Dopo due anni di riprese e altrettanti di montaggio, il regista altoatesino Stefano Bellumat, in arte Joe Barba, ha ultimato la testimonianza di un ambizioso progetto musicale, avviato dall’artista Johnny Mox e dalla band Above The Tree, che mira a coinvolgere migranti provenienti da tutta Europa. L’esperimento intende portare la musica nei centri d’accoglienza per rifugiati attraverso laboratori e concerti. La formazione dei gruppi non è mai stabile, ma cambia a seconda del luogo in cui si svolgono gli incontri: proprio come degli stregoni, i membri dell’organizzazione interagiscono con persone nuove facendo uso di un linguaggio universale.

La sequenza che apre il documentario vuole presentare uno stralcio di quotidianità dei migranti, costretti a comunicare mediante il cellulare con familiari lontani. Gli smartphone costituiscono l’oggetto narrativo principale dei flussi migratori: è infatti impossibile raggiungere l’Europa senza un simile dispositivo. A illustrare il difficile contesto in cui vivono i rifugiati è lo stesso Johnny Mox, principale ideatore di Stregoni, il quale caldeggia la condivisione di un palco in quanto perfetta metafora delle relazioni tra le persone.

Joe Barba insegue i volontari nei loro lunghi viaggi: dapprima in Italia, successivamente in capitali europee come Parigi, Amsterdam, Bruxelles. I racconti del narratore si sommano ai resoconti dei rifugiati, così da offrire una visuale completa circa le problematicità della questione migratoria all’interno dell’Unione Europea. Molti testimoni offrono interessanti squarci dell’esistenza che conducevano nel loro paese: Zaid Khalid, originario di Mosul, ricorda il suo primo avvicinamento al mondo della musica e l’ostilità da parte dei suoi conterranei dinanzi alla scelta d’intraprendere un percorso artistico; Ayam Al Ghorba, promotore di un’iniziativa chiamata Refugees of rap, rievoca con entusiasmo la fine di un workshop a tema musicale,in cui ottanta ragazzi siriani, inizialmente convinti di voler diventare soldati, manifestarono una grande passione per un ambito prima inesplorato.

Il lavoro del regista sudtirolese attesta il ragguardevole tentativo da parte dell’associazione d’instaurare una connessione con altri esseri umani attraverso un medium che non ha bisogno di parole, e che trattiene in sé un messaggio facilmente comprensibile. Durante i concerti Johnny Mox si colloca sempre dietro ai musicisti itineranti, lascia loro spazio, regala loro una voce: suona la batteria e li incita a presentarsi e ad esporre agli spettatori frammenti delle loro esperienze. Il titolo del lungometraggio cela uno spunto affatto banale: i migranti vengono in un certo senso privati della loro voce, e tramite il rap possono finalmente esprimersi ed essere presi in considerazione da un vero pubblico di ascoltatori. Stregoni rappresenta un confronto continuo e faticoso: non sempre le sessioni musicali ottengono risultati soddisfacenti, e spesso i rapporti tra i vari componenti della band vengono compromessi a causa di litigi e incomprensioni. L’apporto di Johnny Mox assume così un ruolo importante all’interno delle dinamiche del gruppo, poiché riesce a trovare un equilibrio tra personalità con storie di vita assai diverse.

Joe Barba compie una ricerca dotata di grande impegno e di spirito di denuncia: ne emerge un’umanità dimenticata e al contempo dotata di un desiderio di riscatto e di un’energia quanto mai straordinari.