoli di coda.

Non staremo qui a svelarvi i retroscena dei segreti che appesantiscono il cuore e la mente di Lia. Né della dolcezza con cui Giulio cerca di farle capire che può fidarsi di lui, che vuole aiutarla. Né ci dilungheremo (seppur dando merito all’autrice del coraggio dimostrato) sulla forte tematica La tana, che non nasconde la sua volontà di affrontare, in modo poetico e delicato, il complesso dramma di quelle famiglie che si trovano a doversi occupare di parenti che soffrono di malattie degenerative gravemente invalidanti.

Vogliamo concentrarci sulla maestria con cui una giovanissima autrice come la Baldacci riesce a trasformare le immagini del suo film in opere d’arte. Già, perché guardando alle scene e alle inquadrature di La tana abbiamo come la sensazione di trovarci di fronte a dei quadri. Vorremo quasi toccare lo schermo, convinti di trovarci sopra delle pennellate di colore con cui a dipinto il panorama, i personaggi.

Una attenzione maniacale ai dettagli, ai movimenti di macchina, alle messe a fuoco che spesso lasciano i personaggi in secondo piano, puntando l’attenzione del pubblico su un contesto che spesso diviene protagonista. Un passaggio spesso repentino, ma mai amatoriale, alla ripresa in macro. Per mostrarci quei fiori tanto amati, ma il cui ricordo sta iniziando a sbiadire. La Baldacci sembra evidente abbia risposto una enorme fiducia dei suoi due protagonisti (Irene Vetere e Lorenzo Aloi), che vediamo muoversi in scena con una libertà che non riusciamo a percepire come artefatta o imposta, ma piuttosto regalata all’autrice e allo spettatore del suo film. Ma resta chiaro come la sua attenzione, il suo obbiettivo stilistico come visivo sia un altro: quello di ridare potere all’immagine. Capace di parlare molto più a fondo di qualsiasi dialogo.

Anche Beatrice Baldacci come Alessandro Celli (regista di Mondocane, di cui vi abbiamo precedentemente parlato) arriva al lungometraggio dopo una carriera di successo nel cortometraggio. Che sia il simbolo (ulteriore) dell’altissima qualità che questo formato sempre piú sta regalando al nostro cinema?

di Joana Fresu de Azevedo