Tutti vogliono una famiglia perfetta, ma nessuno sa cosa sia veramente. Si potrebbe facilmente fare riferimento al modello Mulino Bianco, per antonomasia una famiglia dove la felicità e la pace sono le uniche regole, dove i più piccoli sono educati e rispettosi delle regole, gli adulti godono di un’agiata situazione economica e ogni mattina non manca mai la colazione che riunisce tutti intorno al tavolo. È un’immagine pubblicitaria, qualcosa che è possibile sognare ma che rimane quasi completamente impossibile. Proprio per questo motivo si è diffuso un aggettivo diverso da accostare alla parola famiglia: disfunzionale, una parola ormai quasi usata a sproposito per descrivere qualsiasi realtà dove appare anche il minimo (e imprescindibile) conflitto. Proprio questa evoluzione del concetto di famiglia è diventata uno dei motivi più ricorrenti in qualsiasi genere di narrazione, che sia su carta o su pellicola. E’ qualcosa che ogni essere umano vive in qualche misura durante la sua vita e quindi è facile scatenare emozioni, suscitare ricordi o riflessioni a riguardo. Essendo un terreno già esplorato da milioni di storie, il rischio è quello di cadere nella mera riproposizione di idee già scritte meglio da qualcun altro.

Proprio per questo un film come I Mitchell contro le macchine di Michael Rianda e Jeff Rowe non dovrebbe funzionare. Sceglie di parlare dei rapporti famigliari attraverso uno degli scheletri narrativi più comuni a prescindere dal genere: una situazione che spinge la famiglia protagonista a restare per un certo periodo di tempo in un luogo ristretto e a dover fare i conti per la prima volta con le tensioni che da sempre minacciano la sua stabilità. Per permettere una varietà di paesaggi e non chiudere tutto il conflitto in una casa, si è passati presto al road trip famigliare di cui il più importante rappresentante è Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Faris. Difatti I Mitchell contro le macchine racconta la stessa storia di fondo – un viaggio con un obiettivo ben preciso–, ma trova un modo intelligente e sorprendente per sovvertirla, decidendo di aggiungervi l’apocalisse.

Come si arriva però da un semplice viaggio di famiglia all’apocalisse? La prima minaccia all’apparente tranquillità dei Mitchell arriva quando Katie (voce di Abbi Jacobson), la figlia maggiore da sempre appassionata di cinema, viene accettata nel college dei suoi sogni a Los Angeles. Il suo bisogno di indipendenza si scontra presto con una famiglia non ancora pronta a lasciarla andare: il fratellino Aaron (Michael Rianda) si domanda con chi potrà parlare di dinosauri dopo la sua partenza, la madre Linda (Maya Rudolph) non sa a chi far assaggiare i suoi dolci, il carlino Monchi non può partecipare a cortometraggi della ragazza. Il più preoccupato è il padre, Rick (Danny McBride), diametralmente opposto alla figlia sotto ogni aspetto. Dopo un fortissimo litigio, l’uomo, tormentato dai sensi di colpa, decide di cancellare i biglietti aerei per Los Angeles di Katie e di accompagnarla in prima persona al college in macchina con tutta la famiglia, in modo da lasciarle un ultimo ricordo prima di doverla salutare.

Nel mentre però la PAL Labs, una gigantesca azienda elettronica (un chiaro riferimento ad Apple) guidata dall’eccentrico Mark Bowman (Eric Andre) decide di lanciare sul mercato la versione aggiornata della famosa assistente vocale per lo smartphone PAL (il premio Oscar Oliva Colman): dei robot capaci di compiere qualsiasi azione, che vada dal pulire al sistemare libri in ordine cromatico. PAL non accetta il fatto di essere considerata obsoleta e decide di orchestrare una rivolta che in breve tempo coinvolge tutti i dispositivi elettronici presenti sul pianeta.

I Mitchell non sono la famiglia perfetta per affrontare l’apocalisse: come spiega Katie fin dall’inizio se gli eroi hanno punti di forza, «la mia famiglia ha solo punti deboli». I Mitchell contro le macchine crede però in una sola grande verità: la stranezza può essere un’arma, può essere la strada per capirsi, accettarsi e crescere insieme. Sarebbero insegnamenti raffazzonati, quasi tipici della tradizionale animazione Disney se la sceneggiatura non fosse firmata dagli stessi registi, Rianda e Rowe, che in passato hanno lavorato su Over The Garden Wall e Disincanto. Il film sfrutta meme e video virali presenti su Tik Tok o Youtube sia nella scrittura che nell’estetica accesa e mai banale. I pensieri di Katie vengono rappresentati con la sua stessa arte, degli schizzi in 2D sull’animazione in 3D, che vuole ricordare il fumetto. Se il carlino Monchi è sicuramente la mascotte creata appositamente per diventare virale ed essere amata dal pubblico più giovane, il vero cardine emotivo del film è il rapporto padre-figlia, gestito con dolcezza e lentezza dai due registi, impostando un’evoluzione realistica dei due personaggi coinvolti.  I Mitchell contro le macchine è un reminder fiero e spiritoso della bellezza del cinema d’animazione per tutta la famiglia, dove tutti possono trovare degli insegnamenti, divertirsi, emozionarsi e vedersi.

di Giada Sartori