Al Trento Film Festival, per la categoria Terre Alte, Nicolò Bongiorno ha presentato il suo ultimo documentario Songs of the Water Spirits, esplorando uno dei territori più complessi del mondo: il Ladakh. Il regista ha ricevuto il Premio MUSE 2021.

Il Ladakh è un territorio indiano, costituitosi il 31 ottobre 2019 con la separazione dallo stato di Jammur e Kashmir. È incastonato tra le catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, un gioiello della natura che, però, rischiano di scomparire. L’impatto ambientale delle migliaia di turisti che ogni anno frequentano questi luoghi non è da sottovalutare. Gli abitanti, infatti, si rendono conto del deterioramento sempre più veloce dell’ambiente e, di conseguenza, della loro cultura. Il turismo porta tantissime cose positive per la loro economia, ma bisogna tenere in considerazione la vulnerabilità del territorio.

Una scena da Songs of the Water Spirits

Bongiorno è accompagnato in questo lungo viaggio dal linguista francese Nicolas Tournade, esperto occidentale del mondo tibetano, che gli spiega il nuovo concetto di ecolinguistica: nella cultura del Ladakh, l’ambiente e le montagne sono le abitazioni delle divinità e, in particolare, l’acqua è il luogo in cui vivono molti spiriti. Gli abitanti hanno, perciò, a cuore la loro vita e il tutto si riflette poi nella lingua. I dialetti sono immersi nell’ambiente e interagiscono tra loro in maniera profonda. Il regista segue anche alcuni artisti e intellettuali del posto: il regista Stanzin Dorjai Gya; l’ambientalista Deskit Angmo; il politico Chering Dorjai; l’ingegnere Sonam Wangchuk, che proprio in Ladakh promuove un modello di scuola alternativo basato su «mente brillante, mani abili e buon cuore».

La società del Ladakh si basa sull’acqua, sia per vivere che spiritualmente. Sono tutt’ora venerate le divinità Nagas e Lu, spiriti dell’acqua, che si stanno arrabbiando per la distruzione delle loro “abitazioni” e stanno creando malattie terribili. Potrebbe non sembrare un caso, ma le guide che viaggiano insieme al regista spiegano come siano stati trovati nuovi virus nei ghiacciai e con il loro rapido scioglimento forse saranno liberati. Dal punto di vista della qualità della vita, lo scioglimento causa problemi di scarsità idrica. Se i ghiacciai non si sciolgono più solamente in estate, le popolazioni non hanno abbastanza acqua per sopravvivere durante i mesi estivi. È proprio per questo che Sonam Wangchuk porta avanti un progetto di ghiacciai artificiali: dalla forma che richiama la stupa buddista – un monumento per conservare le reliquie – l’ingegnere e il suo team ha progettato dei ghiacciai artificiali che andranno a sciogliersi in estate per sopperire alla mancanza di acqua causata dal cambiamento climatico.

Una scena da Songs of the Water Spirits

Il documentario è forte e poetico e la colonna sonora non è da meno. Il lavoro di Matteo Milani e Walter Marocchi è alquanto pregevole: i canti tradizionali non sono più solamente un commento alle scene, ma sono plasmati da una combinazione di elaborazioni timbriche e invenzioni elettroniche. A ciò si aggiunge anche la scelta di inserire rispettivamente in apertura e chiusura due brani decisamente significativi: Gesang der Geister über den Wassern, op. 167, D. 714 di Schubert, Canto degli Spiriti sulle acque, su testo di Goethe. La poesia di Goethe, ispirata dalla visione della cascata di Lauterbrunnen, tratta il parallelo fra gli elementi della natura, l’acqua, il vento, e l’uomo, e si traduce nella descrizione del ciclo naturale dell’acqua; Quando corpus morietur, numero di chiusura dello Stabat Mater di Pergolesi e il titolo è esplicativo di tutto.

Di fronte a tutto questo Bongiorno porta sullo schermo una popolazione che non si arrende, che non vuole rimanere passiva di fronte alla tragedia che li travolgerà tra qualche anno e lancia un messaggio a tutto il mondo: bisogna pensare al futuro delle prossime generazioni e bisogna farlo insieme, perché siamo tutti responsabili del cambiamento climatico e, quindi, il pianeta deve essere salvato unendoci.

di Alice Dozzo