Un secolo prima della conquista spagnola, il popolo Aymarà, una delle principali nazioni indigene delle Ande Centrali, veniva sottoposto al dominio degli Inca per poi venire assorbito dall’Impero. Oggi il termine aymarà non indica tanto una certa etnia, quanto un gruppo d’individui che adotta come lingua madre una tra le parlate appartenenti all’omonima famiglia. La stragrande maggioranza dei parlanti risiede oggi sull’altopiano peruviano e boliviano intorno al lago Titicaca.

Il corto-documentario di Ana Edwards, parte di un minuzioso lavoro di ricerca svolto all’interno di una tesi di laurea in antropologia visuale, studia le tradizioni e i culti di una piccola comunità Aymarà situata nella località di Chucuyo, in Cile. L’indagine antropologica si dipana in due diverse sezioni: nella prima parte, una giovane donna ritratta in bianco e nero racconta la storia religiosa della sua gente; nel secondo (e più ampio) segmento, una vecchia pastora di nome Matilda viene pedinata dalla macchina da presa nel corso delle sue giornate (in questo caso ricche di sfumature cromatiche). Il filo rosso che lega tali figure femminili va rintracciato nell’ambito della fede religiosa: entrambe le donne, infatti, si discostano da una visione divina della Terra, e concepiscono il mondo come un covo di demoni innescato dalla disubbidienza di un angelo ribelle, il Diavolo. Sulla base del loro credo, è stata proprio la parola di Dio ad invitare gli uomini a distaccarsi da un mondo impuro, contaminato dal Male.

Nella scena introduttiva viene affrontata la singolare tematica dell’antica venerazione – da parte degli Aymarà – della pietra, provvista del dono magico di proteggere gli uomini. Una pratica simile, tuttavia, è caduta in disuso a causa della seconda ondata di conversioni cristiane avvenuta negli ultimi decenni. L’intervistata osserva quindi come, dopo essere entrati in contatto con il verbo di Cristo, gli Aymarà trattino la pietra come qualcosa d’insignificante, senza attribuirle il valore simbolico che aderiva all’insieme di credenze risalente all’età precolombiana.

Quando nell’inquadratura affiora un assortimento di colori caldi inserito in un vasto scenario montano, ecco sopraggiungere l’austera figura di Matilda. L’anziana signora viene seguita durante una serie di occupazioni giornaliere: la preghiera mattutina, il pascolo degli alpaca, la produzione di tessuti in lana, la celebrazione della messa. Talvolta la donna rimane in silenzio e osserva impassibile il paesaggio circostante, talvolta parla alla videocamera e conduce alcune riflessioni, tra cui un’accesa invettiva contro la natura, sottoposta a ripetute minacce da parte d’invisibili spiriti maligni, e per questo fonte di danni irreparabili.

La citazione iniziale del profeta Isaia, relativa alla trasformazione dei torrenti in pece e della polvere in zolfo, viene ripresa alla fine, quando Matilda rievoca un incubo in cui viene catapultata su un’alta montagna pervasa dallo zolfo. Tale reminiscenza si collega ad un episodio biblico specifico, in cui si fa riferimento ad una laguna di zolfo a cui vengono destinati tutti i peccatori. L’aspetto religioso trapela in ciascuna attività a cui l’anziana mandriana si dedica, arrivando a permeare la sua intera esistenza. Il breve documentario della Edwards cerca d’indagare lo stile di vita di un soggetto profondamente devoto, nel tentativo di offrire un attento spaccato della realtà in cui si muove la sua comunità d’appartenenza.

Ana Edwards riesce in parte nel suo intento: il suo lavoro dipinge con estrema cura la quotidianità di un personaggio intimamente radicato ad una certa area del Cile, ma non raggiunge un risultato ottimale a causa della scarsa qualità delle riprese. Il difetto primario del progetto sta nella mancanza di coesione all’interno della seconda sezione: la documentarista sa incalzare la protagonista con la camera a mano, ma non mediante la parola, per cui la donna viene lasciata a sé stessa, ai propri pensieri e alle proprie convinzioni, non consentendo così un margine di dibattito relativo alla sua situazione paragonata con le circostanze attuali. Risulta inoltre problematico individuare una compattezza a livello visuale, fatta eccezione per il ripetuto impiego di riprese traballanti. Gli attimi di vita del soggetto si susseguono scevri di qualsiasi logica: trovare un una vera consequenzialità capace di connettere le varie scene appare un’operazione ostica, se non inattuabile.

Tra i vari festival a cui il cortometraggio ha partecipato, vanno segnalati l’IDFA Competition di Amsterdam e Il Festival Etnografico di Atene.

di Camilla Fragasso