Fin dalla nostra nascita, la morte ci viene presentata come la fine definitiva di ogni speranza e la paura da avere di default in quanto esseri umani. Sembra che nella morte non possa esserci niente che possa aiutarci a vedere il futuro, come se un macigno si posizionasse sul nostro orizzonte precludendoci qualsiasi strada o speranza. Come può allora un film su una malattia terminale e sul suo inevitabile traguardo essere qualcosa di profondamente ottimista e speranzoso? Potrebbe apparire come una missione impossibile e forse addirittura controproducente, ma Babyteeth, il lungometraggio d’esordio della regista australiana Shannon Murphy, riesce ad essere tutto ciò senza mai scadere in una glorificazione gratuita del dolore.

Non racconta certamente una storia nuova. Nell’ultimo decennio, soprattutto a partire dall’uscita di romanzi (e successivi adattamenti) come Colpa delle Stelle di John Green, molte narrazioni hanno avuto al loro centro una storia d’amore intrinsecamente legata alla malattia o più generalmente alla tragedia. In Babyteeth, difatti, la protagonista appena sedicenne, Milla (Eliza Scanlen, già apprezzata per le sue interpretazioni in Piccole Donne e Sharp Objects), non riesce a vivere la quotidianità dei suoi coetanei, sia a causa di un cancro che continua a ripresentarsi ma anche per l’atteggiamento forse troppo protettivo dei suoi genitori, Anna e Henry (rispettivamente Essie Davis e Ben Mendelsohn). Così quando, un giorno alla stazione dei treni, incontra Moses (Toby Wallace), un ragazzo scappato di casa che appare subito ai suoi occhi come l’antitesi perfetta della vita che la sua famiglia ha sempre provato ad imporle, Milla sceglie di invitarlo nella sua vita. Si fa tagliare i capelli da lui, lo presenta ai suoi genitori sapendo che la madre ne sarà terrorizzata, esce a ballare con lui restando fuori la notte. Decide di cercare quella bellezza rimasta nei suoi ultimi mesi di vita con l’aiuto di Moses, nonostante le difficoltà e i pareri contrastanti di chi le gira attorno.

La sceneggiatura è firmata da Rita Kalnejais, autrice dell’omonimo spettacolo teatrale, ma non si avvicina nemmeno per un’istante alla solita concezione che lo spettatore potrebbe avere di un adattamento tra palcoscenico e pellicola. Babyteeth segue un ritmo tutto suo, dove le stonature e gli eccessi sono tollerati e incentivati perché necessari a dipingere la vita in tutte le sue reali sfumature. Shannon Murphy sfrutta soprattutto giochi di colori e musica, evitando scelte melodrammatiche e preferendo innovazione e contrasti. Babyteeth, al contrario di altri film similari, non desidera costringere lo spettatore in una prigione fatta di pietismo gratuito, ma piuttosto preferisce lasciare affezionare ai personaggi nelle loro imprecisioni e nei loro tentativi e permettere così che quelle emozioni siano frutti spontanei, più che qualcosa di estremamente forzato.

Babyteeth non è un film perfetto e non cerca di esserlo. Sa che una ricerca eccessiva finirebbe per annullare quell’energia spontanea e selvaggia che sembra abbracciare ogni aspetto del film. A trovare la coesione in questo uragano di forze contrastanti è il cast, che abbraccia con vitale malinconia le idee di Murphy e Kalneijais. Se Eliza Scanlen è capace di far entrare nella mente di Milla con semplici e rapide occhiate, a spiccare è soprattutto Toby Wallace, vincitore del Premio Mastroianni alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Prima conosciuto come uno dei protagonisti di The Society, in Babyteeth riesce a mettere a fuoco l’umanità di Moses sotto l’ironia e gli inevitabili secondi fini, rendendolo qualcuno che il pubblico, oltre a Milla stessa, può vedere come una speranza, un’alternativa confusa ma reale alla morte.

di Giada Sartori