Feel Good è una serie rara nel panorama odierno. Appartiene a un genere quasi inflazionato, quello della nuova dramedy: quello che dovrebbe essere il connubio perfetto tra drama e commedia si è trasformato nel corso degli ultimi anni nel luogo più accogliente per le migliori penne della televisione, un antro dove poter dedicarsi a riflessioni sincere e necessarie su qualsiasi argomento abbiano più a cuore. È qualcosa che abbiamo visto ad esempio con Fleabag di Phoebe Waller-Bridge e la sua esplorazione del cosiddetto bad feminism e più recentemente con I May Destroy You di Michaela Coel dedicata invece alla decostruzione di un trauma.

Feel Good sembra seguire il loro percorso, posizionandosi in quella zona grigia tra i generi e tra sentimenti opposti – gioia e dolore, libertà e costrizioni mentali, fiducia e vergogna, ma allo stesso tempo riesce ad essere una creatura a sé stante. Non è una serie che cerca una perfezione stilistica nella narrazione o nella costruzione dei personaggi, preferendo piuttosto come unica regola il disordine, forse il modo più semplice e onesto per rappresentare il difficile percorso di Mae, personaggio protagonista di Feel Good e ispirato all’esperienza di Mae Martin, interprete e showrunner che firma la sceneggiatura insieme a Joe Hampson.

Se nella prima stagione (di cui potete trovare qui la nostra recensione) il focus era soprattutto sulla carriera di Mae e sull’inizio del suo rapporto con George (Charlotte Ritchie), nei sei nuovi episodi che usciranno su Netflix il 4 giugno l’attenzione si sposta soprattutto sulla dipendenza, intesa in due modi: da una parte la dipendenza dalle droghe di Mae (difatti la stagione inizia con il suo ingresso in rehab) e dall’altra la dipendenza amorosa. Non sono tematiche nuove a Feel Good, ma risultano essenziali nel percorso di crescita di Mae e George, sia come entità singole che come coppia.

Ampio spazio è dedicato anche alla carriera da stand-up comedian della protagonista, che passa sotto le ali di una delle agenti più importanti di tutta l’Inghilterra. Questa però si rivela presto non essere realmente interessata al talento di Mae, ma piuttosto ai suoi traumi (a tal punto da definirli un trend nell’industria odierna, più che degli eventi segnanti nella vita del singolo) e ai suoi dubbi riguardanti la propria identità di genere.

Feel Good si dimostra inoltre una delle serie a tematica LGTBQ+ più sensibili e realistiche degli ultimi anni, portando sullo schermo personaggi che ancora devono capirsi appieno e creando per loro un percorso che non riguarda solo la sfera emotiva ma anche quella sessuale. Mae Martin ha spiegato in un’intervista recente al New York Times come tutto ciò nasca soprattutto dal desiderio di vedere rappresentato il suo modo di vivere il sesso, che si discosta di molto dalla solita visione proposta dal cinema, di solito divisa tra l’autocensura e il puro voyeurismo.

Con questi sei episodi, Feel Good chiude un percorso seriale impeccabile proprio per la sua imprecisione, per il suo approccio a volte dubbioso, ma sempre intelligente all’umanità. È un percorso di continua crescita, tra sbagli, successi e altri inciampi, ma non vuole portare necessariamente a una perfezione morale. Si propone più che altro come un esercizio di espiazione narrativa che permette allo spettatore di capirsi e perdonarsi a sua volta. Questa seconda stagione inoltre conferma Mae Martin come una delle penne più interessanti dello scenario contemporaneo, capace di disfare convenzioni dannose soprattutto per quello che riguarda la rappresentazione della comunità LGTBQ+ in passato (nello specifico per quello che riguarda i rapporti romantici) per portare sullo schermo la sua verità e la sua vita.

di Giada Sartori

La seconda stagione di Feel Good sarà disponibile su Netflix dal 4 giugno.