Una delle tante incarnazioni di Werner Herzog è quella del wanderer, mito romantico del viandante, un camminatore il cui camminare è la pura essenza della sua esistenza, un vagare senza meta in uno spazio naturale all’apparenza senza limiti. Wenders camminava già da molto fuori e dentro di sé, e quando viene a sapere che Lotte Eisner, storica del cinema e conservatrice della filmografia tedesca alla Cinématèque Française, è molto malata e addirittura in pericolo di vita. Decide così di partire a piedi da Monaco di Baviera per raggiungere Parigi, in un pellegrinaggio che ha le sembianze di un voto, destinato alla salvezza di una donna per la quale ha un’ammirazione profonda. Nell’inverno del 1974 Herzog parte scegliendo semplicemente la linea più diretta tra le due città. Sono 780 km che verranno percorsi in una ventina di giorni e che verranno documentati in un diario di viaggio, pubblicato con il titolo Sentieri nel ghiaccio.

Il regista spagnolo Pablo Maqueda ripercorre le vie scelte da Herzog e le racconta in Dear Werner, un documentario in cui con la sua voce legge le proprie personali considerazioni alternate a frasi tratte dai diari di Herzog, interpretate da una voce recitante. Le immagini, che dovrebbero rappresentare il corpo di questo lavoro, sono vane. I luoghi anonimi, cupi, poco illuminati da una luce che vorrebbe essere invernale ma è semplicemente opaca di vita e di significato. Nessun segno conferisce identità agli ambienti, prevale lo stesso asfalto, troppo per un cammino, la stessa terra amorfa, senza sostanza viva, senza colore. Si promettono cupe foreste e si intravedono pochi tronchi grigiastri, né morti né vivi su miseri dossi. Dispiace vedere una così totale impermeabilità all’identità dei luoghi, garantita da qualche cartello stradale filmato qua e là. Se è vero che i luoghi del cammino segnano chi li percorre così come sono segnati da chi li attraversa, qui sono semplicemente assenti. Il cammino di Herzog passa attraverso le sue parole, non attraverso le immagini in una curiosa negazione del mezzo che si è scelto di utilizzare. Anche la parte dedicata alla scrittura, che appare sullo schermo mentre viene letta, in una ridondanza finalizzata forse al fatto di separare le parole del regista da quelle di Herzog, non è indimenticabile: Il cammino è tutto un saliscendi. A volte si sale, a volte si scende. Alla banalità si somma una autoreferenzialità che fa pensare ad una proiezione casalinga delle ultime vacanze. Peccato che si doveva parlare di Herzog.

di Daniela Goldoni