Adattare il ciclo di romanzi di Dune, scritti da Frank Herbert tra il 1965 e il 1985, è sempre sembrata un’impresa impossibile e maledetta nel mondo del cinema. Il primo tentativo risaliva agli anni Settanta, quando Alejandro Jodorowsky provò a farne un film ma dopo tre anni abbandonò il progetto a causa del budget esorbitante che stava raggiungendo la produzione (al tentativo venne dedicato però nel 2003 un documentario dal titolo Jodorowsky’s Dune). Lo seguì qualche anno più tardi David Lynch con Dune, che venne accolto negativamente sia dal pubblico che dalla critica. Il regista arrivò addirittura a disconoscere il film finale, imputando il risultato a divergenze creative con produttori e finanziatori. Dopo simili vicissitudini, chiunque avrebbe desistito nel riprendere in mano l’opus magnum di Herbert, nonché uno dei pilastri della fantascienza, eppure nel novembre del 2016 la casa di produzione Legendary Pictures annunciò di aver acquisito i diritti per trasporre i romanzi di Herbert sia sul piccolo che sul grande schermo. Un mese più tardi, Variety rivelò che Denis Villeneuve avrebbe potuto dirigere il progetto. Chiarì fin da subito che era sua intenzione sviluppare il primo libro in due film, in modo tale da poter proporre tutta la densità narrativa dell’opera di Herbert.

Pian piano al nome di Villeneuve si unirono i numerosi componenti del cast: Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Zendaya, Javier Bardem, Jason Momoa, Josh Brolin e tanti altri. Erano nomi che non facevano altro che far crescere l’entusiasmo intorno al titolo, sia da parte dei fan di ogni singolo talent che da parte dell’industria cinematografica stessa. Dune appariva a tutti come un nuovo possibile franchise, pronto a colmare il vuoto lasciato dopo la fine della nuova trilogia di Star Wars. Il progetto ha tuttavia incontrato un ostacolo ancora più rischioso dei suoi predecessori: la pandemia. La data d’uscita è così slittata dal 20 Novembre 2020 al 22 Ottobre 2021 (16 Settembre in Italia), portando anche le aspettative verso il titolo a cambiare. Adesso Dune non viene visto solo come un film, ma come un vero e proprio salvatore, l’unico che sarà capace di riportare le masse in sala, risollevando definitivamente gli incassi.

Presentato in anteprima mondiale alla 78° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia in una cornice ufficiosa volta ad impreziosire ulteriormente il progetto, Dune si è tuttavia rivelato essere contemporaneamente il film che tutti speravano fosse e quello che nessuno avrebbe voluto. I grandi nomi presenti nel cast hanno un effetto limitato in un’ottica di marketing, puntando su un pubblico soprattutto adolescenziale (vista la presenza nel cast di Timothée Chalamet e Zendaya) che non è abituato per natura ai ritmi narrativi di Villeneuve. La scelta di limitarsi ad adattare a malapena la prima metà del primo libro in due ore e mezza (Lynch invece aveva condensato il tutto in due ore) aiuta sul fronte del world-building, permettendo alla sceneggiatura di costruire con attenzione e chiarezza il mondo, le tecnologie, le tradizione di Arrakis, ma al contempo amputa la storia, troncandola nel momento di inizio dell’azione.

Paul Atreides, interpretato da un tiepido Chalamet, è costantemente in balia degli altri personaggi e delle sue visioni che anticipano in modo disorientate il resto dell’intreccio. Ad emergere nel caotico cast, fatto di attori che spariscono per intere porzioni del film senza spiegazione alcuna, sono soprattutto Rebecca Ferguson e Jason Momoa, rispettivamente Lady Jessica e Duncan Idaho, due dei fulcri emozionali dell’opera.

Come ribadito da Denis Villeneuve in conferenza stampa, Dune è un film nato e progettato con in mente l’esperienza cinematografica tradizionale. Si tratta di un concetto innegabile, vista l’attenzione dedicata alla fotografia, alla costruzione dei set, ai costumi e alla colonna sonora, ma l’esperienza immersiva che Dune regala al pubblico non è sufficiente. Il prodotto finale è dilaniato tra due scuole di pensiero contrastanti: da una parte c’è l’autorialità di Villeneuve, il suo legame con la storia originale e il suo modo di immaginarla, dall’altra invece vi è Hollywood con le sue logiche produttive, le sue aspettative verso il progetto e una campagna marketing confusa. L’idea di dividere un libro in due film, non avendo la certezza di poter anche solo avvicinarsi al budget di 165 milioni di dollari, è un rischio più che una scommessa, soprattutto in questo momento storico. Dune non è il salvatore che il cinema sta cercando e in fondo non ha mai desiderato esserlo: è una storia di ampio respiro che sfiora tematiche importanti, dall’ambiente all’appropriazione culturale, imprigionata nella cornice ovattata della produzione mainstream.