In un futuro molto lontano (anzi, plausibilmente e drammaticamente molto vicino), la città di Taranto é divisa in due. Da una parte, Taranto Vecchia: abbandonata a se stessa dopo che, piuttosto che rinunciare agli introiti delle acciaierie e porre rimedio ai disastri ambientali che avevano ormai distrutto la città e stavano uccidendo i suoi abitanti, si era deciso di spostare le persone in altre aree. É cosí che é avvenuta la Grande Evacuazione, con la popolazione invitata a lasciare le proprie case, le proprie vite e trasferirsi, laddove la loro condizione economica glielo permettesse, a Nuova Taranto. Luogo ricco, rinnovata, in cui tutto sembra perfetto, tranne risultare poi artificioso e finto.

Il risultato di questo svuotamento cittadino é stato quello di accrescere situazioni endemiche di profondo disagio, trasformando Taranto Vecchia nel regno del degrado. Urbano. Ambientale. Sociale e culturale. La parte abbandonata ormai é diventata il mondo di sacche di delinquenza generalizzata, capitanata da due bande in lotta tra loro per il controllo della città. Tra queste troviamo Le Formiche, gruppo criminale che accetta di dare una casa ai tanti bambini abbandonati durante la Grande Evacuazione e che trovano nel loro leader, Testacalda (uno spietatamente magistrale Alessandro Borghi), la sola figura di riferimento a cui possano ambire. Ma non é semplice entrare a far parte della banda. La volontà di affiliarsi, per poter così uscire da un contesto di abusi e sfruttamento, porterà Pietro (Denis Protopapa) ad accettare di dare prova del suo valore organizzando un attentato ad un negozio concorrente. Questo gli permetterà di portare con sé nel Formicaio (il segretissimo covo della banda) anche il suo amico fraterno Christian (Giuliano Soprano), precedentemente non voluto a causa della sua epilessia, giudicato troppo debole per fare la vita di una Formica.

I due ragazzi troveranno una casa. Verranno accolti in un contesto che diventerà quello di quella famiglia che ormai non ricordano nemmeno più di aver avuto. Ma perderanno loro stessi. Ora i loro nomi sono Mondocane (Pietro) e Pisciasotto (Christian, come retaggio di ciò che le Formiche pensavano di lui). L’equilibrio che da sempre aveva caratterizzato la loro amicizia, come il fatto di sostenersi ed proteggersi a vicenda, inizierà a vacillare. Mondocane, in una delle sue tante fughe verso gli stabilimenti balneari di Nuova Taranto, incontrerà Sabrina (Ludovica Nasti, enormemente maturata dal punto di vista interpretativo e finalmente pronta a crescere rispetto alla piccola Lila di L’amica geniale che l’ha fatta conoscere al grande pubblico), un’orfana che, con l’aiuto della poliziotta Katia (che bello poter vedere Barbara Rochi in un ruolo così lontano da quelli a cui finora ci ha abituati, ma sempre così perfetta nell’interpretazione), é riuscita a ritrovare il coraggio di fidarsi degli altri. Tra i due nascerà una tenera amicizia, che allontanerà sempre più Mondocane dalle Formiche, facendo rinascere in lui il desiderio di tornare ad essere solo Pietro. Pisciasotto resterà, invece, ammaliato dal carisma di Testacalda, che, parlandogli delle Formiche e chiedendogli di prendere una importante decisione, gli dirà: perché l’amicizia é una cosa bella, ma questa é la tua famiglia ora. Il terrore di tornare alla sua vita di prima, alla solitudine di essere in balia degli eventi, degli abusi perpetrati, della malattia gli faranno dimenticare Christian e restare solo con la voglia di continuare ad essere apprezzato e ammirato dal suo capo.

Quello che Alessandro Celli (regista che arriva da una lunga carriera nel cortometraggio) ci presenta con il suo Mondocane, film in concorso alla 36a edizione della SIC (Settimana Internazionale della Critica) di Venezia é sì un mondo distopico, avveniristico seppur nel degrado e disagio. Ma é anche una forte critica ed accusa alla mancanza di attenzione alla problematica ambientale e alla ricerca del profitto a discapito della salute pubblica. Celli va oltre. Non limita la sua opera ad una mera denuncia del disastro ambientale che la nostra società sta attuando. Ma unisce a questa importante tematica sociale (sempre più importante e centrale già in molte altre opere viste tra la Mostra di quest’anno e le sue rassegne partner), quella della richiesta di una maggiore attenzione al mondo dell’infanzia e giovanile. Generazioni abbandonate a se stesse, sole, lasciate a prendere decisioni ben più grandi di loro e senza gli strumenti adeguati per poterlo fare. La paura é proprio quella di lasciar loro un Mondocane. Senza prospettive né futuro. Allo spettatore, tornato a casa, spetterà decidere da che parte schierarsi. Se essere una spietata Formica e continuare ad assistere inerme a questo possibile scenario futuro. O voler essere semplicemente Pietro. Sognando un treno che lo porti verso un mondo davvero nuovo.

Il film é già in sala da ieri. E siamo certi che la visione non potrà lasciarvi indifferenti. Fosse anche solo per vedere quanti giovanissimi e bravissimi attori stiano nascendo nel nostro cinema. E Denis, Giuliano e Ludovica sono sicuramente tra questi.

di Joana Fresu de Azevedo