È sempre difficile raccontare un personaggio leggendario. Qualsiasi strada si cerchi di seguire non sarà mai sufficiente per riassumere in sé le sue imprese, le sue gioie, i suoi dolori e la vita incastrata tra questi. È una missione ancora più complessa quando si tratta di proporre questa storia al suo paese di provenienza, dove è conosciuto bene da ammiratori e non, trasformatosi nel corso degli anni in semplice cultura generale. Questo è il rischio principale del biopic, un genere molto amato negli Stati Uniti soprattutto durante la award season, e che lentamente sta giungendo in Italia in forme diverse dallo sceneggiato Rai. Prima si son toccati scrittori, artisti o personaggi politici importanti e solo ultimamente si è arrivati o meglio tornati (Marco Risi ci provò nel 2007 con Maradona – La mano del Dios) su uno dei veri cardini della cultura popolare italiana: il calcio. Risale solo all’anno scorso la miniserie Sky Speravo de morì prima, concentrata sugli ultimi anni di carriera di Francesco Totti (nonostante la presenza di alcuni flashback sugli inizi): un progetto che tonalmente non era stato capace di trovare una propria voce, posizionandosi tra il simil-documentario e la commedia più popolare.

A seguirlo quasi a ruota è Il Divin Codino, il film diretto da Letizia Lamartire per Netflix. Questa volta al centro dell’attenzione si trova Roberto Baggio, conosciuto come il Raffaello del calcio italiano per l’eleganza ed elevato a divinità (con il suo nomignolo che dà il titolo al film) per il suo incredibile talento in campo. Se solitamente si preferisce focalizzarsi su un periodo preciso, forse per la paura di non riuscire a fornire una visione completa, la sceneggiatura scritta da Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo prende come riferimento tutta la ventennale carriera del celebre giocatore, limitandosi a saltare solo alcuni periodi tramite alcuni passaggi forse troppo bruschi. Si parte dal primo contratto con la Fiorentina per arrivare infine all’addio a San Siro, proposto tramite un filmato d’archivio.

La scelta più interessante de Il Divin Codino da un punto di vista narrativo è quella di costruire una leggenda passando per i suoi insuccessi: così vengono evidenziati e in un modo celebrati, in quanto tappe essenziali e inscindibili alla sua persona e al suo successo, i numerosi infortuni, il rigore mancato ai Mondiali contro il Brasile che lo perseguiterà per tutta la vita e il rapporto difficile con le diverse squadre con cui ha giocato. Come spiegato dallo sceneggiatore Stefano Sardo durante la conferenza stampa, si tratta di un fuoriclasse che ha dovuto combattere con tutte le sue forze per onorare questo suo dono, concentrandosi sull’uomo dietro al campione, come suggerisce il titolo della canzone scritta da Diodato per il film.

Andrea Arcangeli, uno degli attori più promettenti del panorama italiana visto nell’ultimo periodo nella serie Romulus, si avvicina al ruolo di Roberto Baggio con estrema riverenza, senza mai piegarsi a una copia carbone. Lo interpreta con una pacata determinazione, aiutando ad amplificare l’aspetto più emotivo e forse celato della carriera del giocatore. Il Divin Codino si concentra, più che sul campo da gioco, sulla sua sfera religiosa e familiare. Grande spazio è concesso alla conversione di Baggio al buddismo, grazie al rapporto con Maurizio Boldrini (Riccardo Goretti), e al rapporto con il padre Florindo, interpretato dal sempre bravissimo Andrea Pennacchi.

Il Divin Codino non si allontana dalla costruzione tipica del biopic, preferendo una costruzione lineare e forse troppo frammentata. Se salta alcuni passaggi chiave della sua carriera, riesce comunque a presentare un quadro necessario di un campione, fatto di umiltà e rispetto per il proprio talento. Letizia Lamartire crea così un film in grado di soddisfare ed emozionare i tifosi e di presentare la figura di Baggio anche a chi lo conosce meno, mostrando con amore aspetti magari più nascosti della sua persona.

di Giada Sartori