Cosa significa vivere? Sembra una domanda strana da porsi, una di quelle che stereotipicamente l’uomo lascia ai filosofi, forse i soli con sufficiente tempo per riflettere su questioni simili. Forse è soprattutto una domanda spaventosa per le migliaia di possibili risposte. La vita è qualcosa che di solito definiamo per confini: è ciò che inizia quando nasciamo e finisce quando moriamo. Riassumere quello che si trova nel mezzo, quell’insieme di anni, esperienze, gioie e dolori, equivarrebbe a una semplice e deleteria forzatura. Negli anni in molti hanno provato a definire la vita o a indicare metodologie per affrontarla, dalle banali raccolte di aforismi passando per la filosofia stessa. L’arte prova quotidianamente a rappresentare la vita, forse il concetto più effimero che ci sia, ma difficilmente riesce a darne un quadro che non sia limitato a quella semplice esperienza. Una rara e apprezzata eccezione è Un altro giro (Druk), il nuovo film di Thomas Vinterberg che domani, 20 maggio, arriverà finalmente nelle sale italiane dopo l’Oscar come Miglior Film Straniero.

Il regista, in un’intervista rilasciata a Vulture per presentare il film, lo definì life-affirming: si tratta di una parola che non ha vera e propria traduzione nella lingua italiana, ma è forse il metodo migliore per descrivere quello che è riuscito a realizzare Vinterberg con Un altro giro. Non solo esplora le contraddizioni del binomio vita-sopravvivenza, ma vuole soprattutto affermare la sua bellezza prorompente ed effimera, cristallizzandola in una memorabile sequenza finale. Un altro giro parla di vita perché nasce dalla tragedia: Ida, figlia del regista, morì in un incidente stradale ad appena quattro giorni dall’inizio delle riprese. Il film, dopo quel momento, cambiò direzione, diventando più personale, più umano e in un certo malinconico senso più ottimista. Il set era un luogo per elaborare quella scomparsa improvvisa e per creare quella necessaria speranza. Se vi ritrovate a ridere a con questo film, spiegò Vinterberg in un’intervista, non è perché gli attori stavano solamente cercando di essere divertenti, stavano soprattutto cercando di far ridere il loro caro amico e regista in un momento della mia vita in cui non riuscivo a farlo.

Un altro Giro parte da una premessa insolita e forse assurda per avvicinarsi al concetto di vita. Si tratta difatti della semplice storia di quattro professori liceali – Martin (Mads Mikkelsen), Tommy (Thomas Bo Larsen), Nikolaj (Magnus Millang) e Peter (Lars Ranthe) – che scoprono di essere bloccati nel limbo dell’età adulta, ormai testimoni passivi della loro stessa esistenza. Afflitti da problemi a casa e a lavoro, trovano nel loro rapporto di fratellanza l’unica via di fuga e di svago. Alla festa di compleanno di Nikolaj, qualcuno menziona una teoria dello psichiatra norvegese Finn Skårderud, secondo la quale l’uomo è nato con un deficit dell’0.05 di alcol nel sangue e per questo motivo, per vivere al meglio delle sue capacità, dovrebbe essere sempre almeno un po’ ubriaco. Presto quello che parte come uno scherzo diventa un test: i quattro uomini decidono di affrontare la loro vita bevendo di nascosto e inizialmente notano dei benefici. Ad esempio Martin, interpretato da un Mads Mikkelsen che non perde mai l’occasione per confermarsi come uno degli attori più capaci del panorama odierno, riesce a riconciliarsi con la moglie e a farsi apprezzare dai suoi studenti. Con il tempo però è sempre più difficile nascondere quella che si sta trasformando lentamente in una dipendenza deleteria per loro e per chi li circonda.

Attraverso l’alcol e la conseguente assenza di freni, Un altro giro trova una strada inusuale per parlare di libertà, dei limiti che l’uomo si impone e di quelli che gli vengono invece imposti dalla società. Kierkegaard diceva, come sottolinea una studentessa all’interno del film, che non osare è perdere se stessi. Potrebbe sembrare uno di quei tanti aforismi o pensieri inflazionati da cui dovremmo fuggire per trovare delle risposte, ma Vinterberg usa questo semplice pensiero come perno della sua narrazione. È la rappresentazione del rischio da correre (osare) e allo stesso tempo del pericolo da evitare (perdere se stessi). Un altro giro mostra una strada tortuosa, tra inseguimento forzato di una gioventù sfuggita dalle nostri mani e un’eccessiva ingenuità, ma forse proprio in quel posto si trova quella vita che l’uomo cerca.

di Giada Sartori