Il termine kolbar viene utilizzato per indicare un lavoratore che trasporta sulle spalle un pesante carico di merci attraverso i confini dell’Iran, dell’Iraq, della Siria o della Turchia. Tale occupazione è assai diffusa nelle regioni abitate dai Curdi in Iran, contrassegnate da un allarmante stato di disoccupazione e di povertà. Con il suo ultimo documentario, il regista Rahim Zabihi, originario di Baneh, catapulta lo spettatore nel vivo della questione sin dalla scena iniziale: una tremolante camera a mano riporta, infatti, le conseguenze disastrose di una valanga occorsa nella provincia di Sardasht, nell’Azerbaigian Occidentale, dove si sono spenti ben quattro lavoratori frontalieri. L’episodio prelude di una serie d’interviste che indagano con estrema accuratezza le difficili condizioni di vita in cui riversano i kolbar. Gli spiacevoli inconvenienti con cui questi si devono confrontare quotidianamente riguardano soprattutto le complicanze associate all’inospitalità del luogo: superfici sdrucciolevoli, frane improvvise, afa insostenibile e spossante.

I kolbar si definiscono esseri deboli e umili, dotati di una pregevole attitudine alla resistenza fisica e di una remissività tale da svolgere le stesse mansioni che generalmente vengono affidate ai muli o ai cavalli. Nell’osservare da vicino storie di uomini tormentati e avviliti dalla mancanza di risorse, il documentarista non intende tratteggiarne un quadro edulcorante o capzioso, ma piuttosto restituire loro dignità. Sentendosi liberi di manifestare il proprio rammarico, i soggetti si abbandonano al pianto e si confidano davanti alla macchina da presa: emergono preoccupazioni materiali quali indigenza, perdita di allevamenti causata dalle violente insorgenze della polizia, difficoltà finanziarie in famiglie alle prese con mogli incinta e figli che studiano all’università. A fare da sfondo a una simile realtà di miseria e desolazione entrano in gioco brutali squarci di paesaggio dominati da zone deserte e selvagge, dall’asprezza delle montagne, dalla ferocia di animali randagi che si contendono le carcasse dei cavalli.

Il documentario, realizzato grazie ad una decennale attività di ricerca, sviluppa una vera e propria denuncia delle ineguaglianze che imperversano nel Kurdistan iraniano. Zabihi cerca d’immedesimarsi nella disperazione dei kolbar e prende posizione partecipando a varie manifestazioni, valorizzando le loro voci arrabbiate e risentite. Viene quindi conferito un certo rilievo all’intervento di un giovane lavoratore, il quale si scaglia coraggiosamente contro le forze dell’ordine la grave accusa di essere state protagoniste dell’uccisione di civili innocenti unicamente per l’appartenenza alla categoria dei kolbar. Il manifestante fa osservare inoltre che le stesse autorità locali siano a conoscenza della situazione di ristrettezza dei lavoratori frontalieri, ma non abbiano mai adottato seri provvedimenti per risolvere quella che appare a tutti gli effetti una piaga sociale.

Rahim Zabihi ha perso la vita in un incidente stradale nel 2018, a due giorni dal rilascio da parte del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, che lo avevano a lungo tenuto in stato d’arresto. La regista Beri Shalmashi lo ha ricordato come una delle figure di spicco nella lotta contro il governo iraniano.

La meticolosa indagine di Zabihi si è meritata la selezione all’IDFA Competition di Amsterdam.

di Camilla Fragasso