Nanga Parbat, il nome del massiccio montuoso del Kashmir (Pakistan) che nel punto più alto sfiora gli 8126 metri, è traducibile con montagna nuda, ma esistono molti modi per chiamarlo nelle diverse lingue della regione. In sanscrito, si usa la parola Diamir ovvero montagna degli dei o re delle montagne, mentre gli sherpa, abitanti della regione himalayana, preferiscono la mangiauomini o la montagna del diavolo. In un certo senso il Nanga Parbat vive di antitesi: è una montagna vista con riverenza per l’altezza e per la difficoltà di scalata con la conseguente fama che possono raggiungere i coraggiosi che arrivano in cima, ma è anche un luogo da temere. È la seconda montagna sopra gli ottomila metri per indice di mortalità: circa il 28% degli scalatori muore per la natura ingannevole dei percorsi (quelli indicati come più facili sono notoriamente i più pericolosi) e per la conformazione del massiccio, quasi trasformata dal cambio delle stagioni.

Raggiungere la vetta del Nanga Parbat significa fare la storia, ma per fare la storia occorre sopravvivere. Se molti nel corso degli anni sono riusciti a portare a termine l’impresa nei mesi estivi, la neve e le temperature capaci di toccare anche il -45°C rendono la scalata invernale quasi impossibile. Alex Txikon aveva per la prima volta provato la scalata nell’inverno a cavallo tra il 2014 e 2015, ma per ragioni di sicurezza dovette fermarsi a poche centinaia di metri dalla vetta e per questo la sua impresa non fece minimamente notizia. Decise allora di tornarci nel febbraio 2016 per dare il giusto valore a quella spedizione con al suo fianco il pakistano Ali Sadpara e l’italiano Daniele Nardi. Al contrario di altri gruppi presenti sul massiccio in quel momento che optarono per i percorsi Rupal e Messner per raggiungere nel minor tempo possibile la vetta, preferirono la via Kinshofer, la più ardua e lunga, ma anche la più sicura. Unirono le forze con altri due alpinisti, Simone Moro e Tamara Lunger, mentre Daniele Nardi abbandonò la spedizione a causa di alcune vicissitudini. Il 26 febbraio 2016, dopo innumerevoli difficoltà (Lunger fu costretta ad allontanarsi a sua volta, ad appena settanta metri dalla vetta, per mancanza di ossigeno), Txikon, Sadpara e Moro riuscirono a fare la storia.

Alex Txikon, che da anni affianca all’alpinismo il lavoro come cameraman ad alta quota per il programma televisivo Al Filo de Lo Imposible, decise di riprendere l’impresa in prima persona non solo un diario di viaggio, ma anche una testimonianza in prima persona di cosa significhi essere un alpinista. Il risultato è La montaña desnuda, il documentario presentato in questi giorni al Trento Film Festival nella sezione Alp&Ism. Le immagini della spedizione vengono accompagnate in modo estremamente semplice, ma al contempo essenziale a fornire un resoconto personale ma allo stesso tempo distaccato degli eventi (vista anche la distanza temporale dalla scalata) da un’intervista al regista.

Alex Txikon ne La montaña desnuda desidera concentrarsi sull’aspetto più umano dell’alpinismo. Ogni volta che partono per una spedizione, non sanno se torneranno a casa vivi. La consapevolezza del difficile equilibrio tra la loro passione e i rapporti interpersonali è oggetto di molte conversazioni tra i diversi membri della spedizione. Una domanda particolarmente risonante viene posta in uno dei momenti più difficili dell’impresa, quando qualcuno si interroga se abbia senso avere figli quando son sempre impiegati in scalate. Alex Txikon prende il tempo all’inizio e alla fine del suo documentario per omaggiare chi ha cercato di conquistare quella cima prima di lui e chi è morto nel tentativo. La scelta di chiudere La montaña desnuda con la spedizione, tristemente non riuscita, per salvare i due colleghi e amici, Daniele Nardi e Tom Ballard. Il documentario, seppure con un approccio estremamente asciutto e quasi televisivo, offre al pubblico un’immagine complessa dell’alpinismo nelle sue soddisfazioni e nei suoi rischi, che non vuole mai puntare verso la celebrazione acritica o la condanna immotivata, preferendo mettere al centro le emozioni individuali e la sensazione di responsabilità verso gli altri e verso la montagna.

di Giada Sartori