L’uomo più ricco del mondo, con un incredibile segreto. Un misterioso maggiordomo, che vuole proteggere i segreti del proprio datore di lavoro. Un giovane scrittore, in crisi artistica e di identità. Una bellissima donna, disposta a rinunciare a se stessa pur di riavere suo figlio. Una leggenda Navajo, che sembra continuare a influenzare la vita di un popolo che vuole continuare ad avere il controllo sul proprio territorio e destino. Dieci capitoli, attorno ai quali si articolano le vicende dei protagonisti. Storie diverse. Che sembrano voler rispondere tutte alla stessa domanda: l’uomo è davvero libero? E’ davvero artefice unico del suo destino?

Un complicato intreccio narrativo quello architettato dal celebre sceneggiatore e regista polacco Lech Majewski nel suo nuovo film, Valley of the Gods, che ha atteso la possibilità di un graduale ritorno alla normalità post-pandemica per poter presentare il suo nuovo film in sala, dal 3 giugno, distribuito in Italia da CG Entertainment (il cui Presidente, Lorenzo Ferrari Ardicini, risulta anche tra i co-produttori dell’ultima opera di Majewski), in collaborazione con Lo Scrittoio. Un’attesa con la quale regista e distributori hanno voluto rendere omaggio al pubblico, giudicando che l’immaginario – visionario e poetico come non mai – di Valley of the Gods – dell’autore polacco potesse essere colto e sublimato solo dalla visione in sala. Per gli stessi motivi, nonostante la sua mission di distributori di cinema d’autore in streaming che ha portato al successo della CG Entertainment, Ardicini ha ribadito che verranno rispettate le finestre di distribuzione in sala prima di rendere il titolo disponibile sulle piattaforme, cercando di garantire la maggiore tenuta in sala possibile. Una scelta condivisa ed apprezzata da Lech Majewski, che ribadisce di non aver mai pensato al suo film per un mezzo che fosse diverso da quello del grande schermo cinematografico e che ha atteso diversi anni dopo la sua realizzazione (completata nel 2019) proprio per attendere il momento giusto. Quel momento è arrivato. E grande è la curiosità di sapere come lo spettatore reagirà a quello che è uno dei film più enigmatici, ricco di riferimenti cinematografici e letterari e carico di metafore filosofiche di tutta la filmografia di Majewski.

Ogni inquadratura, ogni scena viene studiata e narrata con una maniacale cura dei dettagli. Majewski calibra i movimenti della macchina da presa nell’intento di raccontare attraverso l’immagine i propri personaggi. Quasi svuotati (o liberati) del peso della parola, per lasciare che siano i loro corpi, i loro sguardi, i loro gesti a parlare per loro. Tutti sono protagonisti. Non conta che si stia guardando agli eccessi dell’esuberante vita dell’uomo più ricco sulla terra e collezionista di arte (e non solo) Wes Tauros (un John Malkovich che sembra affidare la propria interpretazione esclusivamente al volere del regista, arrivando però così a perdere a volte di incisività in scena) o allo spaesato John Ecas (Josh Hartnett), che dopo una separazione traumatica dalla moglie, inizia a scrivere la biografia di Tauros (più per la voglia di evadere dalla sua vita che per quella di raccontare quella del magnate) e accetta un invito nella sua magione. Un castello super-tecnologico, trasformato dal suo proprietario in una personale galleria, in cui ogni stanza è sala espositiva per uno dei pezzi d’arte collezionati ed esibiti a dimostrazione del più sfrenato sfarzo. A questi due personaggi si accompagna

Wes Tauros (John Malkovich), l’uomo più ricco sulla terra e collezionista di arte, vive nascosto dal mondo in un misterioso palazzo, conservando un segreto che lo tormenta, incapace di provare vera empatia se non per il suo straziante dolore. John Ecas (Josh Hartnett, che parlando della sua esperienza sul set di The Valley of the Gods ha dichiarato: L’ho sentito come uno dei film più sperimentali a cui abbia lavorato, mi è piaciuto tantissimo, dopo aver ammesso di aver scelto di intraprendere la carriera di attore dopo essere rimasto folgorato dalla visione di Basquiat, di cui Lech Majewski è stato sceneggiatore), dopo una separazione traumatica dalla moglie, inizia a scrivere la biografia di Tauros e accetta un invito nella sua magione.

A questi due enigmatici personaggi si uniscono due figure fondamentali nello sviluppo narrativo di Valley of the Gods come in quello dei due protagonisti precedentemente descritti. Si tratta, da una parte, del maggiordomo Ulim (interpretato da un ancora straordinario Keir Dullea, che – seppur in un ruolo solo in apparenza minore – continua a mostrarci quella straordinaria bravura che ha contraddistinto tutta la sua carriera, costellata dalla partecipazione ad oltre 60 film e dall’indimenticabile ruolo del protagonista nel kubrikiano 2001. Odissea nello spazio), portavoce e tutore dei più reconditi segreti del misterioso e volitivo Tauros, cui spetta anche il ruolo di guida nel mondo fastoso, spesso incomprensibile e fagocitante, del suo datore di lavoro; dall’altra, di Karen Kitson (la bellissima e qui anche – finalmente – intensa Bérénice Marlohe che, parlando del lavoro fatto con Lech Majewski, ha dichiarato: Per me è una soddisfazione scoprire che alcune persone nutrono ancora interesse per l’arte, per la creatività, che sfidano le convenzioni, che portano nei film il loro punto di vista sulla vita e sui temi importanti), una donna bellissima, scelta tra oltre 200 candidate per impersonare la moglie scomparsa di Tauros e che accetterà di diventare una nuova opera sotto teca del miliardario pur di riavere con sé il figlio che le è stato portato via dopo una turbolenta separazione. Tutti i personaggi si muoveranno, più o meno inconsapevolmente, in un contesto in cui la società del magnate, che estrae uranio, ha deciso di scavare anche nella Valle degli Dei, violando una terra sacra: secondo un’antica leggenda Navajo tra le rocce della Valle sono rinchiusi gli spiriti di antiche divinità, che ancora oggi dominano le decisioni e le esistenze di coloro che popolano i territori Navajo.

Raccontando che il lavoro di scrittura di Valley of the Gods lo abbia accompagnato forse da sempre, Lech Majewski ha dichiarato:

Mi sono chiesto come sarebbe un “Citizen Kane” di oggi. La domanda è nata quando stavo scrivendo e producendo il film Basquiat. Per preparare il lavoro ho intervistato alcuni dei collezionisti d’arte più importanti degli Stati Uniti, che sono tra gli uomini più ricchi del mondo. Non rimasi colpito dal modo in cui parlavano di Basquiat – per loro era più che altro una merce di scambio, quasi oggetto di speculazione finanziaria – ma dal fatto che la maggior parte di loro era infelice, nonostante le infinite possibilità che avevano. Nulla a che vedere con quella forza e quel calore che senti quando entri in contatto con i Navajo. Ironia della sorte, sembra quasi che le persone povere siano più felici. In Valley of the Gods ho voluto mostrare che l’uomo più ricco della terra che vive in cima a una montagna, in un mondo completamente protetto, una volta che si confronta con la realtà comune può diventare completamente vulnerabile.

Diversi, nello scorrere delle visionarie immagini del film, i richiami ed omaggi al cinema, in particolare, ed alla cultura italiana in generale. Dalle influenze del cinema onirico di Federico Fellini alla cura nelle inquadrature che ha amato e imparato da Michelangelo Antonioni. Alla determinazione nel poter girare una scena in particolare alla Fontana di Trevi di Roma, in cui si è dovuto arrendere alla burocrazia che non gli ha permesso di poter far entrare i suoi attori/tenori, ma che non gli ha impedito di girare una delle scene più folli (affidandosi alla computer grafica che gli ha permesso di inserire successivamente nella scena i cantanti), ma al tempo stesso emblematiche di tutto il film.

Parlando del suo profondo legame con l’Italia, il regista polacco ha dichiarato:

Io mi sento quasi italiano perché il mio lato artistico è nato a Venezia. Mio zio insegnava al conservatorio di Venezia e io lo andavo a visitare spesso. Così conobbi il Giorgione, Bellini, l’arte veneziana e poi gli artisti fiorentini. Fu amore a prima vista, l’Italia è sempre nei miei pensieri. Quando studiavo per diventare pittore, il momento rivelatorio per me fu alla Galleria dell’Accademia di Venezia davanti alla Tempesta del Giorgione, il mio dipinto preferito. In quel momento topico della mia giovinezza dovevo decidere chi sarei diventato; guardando quel dipinto mi ci sono perso dentro e ho avuto la stessa sensazione anche al cinema, durante la scena del parco nel film Blow Up. In quel momento ho pensato che se Giorgione fosse stato ancora vivo sarebbe stato Michelangelo Antonioni. Questa fu la scintilla che mi fece lasciare l’accademia d’arte e iscrivere alla scuola di cinema. Quando ero al secondo anno Michelangelo Antonioni visitò la mia scuola. Gli chiesi se quando arrivava sul set si ricordava tutto ciò che doveva fare, oppure se andava a sentimento: lui mi disse che cercava di dimenticare tutto quello che si sarebbe dovuto fare sul set, perché voleva osservare la realtà che gli si presentava in quel preciso istante. E questa fu la più grande lezione di cinema che abbia mai avuto in tutta la mia vita: scoprire ogni cosa e vederla come se fosse per la prima volta

Tutto questo guida fortemente il suo nuovo film. Insieme alla voglia di raccontare due miti contrapposti e in contraddizione tra loro: quello della ricerca spasmodica e smodata della ricchezza, che non corrisponde al trovare la libertà di poter agire per il proprio benessere e quello della tradizione ancestrale di un popolo antico, ma ancora oggi costretto a lottare per la propria sopravvivenza e riconoscimento del proprio ruolo nella società.

Il risultato è che Valley of the Gods risulta come un epocale e colossale film dalle profonde implicazioni filosofiche, un omaggio al bello e all’arte, ma anche una dura ed aspra critica ad una società che è capace di distruggere ciò che di bello e ricco lo circonda pur di poter accumulare ricchezze e potere. Lo spettatore uscirà dalla visione spaesato, colpito, anche aggredito nelle proprie convinzioni. Ma, indubbiamente, arricchito dalla visionarietà di un autore che riesce in ogni movimento di macchina a imporre il proprio sguardo sulla narrazione. Rendendo la sua idea di cinema universale.

di Joana Fresu de Azevedo