Prendiamo uno smartphone, uno dei più recenti e ultraccessoriato. Sul retro, noteremo la presenza ingombrante di tre o più lenti. Ora, immaginiamo di adoperare una di queste lenti per definire meglio una nostra personale esperienza visiva e cinematografica in base alla lunghezza focale.

Impostando la lente ultragrandangolare, godiamo del puro e chiassoso intrattenimento, mentre selezionando il teleobiettivo, abbiamo la possibilità di vedere da vicino – e in modo molto nitido – ciò che i nostri occhi e la nostra mente difficilmente percepirebbero o, più semplicemente, ignorerebbero. Ecco, seguendo questi parametri e quest’esperimento mentale, l’esperienza che ho avuto nel vedere Nomadland è riassumibile così: un supertele con funzione macro sull’esistenza.

In primo luogo, Nomadland è un peculiare spaccato della società nordamericana impresso su pellicola. Lo spirito dei pionieri e degli esploratori che, un tempo, spingeva donne e uomini ad attraversare lande desertiche, desolate, selvagge e violente in cerca dell’oro, è qui riportato in vita, nel lungo viaggio di una donna e del suo van. Possiamo chiuderla qui, ma l’opera trionfatrice dell’ultimo Leone d’Oro e di tre statuette dello zio Oscar è più di questo.

In un’era e in una società consumistica e opulenta come quella statunitense, dove viaggiare è sinonimo di vacanza e di divertimento, l’opera di Chloé Zhao ci ricorda come, ogni santo giorno, ci siano dei cittadini americani costretti a muoversi, di Stato in Stato, alla ricerca di un lavoro o di qualcosa che possa sostenere le loro dure vite. Una migrazione su ruote che ricorda più gli anni della Grande Depressione che la “romantica” conquista dell’Ovest.

Panorami a perdifiato, distese infinite e sinuose lingue d’asfalto fanno di Nomadland uno dei più classici on the road popolanti le nostre videoteche o i cataloghi dei nostri amati servizi streaming di Cinema a domicilio. Questo è? No, assolutamente no: è più di questo.

La strada non solo è una costante e una presenza fissa, ma è la vera altra protagonista al pari di Frances McDormand (dal volto sempre più pasoliniano e sempre più grandiosa). La strada è qui un luogo sia fisico, sia mentale, dove esseri umani e cose si muovono e si incontrano, cercando la libertà, lenendo i propri dolori, condividendo momenti di solidarietà o prendendo boccate d’ossigeno per la sopravvivenza.

Il viaggio di Fern ci scaraventa, senza tanti complimenti, nell’abisso di chi vive in una nazione nella nazione, questa grande nazione di nome Nomadland, la terra dei non stanziali contemporanei. Questi nomadi americani sono l’ennesimo emblema delle molteplici contraddizioni della terra dei sogni, delle libertà e della felicità, dove nei magazzini o nei sottoscala dei paperoni ultramiliardari brulicano vite spezzate dalla fatica, senza diritti e umiliate dalle umilianti paghe. Un esercito di anime dannate, schiacciate dall’iniquità e dall’ingiustizia sociale, dove il profitto ascende e non ricade su chi suda e sputa sangue, e quarant’anni di contributi versati non bastano per una dignitosa pensione (con relativa conseguenza, il continuare a lavorare, nonostante l’anagrafe non ti consideri più abile). Un esercito di anime perdute che, fino a qualche decennio fa, poteva contare su un manipolo di paladini internazionali che nel nome della cd. “classe proletaria” si batteva per la difesa di questi esseri abbandonati, emarginati, e che oggi non hanno più difese, se non per prestarsi a qualche selfie prefabbricato dal social media manager del politicante di turno.

Con tutti i limiti del mezzo e di natura temporale tipici di un lungometraggio, Nomadland ci dà una porta e, soprattutto, un buco della serratura per sbirciare oltre alle nostre agiatezze, proiettando un cono di luce sulle mille e mille difficoltà di chi, in un modo o nell’altro, per scelta o per necessità, vive ai margini della società del consumo e dell’opulenza (a rate). Le storie dei diversi nomadi incontrati per (la) strada sono la vera e realistica testimonianza della fragilità e precarietà delle esistenze di molti invisibili che per scrupolo, per una coscienza più linda o per immediatezza spiccia etichettiamo come homeless, senzatetto. Uno spaccato di realismo puro che, oggigiorno, solo Ken Loach è capace di mostrarci in modo magistrale e crudo.

Nel vedere il film di Chloé Zhao, spesso ci si ritrova a fare confronti o a notare analogie. La lezione di Ken il Rosso sembra aver fatto proseliti – facile il richiamo a Sorry We Missed You, solo giusto per il valore intrinseco (e vitale) che ha il quattro ruote per i protagonisti di entrambe le pellicole -, ma in Nomadland ci sono echi di un’opera di Sean Penn di qualche annetto fa. Into the Wild è un film su un ragazzo “fortunato” – o per dirla come i paladini della destra “moderna”, un “figlio di papà” – che, dopo essersi laureato, lascia tutto per vivere selvaggiamente la propria vita. Fern ha qualcosa in comune con Christopher McCandless: la volontarietà della scelta. Tuttavia Nomadland si discosta notevolmente da Into the Wild per un altro aspetto: una donna ormai non più giovane che viaggia per le infinite routes nordamericane in cerca di un lavoro e di un parcheggio per la sua casa su ruote. Una donna che, sì, in maniera volontaria sceglie di essere nomade, ma senza quel sotteso richiamo della foresta del film di Penn. Inoltre, se la città in cui ha sempre vissuto e l’amore della propria vita non fossero cessati di esistere, molto probabilmente Fern non avrebbe intrapreso questo lungo viaggio.

Per concludere, la grandiosità di Chloé Zhao è quella di essere andata oltre a un altro forestiero, – Gabriele Muccino e la sua La Ricerca della Felicità -, mostrandoci quel volto umano, scavato e piegato (ma non domo) dell’America, di cui gli autoctoni fanno ben attenzione a portare su schermo, senza però “scadere” nel lieto fine del film del 2006. Inoltre, fotografia, musica – c’è lo zampino del nostro Ludovico Einaudi – e poesia si fondono alla perfezione, donandoci un’esperienza plurisensoriale che scuote dal profondo, per un livello di empatia nei confronti delle singole monadi incontrare da Fren senza eguali, per un’anima, la nostra, in continua tensione, come le corde battute dai tasti del pianoforte accompagnatore.

di Eduardo Zorzetti