Arriva al suo capitolo finale una delle serie che, con le sue tre stagioni, ci ha ricordato l’altissima qualità di chi è stato il passato di Hollywood, capace di aprirci una finestra su un mondo che è (sempre stato) tutto fuorché solo glamour e lustrini, offrendoci una visione del lavoro dell’attore fuori dai soliti cliché, seduti a guardare gli allievi di una Scuola di recitazione di Los Angeles, ansiosi di divenire delle star, ma costretti a comprendere che l’obiettivo non sia poi così facilmente raggiungibile. Ci troviamo ora, dal 28 maggio su Netflix, a dire addio a Sandy Kominsky e al suo Metodo. E lo facciamo in un modo forte, emblematico, potente: partecipando ad un funerale, all’interno del quale – non senza un certo sconcerto da parte del pubblico che aveva reagito sconvolto alle prime anticipazioni – il pubblico viene invitato/catapultato sin dalla scena iniziale del primo dei 6 episodi che compongono questa stagione finale di Il metodo Kominsky.

Una serie di lunghi ed accalorati addii quelli contenuti negli episodi della terza serie. Nel tentativo di chiudere (presto. Troppo presto?) tutti i filoni narrativi che hanno reso Il metodo Kominsky una serie così amata dal pubblico e dalla critica, percepiamo anche la volontà di salutare gli spettatori con una delle stagioni più commoventi e prorompenti da quando, nel 2018, Chuck Lorre decise di portare sul piccolo schermo la storia della strana coppia di amici Sandy Kominsky (un Michael Douglas che si riprende lo scettro di uno dei più grandi e versatili attori che Hollywood ci abbia regalato) e Norman Newlander (il premio Oscar – nel 2007, come miglior attore non protagonista per Little Miss SunshineAlan Arkin). Perché se la forza delle due precedenti stagione stava tutta nella relazione tra Sandy e Norman, nelle loro battute, tempi comici e capacità di aver creato una solida amicizia sulla volontà di supportarsi senza mai dare l’altro per scontato o scontandogli nulla, in Il metodo Kominsky la forza dei sei episodi sta tutta nei vari modi che i protagonisti trovano per dire addio al passato e trovare (o almeno provarci) nuove vie per vivere il proprio futuro.

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Il tumore si è portato via Norman. Trascinando Sandy in uno dei momenti più cupi della sua vita, visto che ora si trova da solo a vivere la sua sregolatezza emotiva, non più equilibrata e veicolata dai consigli del suo ex agente e miglior amico. Il dolore di Sandy è lampante; la sua incapacità di esprimerlo; il sentire, più di sempre, il peso della sua vecchiaia ora che si trova a doverla affrontare senza i battibecchi continui e pungenti di Norman. Ma la vita deve continuare. Soprattutto se la morte di un amico non ferma la possibilità di sentirlo vicino. Sandy si ritrova, infatti, a dover essere l’esecutore testamentario delle sue ultime volontà: dalla impossibile lotta per cercare di riequilibrare le vite dei suoi diretti eredi, la figlia ex tossicodipendente Phoebe (una Lisa Edelstein forse finora poco valorizzata, ma che mostra tutta la sua verve e capacità comica proprio con questo ruolo) e del nipote scientologista Robbie (l’ex bimbo prodigio del cinema americano Haley Joel OsmentIl sesto senso, A.I – Intelligenza artificiale tra gli altri – che qui dona comicità ed ironia ad un personaggio che punta a presentare un j’accuse contro i metodi usati dalla nota setta che tante star ha conquistato nel mondo di Hollywood); alla preoccupazione per l’improvvisa ricchezza della figlia Mindy (quanta bravura ha regalato la quasi sconosciuta Sarah Baker a questa serie!), temendo che il futuro marito di lei, Martin (uno strabiliante Paul Reiser, che fa parte dello show dalla seconda stagione e che nella terza è protagonista di una scena in cui rivede se stesso guardando un vecchio film alla tv, A cena con gli amici di Barry Levinson – che appare anche lui, nei panni di se stesso e di colui che offre a Sandy la prima vera occasione nella sua carriera di attore).

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Ma la nostalgia per le sue lunghe chiacchierate con Norman, la mancanza per quell’amico grillo parlante sui suoi errori, sembra non lasciare mai nemmeno per un solo attimo Sandy. Che dovrà aspettare l’arrivo, improvviso, di Ruth – sua prima moglie e madre di Mindy – giunta a Los Angeles per supportare la figlia nei preparativi per il suo matrimonio con Martin. Ed è qui che ritroviamo – dopo una breve apparizione già avvenuta durante la seconda stagione di Il metodo Kominsky – la coppia Michael Douglas/Kathleen Turner, protagonista di iconici titoli del cinema tra gli Anni ’80 e ’90 e che nell’interpretare la tenera (seppur turbolenta) relazione tra Sandy e Ruth offrono alla serie la vera linfa della sua terza e ultima stagione. Perché se le prime due erano state l’emblema della diverse sfaccettature e conseguenze nella vita di ognuno di noi dell’amicizia, ora è il sentimento dell’amore a porsi come centrale nella narrazione e trama dei sei episodi. L’amore da parte di due genitori per una figlia ormai grande, ma che ha ancora bisogno di essere e sentirsi protetta; quello di un figlio che non riesce a raccontare ad una madre quanto lo abbia soffocato per tutta la vita; quella di un uomo che solo in avanzata età scopre quanto l’amore di una donna possa arricchire la sua vita; quella di due ex coniugi, la cui relazione è stata chiusa perché uno dei due non è stato un buon marito, che si ritrovano a scoprire che la loro rottura, l’accettazione della fine del loro amore stia finalmente permettendo loro di diventare amici, godendo di una complicità mai vissuta prima e che ora è di vitale importanza. All’interpretazione, magistrale in entrambi i casi, della Turner e di Douglas i produttori di Il metodo Kominsky affidano anche il difficile compito di essere i protagonisti dell’ultimo dolore, dell’addio definitivo con il pubblico. Che si trova spiazzato nel vedere che Sandy dovrà fare i conti con il fatto di raggiungere il vero successo professionale solo quando la sua vita lo costringerà ad essere sempre più solo. Come a voler ricordare che una statuetta non aiuti a riempire una vita.

E’ ricca di messaggi, di profondi sentimenti impeccabilmente descritti e narrati, questa terza stagione di Il metodo Kominsky. Vi consigliamo di non perderla e, nel caso in cui non lo abbiate ancora fatto, di recuperare le due precedenti. Vi troverete ad assistere ad una delle migliori serie televisive che siano mai state realizzate nell’ultimo decennio.

di Joana Fresu de Azevedo