Per essere una storia vera come annunciano i cartelloni iniziali, Flee si trova presto a dover raccontare tante piccole bugie. Amin Nawabi, ad esempio, non è il vero nome del rifugiato afgano che sta offrendo la sua difficile vita al regista Jonas Poher Rasmussen. Non è nemmeno possibile vedere il suo volto, plasmato dall’animazione per proteggere la sua identità. Lentamente emergono tante piccole contraddizioni o ritrattazioni: la famiglia morta torna improvvisamente in vita, cambia l’ordine degli eventi o dei posti dove ha vissuto. Rasmussen sa che tutto ciò potrebbe minare la veridicità della storia in un documentario tradizionale, ma Flee non è un documentario tradizionale.

Flee nasce innanzitutto da una curiosità. Conosciutisi da appena adolescenti in Danimarca, Rasmussen aveva sempre sentito storie su come Nawabi fosse giunto in Europa (c’era addirittura chi pensava fosse arrivato a piedi dall’Afghanistan), ma nessuno sapeva la verità. Il documentario rappresenta l’opportunità per ascoltare finalmente la versione di Nawabi, attraverso le sue parole e i suoi occhi. È un passato traumatico da cui ha cercato per anni di fuggire e nascondersi e ciò lo porta a bloccarsi nel racconto, ad arenarsi su dei piccoli ricordi felici per non concentrarsi sugli aspetti più dolorosi. Il rapporto di amicizia tra Rasmussen e Nawabi si palesa nel film su due piani: da una parte, la familiarità aiuta l’uomo ad aprirsi e a raccontare in modo meno rigido o accademico la sua vita. Dall’altra, invece, la sua visione di Nawabi è irrimediabilmente filtrata e distorta dall’affetto che li lega.

Flee trova spazio anche per alcuni spiragli sulla vita personale di Nawabi. Quando decide di cominciare il racconto, non parte dalla tragedia, ma da una corsa spensierata per Kabul con in sottofondo Take on me degli A-Ha e addosso una camicia da notte rubata alla sorella. Se il punto di arrivo della sua odissea ci è mostrato più volte dal regista attraverso piccole scene di vita quotidiana tra Nawabi e il compagno con cui è ormai prossimo alle nozze, il percorso per scoprirsi e accettarsi è stato più che tormentato. Come racconta lui stesso, ha sempre saputo di amare gli uomini (complice un poster di Jean-Claude Van Damme sul suo letto) ma in Afghanistan non possedeva nemmeno una parola per descriversi. Flee si concentra, inoltre, sulla sfera familiare di Nawabi, sul rapporto contrastato con un padre assente, con l’amata madre, con fratelli da invidiare e sorelle da proteggere.

Flee non vuole essere un film pulito e uniforme, aderente a una narrazione lineare. Preferisce un gioco di verità menzognere e di bugie verosimili, indagando le conseguenze del trauma sulla vita di una persona. È un film per le libertà che riesce a prendersi, è un documentario perché vuole raccontare una storia vera, è un’opera d’arte nel senso più essenziale del termine per lo stile di animazione originale ed è infine anche una seduta di terapia per lo stesso Nawabi, in quanto lo aiuta ad affrontare quanto fino a quel momento aveva nascosto a tutti. Rasmussen crea così un’opera libera e fuggente, che rigetta la convenzione per abbracciare completamente il suo soggetto e la sua storia con sincero e toccante coraggio.

Flee, parte del Concorso Internazionale di Biografilm, è disponibile fino alle 21:00 di mercoledì 09 giugno sul portale dedicato.

di Giada Sartori