Dal 1970 ad oggi, negli Stati Uniti, son state registrate circa 1677 sparatorie in edifici scolastici per un totale di 598 morti e 1626 feriti. Ogni anno, oltre ad aumentare, diventano sempre più frequenti. Le scuole, a partire dal massacro di Columbine, hanno implementato nuove misure di sicurezza: dalle telecamere di sorveglianza ai metal detector, passando a volte per poliziotti armati nei campus. La ricerca ha tuttavia dimostrato che queste soluzioni non hanno pressoché nessuna influenza sul numero di questi attacchi. Così ogni anno dei ragazzi, nella maggior parte dei casi sotto i 18 anni, impugnano un’arma da fuoco e si recano in quei luoghi con il solo intento di uccidere. I giornali subito si affollano delle facce e delle storie di vita di questi assassini, mentre le vittime diventano nella maggior parte dei casi una mera lista di nomi senza nemmeno un volto.

Raising a School Shooter, il documentario di Frida e Lasse Barkfors presentato a Biografilm Festival nella sezione Contemporary Lives, non si discosta molto dai discorsi che seguono solitamente queste tragedie, scegliendo come unica differenza e caratteristica di concentrarsi non tanto sui carnefici, quanto sui loro genitori. È una scelta complessa, che rischia di portare a un’ulteriore umanizzazione mediatica. Il punto di vista di persone così vicine è inevitabilmente condizionato dai legami affettivi e dalla conoscenza pregressa di questi soggetti. La morte altrui viene vista in quest’ottica come un fallimento genitoriale, qualcosa che con più comunicazione e supporto morale si sarebbe potuto evitare. Raising a School Shooter fa affidamento quasi naturalmente sulla fastidiosa retorica del «Era un bravo ragazzo», soprattutto per la scelta da parte dei registi di non includere, se non in un’occasione, altre voci oltre quelle degli intervistati. Non viene mai mostrato l’odio che inevitabilmente queste persone hanno affrontato e così facendo, sembrano addirittura essere celebrati dalla comunità.

Uno dei principali problemi di Raising a School Shooter sta anche nella scelta degli intervistati. Frida e Lasso Barkfors affiancano a Jeff Williams e Clarence Elliot, rispettivamente genitori di Andy Williams e Nicholas Elliot, artefici di due sparatorie minori della storia recente statunitense (insieme contano 3 vittime e 14 feriti), a Sue Klebold, madre di Dylan Klebold che insieme a Eric Harris è responsabile del massacro di Columbine. Se la sua presenza serve sicuramente in un’ottica di visibilità del progetto, può essere tuttavia un modo per sminuire e appropriarsi del dolore altrui. Un altro elemento di rischio è rappresentato dall’esistenza in rete di veri e propri fandom riguardanti Eric Harris e Dylan Klebold e operazioni di questo genere rischiano solamente di alimentarli, evidenziando un loro possibile lato umano.

Dal punto di vista tecnico, Raising a School Shooter opta per una strada estremamente essenziale. I due registi si limitano a riprendere i tre intervistati mentre parlano o compiono azioni della loro quotidianità come raccogliere foglie sul vialetto o sistemare oggetti per casa. Le uniche interruzioni sono alcuni cartelloni che forniscono delle informazioni didascaliche sui crimini commessi dai figli di Jeff Williams, Clarence Elliot e Sue Klebold. Il film poteva funzionare meglio come una breve serie di interviste in formato podcast più che sul grande schermo. Forse però il più grande problema di Raising a School Shooter è rappresentato dalla sua ricerca compulsiva di una morale tradizionale, su come attraverso un assassino tutti possano imparare una lezione su come essere genitori. Poteva essere un’opportunità interessante per una riflessione diversa sui numerosi massacri che stanno costellando la recente storia statunitense ma finisce per essere un documentario confuso e fin troppo ambiguo per aiutare la discussione a riguardo.

di Giada Sartori