«È uno schifo»: Un padre, il nuovo film originale Netflix in uscita il 18 giugno, si apre con questi semplici parole pronunciate da Matt Logelin (Kevin Hart). L’oggetto di quel misto di rabbia, delusione e frustrazione che emerge dalle sue parole può essere condotto a due recenti novità della sua vita. È diventato padre da pochissimi giorni e tutta la famiglia è consapevole di come non sia minimamente adatto al ruolo, a tal punto da sottolineare più volte in sua presenza come non abbia nemmeno montato la culla nonostante le raccomandazioni altrui. È anche tuttavia rimasto vedovo: sua moglie, poco dopo il parto, è morta per un improvviso embolismo polmonare e lui si trova di conseguenza ad affrontare tutta la vita che avevano pianificato insieme in completa solitudine. Per Matt Logelin, quella situazione non può che essere uno schifo, ma una serie di figure nella sua vita, la sua forza di volontà e l’immenso amore nei confronti della figlia Maddy (Melody Hurd) potrebbero rendere il tutto lentamente più semplice.

Non è la prima volta che il regista Paul Weitz si trova a fare i conti con una storia di paternità indesiderata e improvvisa ma rivoluzionaria. Nel 2002 aveva adattato dal romanzo omonimo di Nick Hornby e diretto insieme al fratello About a Boy, dove un immaturo Hugh Grant si trovava a diventare adulto all’improvviso per aiutare un ragazzino. Nel caso di Un padre, tratto anch’esso da un libro, il lavoro di adattamento ha seguito un processo ben più complesso e meno lineare. Paul Weitz e Dana Stevens partono da Two Kisses for Maddy: A Memoir of Loss and Love, autobiografia del vero Matt Logelin, per aggiungervi accenni alla vita di Kevin Hart (tratti principalmente dal suo libro I Can’t Make This Up). I confini da personaggio e attore si confondono per rendere il Logelin-personaggio più accessibile per Hart, abituato a ruoli più comici (solo di rado si è prestato a film drammatici, un esempio è The Upside, l’adattamento americano di Quasi Amici), ma anche più sincero, vicino alla sua esperienza di vita.

FATHERHOOD (L-R): KEVIN HART as MATT, ALFRE WOODARD as MARION. Cr. PHILIPPE BOSSE/NETFLIX © 2021. 

Un padre vuole offrire la risposta a una domanda molto essenziale: è possibile essere un bravo genitore anche se la vita non fornisce nessun tipo di istruzione a riguardo? Nell’esistenza di Logelin morte e vita entrano a braccetto e lui si trova a farei conti con genitori assillanti che non lo ritengono sufficientemente maturo (in particolare emerge Marion, interpretata dalla sempre bravissima Alfre Woodard), amici che non son mai cresciuti davvero e che cercano di sostenerlo come meglio possono (Lil Rel Howery e Anthony Carrigan) e un futuro lavorativo confuso. È un percorso complicato, fatto di costanti dubbi e richieste di aiuto anche a sconosciuti, ma anche tante piccole gioie. Un padre torna costantemente sul personaggio di Liz (Deborah Ayorinde), moglie di Logelin, non per drammatizzare il racconto, quanto per celebrare il suo impatto sulla famiglia, le sue indicazioni sul futuro di Maddy, i suoi desideri e le sue speranze.

Un padre vuole essere a tutti gli effetti una lettera d’amore e di rispetto, ma anche di reclamo verso uno dei mestieri più antichi del mondo: quello del genitore. Se è facile vedere il suo cuore e l’impegno di tutte le persone coinvolte, cade con fin troppa facilità in alcune delle scelte stilistiche più banali del dramma. La musica viene definita dai sottotitoli con aggettivi come inspiring, mentre l’andamento della trama cerca di generare nello spettatore quel continuo e talvolta forzato viaggio tra le lacrime e la risata che nella durata leggermente dilatata del film rischia di annoiare. Il film, tuttavia, rimane una visione piacevole, capace di scaldare il cuore, e palcoscenico perfetto per mostrare la versatilità attoriale di Kevin Hart.

di Giada Sartori