L’uomo non sia indegno dell’Angelo […] / Signore, alla fine dei miei giorni sulla Terra / non abbia offeso l’Angelo.

Ai versi di Borges appena riportati si potrebbero aggiungere quelli, davvero stupendi, di Wallace Stevens:

Io sono l’Angelo della realtà. […] Sono uno come voi, e ciò che sono e so / per me come per voi è la stessa cosa. / Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra, / poiché chi vede me vede di nuovo la terra, / libera dai ceppi della morte […].


In Marx può aspettare Camillo, il fratello gemello di Marco Bellocchio morto suicida appena ventinovenne, è appellato più volte «angelo» per rimarcarne la schiva gentilezza, la malinconica grazia, la pensosa mitezza, la pudica ritrosia nei confronti della vita. Come quello immaginato da Stevens, Camillo è un angelo che non indossa vesti di porpora e d’oro; il suo capo non è cinto da una corona di luce, né ha ali screziate che riflettono i colori dell’Empireo. Camillo è un angelo ferito: il suo sorriso è incrinato e dallo sguardo traluce un eccesso di conoscenza che inevitabilmente si fa dolore. Ma questo è il punto: sappiamo leggere in quello sguardo? Sappiamo udire ciò che l’angelo annuncia? Gli riserviamo attenzione – quella ‘attenzione’ che è capacità di rispondere a qualcuno e di assumere su di noi il peso delle sue angosce e infermità, premessa quest’ultima di ogni autentica gioia? Ogni offesa all’angelo è, nella sua essenza, disattenzione.

Nella sua dolente, a tratti straziante «confessione» – coglie nel segno, definendola tale, padre Virgilio Fantuzzi, confessione a cui questi accorderebbe l’assoluzione proprio per l’implacabile sincerità con cui è stata resa – Marco Bellocchio riconosce di non aver saputo o potuto riconoscere il passaggio dell’angelo. In molti film di Tarkovskij una piuma che volteggia in una spera di luce è simbolo della presenza del messo celeste, di una trascendenza che si fa immanenza, di un Remotissimo che diviene Presentissimo. In Marx può aspettare sono tracce della presenza dell’angelo le reticenze di Camillo, le frasi simili a frammenti che però rimandano a immensi depositi di materia oscura e soprattutto la lettera, indirizzata a Marco, già salutato dalla critica come una promessa del cinema italiano, in cui gli chiede un parere su un suo possibile lavoro nel mondo del cinema. La mancata risposta alla lettera diviene a tutti gli effetti ir-responsabilità verso il suo estensore, sordità dinanzi ai gemiti inespressi e alle richieste di aiuto che in quello scritto si celavano. Più che il nero delle parole il fratello avrebbe dovuto interrogare il deserto bianco della pagina, il solo luogo dove risuonano le parole che maggiormente contano.

Senza mai cedere a un sentimentalismo lacrimevole, Marco Bellocchio, con l’equanimità di giudizio che gli deriva dall’età e dalla consuetudine a interrogarsi, riconosce che una forza opposta all’angelo in quegli anni si agitava in lui, una forza che rivendicava di essere assecondata, quella cioè del suo dáimon, una forza imperiosa che tiene i fili della nostra vita tanto che se a essa non si corrisponde è impossibile essere eudáimones, più che ‘felici’, ‘realizzati’. E duplice, se così si può dire, era il dáimon che faceva urgenza a Bellocchio verso la fine degli anni ’60 del secolo scorso, quello del cinema e della politica (tanto che l’uno finiva per essere lo specchio dell’altro e viceversa). Anni tumultuosi, quelli, in cui uno sguardo colmo di generosità verso l’avvenire si accompagnava a strane pulsioni, a qualcosa di sottaciuto o comunque di irrisolto che da lì a breve sarebbe suppurato nella lotta armata (un capitolo, quest’ultimo, analizzato con esiti artistici notevolissimi in Buongiorno, notte). Datore di ali, certo, il dáimon, ma anche forza ambigua, ancipite, a tratti addirittura totalizzante perché, medium di una fatalità cosmica, costringe a fare le cose che esso stesso ispira. Opposto invece è il cammino dell’angelo: esso, come scrive Wallace Stevens, muove dalla terra, dalla cosa visibile, ma per mostrare l’invisibile, la terra «libera dai ceppi della morte». La natura angelica, se così si può dire, di Camillo è bene espressa dalle parole che questi (e sono le stesse che danno titolo al film) rivolse un giorno al fratello Marco che, sotto il dominio del proprio dáimon, lo spronava alla lotta di classe e alla rivoluzione proletaria: Marx può aspettare.

Ecco ciò che annunciava Camillo, l’«angelo» della famiglia Bellocchio: attenti, perché esiste anche un altro tempo che non è quello demonico della Storia, un tempo che non ama i proclami, i manifesti, le riviste politicamente impegnate (per tutti, i Quaderni piacentini), i cortei, le lotte sindacali, gli scontri nelle piazze. Questo ‘altro tempo’ al posto della luce (Licht) non di rado accecante del dáimon predilige la chiarità (Lichtung) di uno sguardo attento ai dolori dell’altro, uno sguardo capace di leggere tra le righe, di cogliere oltre il «fuoco nero» delle parole il «fuoco bianco» di un cuore che chiede attenzione.
Marx può aspettare è una ‘confessione’, come si accennava. La definizione è condivisibile, purché si tolga alla parola ogni connotato giuridico o rimandi all’«ora di religione», per citare un altro titolo del cineasta piacentino, e la si restituisca al suo significato etimologico: cum-fari, ‘discorrere apertamente con qualcuno’, parlare – si potrebbe tradurre anche così – ‘al cuore con il cuore’. Se così stanno le cose, non sono le Erinni a presiedere la confessione di Marco Bellocchio; questa, cioè, non matura da escrucianti sensi di colpa, bensì dal desiderio di fare chiarezza sulle proprie responsabilità nel suicidio di Camillo (o comunque più chiarezza di quanto egli non abbia già tentato di fare nei suoi film, alcuni dei quali sono un dolente contrappunto a quell’evento luttuoso).
La confessione di Marco, dunque, come un dialogo (o una ripresa di esso) con Camillo, un dialogo dal quale egli esce pacificato, come sembra di capire dalla sequenza che conclude il film. In una brumosa giornata d’autunno il regista sta percorrendo a piedi il Ponte del Diavolo, il monumento più celebre di Bobbio, suo paese natale. A un tratto incrocia un uomo che si sta allenando nella corsa: questi si vede soltanto di spalle, ma la scritta ISEF sulla sua tuta da ginnastica rimanda palesemente a Camillo che, dopo un deludente percorso scolastico, era riuscito a prendere il diploma di istruttore sportivo, più per ripiego, a dire il vero, che per una autentica passione.

Su quel ponte, luogo di passaggio e di collegamento, il tempo combina e rende possibili i propri paradossi. Sta a noi, confissi nel presente, adoperarci perché il futuro non sia ostaggio del passato. C’è, infatti, un modo sterile di abitare il passato, specie se doloroso, che consiste nel rassegnarsi alla sua natura di bestia vorace e nel darle in pasto il nostro futuro. Ma c’è anche un modo intelligente, che sta nel liberarsi del passato senza tuttavia mai perderlo di vista, nel trasformarlo in un nostro custode senza mai dimenticare la sua natura di bestia vorace. È ciò che fa Marco Bellocchio, il quale sul ponte non trattiene il fantasma del fratello, ma lo lascia andare seguendolo, però, con lo sguardo.
E in quello sguardo, che ci piace immaginare colmo di ogni attenzione e tenerezza, forse l’angelo e il dáimon finalmente si incontrano.

di Andrea Panzavolta