Aveva avuto la sua anteprima italiana a ottobre 2020 durante la passata edizione della Festa del Cinema di Roma. Da allora, un triste silenzio – quello dettato dalla chiusura delle sale cinematografiche – era calato su quando il pubblico avrebbe potuto rivederlo. Da ieri Stardust può essere finalmente (ri)visto, grazie a IWonder Pictures, per chi sta seguendo in presenza a Bologna il Biografilm e per chiunque si voglia collegare alla piattaforma MYmovies che ospita il Festival.

Il regista inglese Gabriel Range non nasconde, sin da prima dei titoli di testa, che «quello che segue è (quasi tutto) finzione». Ma i fan che aspettavano di vedere l’atteso biopic su David Bowie non devono sentirsi delusi. Perché il protagonista di Stardust non è il Duca Bianco, né il suo alter ego degli anni ’70. Semplicemente, è David, un ragazzo che, nel 1971, quasi non ricorda più il suo vero cognome (Jones), perché ha scelto di voler affrontare quella voluta carriera nel mondo della musica dimenticando se stesso, trasformandosi nell’aspetto prima ancora che nel suo profondo sentire. Ma, in fondo, ancora non si trova pienamente a suo agio con quel Bowie scelto come nome d’arte. David vuole fare musica, ha bisogno d’esprimersi attraverso le note, protetto dalla sua chitarra e col microfono ad amplificare la sua voce. E la storia che ci offre Stardust è quella dei profondi cambiamenti che il suo protagonista deve vivere in questo suo percorso. Che è quasi di rinascita, nella, per e grazie alla sua musica.

Il suo primo album viene accolto con grande entusiasmo sia dal pubblico che dalla critica. Entrambi comprendono di essere di fronte a qualcosa di completamente nuovo nel panorama brit ma non solo. Space Oddity fu un successo assoluto, sia in Inghilterra che in America, ma lo stesso non sta succedendo col suo secondo album. La Mercury, ammette di non sapere come riuscire a promuovere un disco come The man who sold the world, troppo poetico, troppo melanconico e triste per il mercato d’allora. Soprattutto, troppo diverso da quanto David Bowie aveva proposto fino ad allora al suo pubblico. David (l’attore Johnny Flynn, un viso angelico, ma profondamente malinconico, perfetto nell’interpretare la delicatezza dei lineamenti della prima fase del cantante) e la moglie Angie (una strabiliante Gena Malone, che già avevamo visto in Hunger Games, ma che qui gode di un’intensità interpretativa che ancora non aveva avuto occasione di mostrare pienamente) insistono affinché la casa discografica organizzi comunque un tour americano, convinti che il pubblico non potrá non capire. Ed è così che David parte per Washington, speranzoso di poter dimostrare definitivamente al panorama musicale che sia lui l’autore che potrebbe «coprire il gap tra Elvis e Dylan»,. Cosa di cui è pienamente, con una buona dose di arroganza, convinto.

Ma, arrivato – solo, non compreso nella sua eccentricità, sperduto per il non riuscire a comprendere le ragioni di un simile imbarazzo al suo solo passaggio – la realtà sarà diversa. David capirà non solo di non essere amato dal pubblico statunitense, ma nemmeno d’essere compreso, anzi, a tratti disprezzato. Cercherà di farsi forza, ricordando le ultime parole pronunciate dall’amato fratello Terry, parlando della sua musica e dei scarsi riscontri ottenuti dai suoi ultimi singoli: È arte, non deve piacere a tutti. Il suo essere dichiaratamente e sfacciatamente bisessuale, l’insistere sull’indossare abiti femminili, l’essere scurrile e forzatamente provocatorio in pubblico lo rendono indigesto a una comunità ancora così perbenista e tradizionalista come quella dell’America degli anni ’70. Nelle frequenti telefonate-sfogo intercontinentali con la moglie (incinta, costretta a vivere la sua solitudine sapendo che il marito non sia in grado di colmarla nemmeno a livello emotivo) David esprime la sua frustrazione, lasciando trasparire la sua lotta tra egocentrismo e paura dell’oblio.

Stardust non è un film su uno dei più grandi rappresentanti della musica internazionale. Quasi non vediamo mai David su un palco e sentiamo solo sporadicamente accenni di brani della sua prima discografia: il focus è tutto sul concetto di follia. Sul terrore provato per quel seme cattivo che sente crescere dentro di sé, cui David si sente condannato dai casi di schizofrenia che hanno colpito la famiglia (prima la nonna materna, poi tre zie, una delle quali a uno stato così incontrollato da subire una lobotomia) colpendo anche l’adorato Terry, di cui David cerca di rimanere confidente e che continua a sostenere a ogni ricovero forzato in manicomio. Temendo che presto arriverà anche il suo turno. Questa paura lo trascinerà in una spirale di vergogna e terrore, facendolo giungere alla conclusione che il solo modo per poter sopravvivere a se stesso sia quello di diventare qualcun’altro. Da qui nascerà Ziggy Stardust, il personaggio che permetterà allo spaventato David Jones di diventare il carismatico David Bowie. In Stardust lo conosciamo solo nei minuti finali del film. Lo vediamo appena. E non ci importa, siamo soddisfatti. Perché il resto è storia. Della musica.

di Joana Fresu de Azevedo