In seno al Regno di Danimarca fin dal diciottesimo secolo, la Groenlandia viene vista come una miniera senza fondo di risorse naturali ed economiche per gli altri paesi più che una nazione a sé stante, meritevole di leggi e tutele proprie. Se la maggior parte della popolazione desidera l’indipendenza completa dalla Danimarca, altri son invece convinti che la via migliore sia rafforzare i legami con il regno, chiedendo solo alcune importanti regolamentazioni economiche. A prescindere dalla visione precisa per il futuro del proprio paese, l’unica certezza che accomuna tutti i groenlandesi è il bisogno di una rivoluzione.

Il difficile e acceso dibattito sulla questione ha trovato difficilmente spazio fuori dai confini del paese e proprio per questo motivo il documentario The Fight for Greenland di Kenneth Sorento, presentato nella sezione Destinazione… Groenlandia del Trento Film Festival, risulta essere particolarmente necessario al fine di fornire una visione di insieme, riunendo diversi approcci e punti di vista sulla lotta indipendentista. Difatti il regista segue quattro individui che lo aiutano anche a fare luce sulle problematiche che rendono quel cambiamento auspicato qualcosa di necessario.

Il documentario si apre con un concerto di Josef Tarak-Petrussen, un giovane rapper che usa i suoi testi per esprimere la rabbia che cova verso il suo paese. Critica il modo in cui l’educazione sia accessibile solo se conosci la lingua danese o come la comunità groenlandese sia vista come un insieme di alcolizzati senza valore. Al suo fianco c’è Paninnguaq Lind Jensen, artista principalmente teatrale che si sente rifiutata solo perché «nessuno verrà a vedere i suoi spettacoli se solo in groenlandese», come le spiega la sua mentore. I due dimostrano un forte rispetto per la loro cultura in ogni aspetto della loro vita (celebrando ad esempio la loro unioni con tatuaggi tradizionali inuit) e soprattutto della loro arte, portandola così ad essere il centro nevralgico dell’attivismo di Josef e Paninnguaq.

Più personale ed emozionante è la battaglia di Kaaleeraq Andersen. Anche lui documentarista interessato a temi sociali come lo stesso regista, si trova però a dover affrontare una difficile malattia agli occhi per cui gli ospedali groenlandesi non sono preparati. Di conseguenza decide a malincuore di recarsi a Copenaghen, lamentando già sul volo di andata come sul suo passaporto ci dovrebbe essere indicata la Groenlandia e non la Danimarca. Durante un dialogo con la dottoressa, emerge come trasferirsi sulla terraferma renderebbe un percorso di cura molto più semplice ed efficace, ma Kaaleeraq lo rifiuta, dicendo che per lui che da sempre lotta per l’indipendenza, ciò rappresenterebbe un vero fallimento.

Il controcanto, anche se solo parziale, all’interno di The Fight for Greenland, viene offerto da Tillie Martinussen, esponente del partito Cooperazione. Secondo lei, la strada più sicura per il futuro della Groenlandia sarebbe invece un Regno di Danimarca 2.0, dove vi è un maggiore dialogo soprattutto per quello che riguarda la sanità e l’educazione. La posizione conciliatoria non è vista positivamente dalla popolazione groenlandese con i media che cercano di affossarla e i sondaggi che non la premiano.

The Fight for Greenland funziona su due piani: se permette alla popolazione locale di ampliare il proprio punto di vista sulla questione groenlandese, è in grado anche di istruire chi non conosce bene la lotta, le necessità e i dubbi di queste persone. Se segue un approccio alquanto didascalico dal punto di vista visivo, la scelta dei soggetti intervistati aiuta a rendere il documentario un documento coeso e onnicomprensivo.

di Giada Sartori