L’idea di Sublime secondo un politico inglese, conservatore e in serie difficoltà economiche, in pieno Settecento è l’oggetto di un film fuori dagli schemi. Il protagonista è un uomo di grande peso, capace di influenzare il pensiero politico dell’epoca con le sue posizioni sulla Rivoluzione America e soprattutto sulla Rivoluzione Francese, ma anche attratto dalla speculazione filosofica.

Si tratta di Edmund Burke (1729-1797), protagonista del film The Trouble with Nature, opera prima del regista danese Illum Jacobi. Con i mezzi illimitati del cinema e la sua capacità di essere improbabile per dare corpo all’impossibile, Jacobi ci presenta un uomo in divisa da ricco dell’epoca, con la sua marsina di velluto rosa antico, camicia bianca a jabot, scarpe nere con fibbia e parrucca mentre si aggira tra campi di lavanda in compagnia di una ragazza minuta che trasporta sulle spalle alcune casse di legno. Da queste usciranno servizi da tè in porcellana, ciprie, pennelli da barba, teiere, una maschera da medico della peste da indossare mentre qualcuno ci infarina la parrucca e altri numerosi oggetti simbolici di una aristocrazia incapace di rinunciare ai propri privilegi. Burke è nel sud dell’Europa, prima in un paesaggio provenzale, poi alpino, per cercare il Sublime, si presume dopo aver formalizzato le sue caratteristiche in un trattato, Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful (1756-1759), in cui aveva cercato di classificarne la natura su base empirica, da buon inglese. Per questo trova insignificanti i campi di lavanda e di avena in cui si aggira nelle prime fasi del suo viaggio, lui non cerca il bello, ma il Sublime, qualcosa di smisurato che susciti terrore.

Con la sua serva paziente che viene da lontano, da qualche arcipelago tropicale, comincia la sua salita. Entrambi hanno un unico vestito, non mangiano, bevono solo tè e si spostano vagamente verso le prime alture che riescono a vedere. Sono essi stessi due idee: Burke incarna colui che vuole sottomettere la natura con la pretesa che sia esattamente come se l’aspetta, la Serva al contrario la vive con gioia e abbandono, come una parte di essa. Ne passeranno di tutti i colori, soprattutto Burke che a un certo punto, deluso dalla mancanza di scosse emotive, comincerà a mangiare tutti i funghi che trova sperando di trovare un certo tipo di champignon che provoca visioni, finché un’amanita falloide gli creerà seri problemi. Continueranno a salire per boschi e dirupi fino a raggiungere una cattedrale di ghiaccio e una vetta sulla quale Burke avrà finalmente il suo grande choc sublimale.

Jacobi riesce nell’intento di far riflettere su un nodo fondamentale che sta alla base del Romanticismo: la relazione tra l’uomo e la natura, unica dispensatrice del Sublime. Ma, più concretamente, riflette anche sul senso del viaggio che dalla metà del Settecento si impone come indispensabile nella formazione degli aristocratici del nord. L’attrazione fatale per le montagne inizia in questo periodo, tant’è vero che Burke a un certo punto si lamenta perché non le trova: Avrei fatto meglio ad andare a Venezia!

Al di là dei numerosi contenuti filosofici, su un piano più pragmatico, The Trouble with Nature riesce a rendere l’idea di quello che devono aver vissuto i primi viaggiatori delle alte montagne, all’origine di un’epopea che ancora adesso lascia qualche spazio inesplorato. Il film, benché collocato in pieno Illuminismo, è soprattutto un omaggio a quello che avverrà poco più tardi, il grande periodo del Romanticismo Tedesco simboleggiato da due dei suoi paradigmi assoluti: il minuetto delle Settima Sinfonia di Ludwig van Beethoven, che apre il film, e la sequenza che riproduce Il viandante nel mare di nebbia di Caspar David Friedrich, nel finale.

di Daniela Goldoni