Fabiano gestisce la piccola attività agricola ereditata dal padre nella Valle Vergeletto, frazione del comune svizzero di Onsernone, coadiuvato da due giovani assistenti e dalla compagna Eva. Dal lavoro spossante all’interno della cascina non si ricavano tuttavia risultati soddisfacenti: la vendita del formaggio non fornisce rendite elevate, il casolare in cui vengono allevate otto mucche e cinquanta capre sta cadendo a pezzi, e per giunta l’impresa è sommersa da debiti insoluti. Ma non finisce qui, perché a breve Fabiano diventerà padre. Un tempo tali criticità non lo avrebbero spaventato, in quanto conduceva un’esistenza solitaria e produceva soltanto ciò che era necessario alla propria sopravvivenza, ma con la nascita del figlio si trova costretto ad applicare consistenti modifiche al proprio stile di vita. Quando il peso dei problemi diventa insostenibile, Fabiano viene assalito da un incubo ricorrente, nel quale le sue mucche danzano sul tetto della baita con un impeto tale da provocarne il crollo.

A quattro anni dal rilascio di Rue de Blamage, Aldo Gugolz torna a riprendere con estrema delicatezza e comprensione un’umanità dimenticata: Fabiano ed Eva vivono isolati in una valle situata a ridosso dell’Alpe d’Arena, e in più occasioni affermano di non voler aderire al sistema, di aver deciso consapevolmente di allevare il nascituro in un luogo estraneo alla civilizzazione. La messa in scena sembra aderire in pieno ai valori in cui si riconosce la coppia, che viene sempre accostata alla natura: rarissimi sono i primi piani e i mezzi busti, mentre la figura intera costituisce la tipologia d’inquadratura prediletta dal regista svizzero. Mediante larghe inquadrature si concede allo spettatore una visuale completa dei luoghi in cui si muovono Fabiano, Eva e i due aiutanti, quasi sovrastati dalla crudezza del paesaggio montano.

Il documentario è dotato di un’impalcatura narrativa alquanto solida ed elaborata, che si compone di due parti: nella prima sezione, vengono presentati al pubblico i luoghi e i personaggi che animeranno la vicenda, mentre nella seconda si sviluppa il vero cuore del racconto. A sconvolgere ulteriormente l’esistenza turbolenta della cascina è il rinvenimento dei resti di un corpo, che presto si rivela essere quello di Nikola, bracciante macedone che lavorava in nero presso l’impresa di Fabiano. La notizia raggiunge subito il paese vicino e i telegiornali lanciano bizzarre congetture sulle cause di quello che sembra essere un violento omicidio premeditato. Il primo sospettato è proprio Fabiano, il quale viene citato come l’ultima persona vista da Nikola. Ha inizio così una drammatica odissea alla ricerca del colpevole: i membri del casolare sono consci dell’innocenza del padrone, ma le voci non smettono d’inventare stravaganti ipotesi sulla figura di Fabiano, e le rendite dell’attività cominciano a diminuire pericolosamente.

Gugolz dipinge magistralmente una storia di famiglia sospesa, capace di affidare allo spettatore un sottile margine d’interpretazione attraverso cui riflettere sulle complessità del contesto in cui risiedono i personaggi: la freddezza e l’inospitalità delle montagne, le condizioni climatiche avverse, lo straziante senso di solitudine e la conseguente dipendenza da alcol e droghe, la meschinità e la ferocia delle chiacchiere di paese. L’ultimo lavoro dell’autore svizzero riesce a conferire un’impronta cinematografica ad una tragica esperienza di vita: la macchina da presa segue – senza ostacolarle, ma anzi con grande spirito di comprensione – le vicende d’individui reali, i quali affrontano delicate questioni personali, s’interrogano su se stessi e soffrono in silenzio. La realtà assume le sembianze di un vero e proprio giallo, che solo il tempo sarà in grado di risolvere e relativizzare.

di Camilla Fragasso