Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord è una delle esclusive Nexo Digital che compongono il ricchissimo catalogo della 69a edizione del Trento Film Festival. Un documentario, realizzato da Dario Acocella. Presentando al pubblico il suo film, il regista ha ricordato che le riprese siano state fatte nell’estate del 2019 Quando il mondo era ancora normale e che il film voglia raccontare un viaggio trasversale – attraverso diversi paesi (partendo dall’America, attraversando l’Oceano Pacifico per arrivare in Canada e poi in Alaska – che aveva lo scopo non solo di esplorare dei paesaggi, ma anche di entrare più in profondità, andando a coniugare il mondo poetico e fatto di parole e pensieri di Paolo Cognetti (scrittore che ha scelto la montagna come propria casa e rifugio) con il suo, composto da immagini.

Un documentario studiato come se fosse un road movie, in cui le strade percorse non sono unicamente quelle impervie, sconnesse, imprevedibili tra i boschi, i laghi e i ghiacciai. Ma un cammino, quasi un pellegrinaggio, dentro il profondo di ognuno dei suoi protagonisti. Un viaggio in cui Paolo Cognetti e il suo amico e guida, Nicola Magrin, (ri)scoprono parti forse sopite, sicuramente celate, del loro profondo sentire. Un viaggio che (solo in apparenza) sembra avere una meta molto precisa, ma che troverà i protagonisti a comprendere che quella che pensavano dovesse essere la fine del loro cammino è destinata a diventare la sorgente, l’inizio del loro cammino, delle loro storie e vite. Paolo Cognetti, che da alcuni anni ha scelto di lasciare la prevedibilità del vivere in una grande città (Milano) per trasferirsi in una sperduta baita di montagna, ci racconta:

Ero andato a vivere in montagna certo che a una certo punto mi sarei trasformato in qualcun altro. E che la trasformazione sarebbe stata irreversibile.

A questo pensiero si accompagna il mito che esista sempre una frontiera da cui ricominciare, da cui far ripartire le proprie esistenze. E la scelta di puntare all’Alaska è da vedersi come la volontà di trovare una bussola, sapendo che questa punterà sempre a Nord. Soprattutto quando in questo Grande Nord sono vissuti e hanno scritto alcune delle loro opere letterarie più iconiche alcuni dei suoi scrittori preferiti: Craver, Hemingway, Melville, London, Thoreau. Tutti autori-pescatori, che hanno portato Cognetti a credere che debba esistere una qualche forma di legame tra scrittura e pesca, come se volessero cercare di vedere nell’invisibile, restando in attesa di capire cosa ne esca fuori. Trasformando i pesci catturati nelle storie che verranno raccontate. Forse anche per questo, per tutta la durata del film, vediamo Cognetti portare sempre con sé il suo taccuino, pronto a raccogliere in qualsiasi momento i pesci-storie che incontrerà lungo il suo cammino.

Accanto a tutto questo, un pensiero, una consapevolezza certa: Quanto era bello il mondo quando l’uomo non c’era. Cercando di comprendere – in primis per se stesso, ma lasciando che la sua vita si riempia di incontri e testimonianze che possano suffragare o smentire il suo pensiero – cosa spinga, cosa dia la forza alle persone che hanno scelto di vivere nell’isolamento per ricercare se stessi. Un viaggio nelle emozioni prima che nei luoghi, con il tornare sulla mappa percorsa che mostra i protagonisti come un pallino pulsante ad indicare, sì, la loro minuscola presenza nella maestosità del viaggio, ma anche che è quella voglia di scoperta profonda, quella ricerca dell’intimità delle scelte fatte a marcare come l’uomo sia solo una piccola parte del gioco della natura. E che debba avere molto ben chiaro come rapportarsi al paesaggio prima di affrontare la solitudine. Un viaggio anche nelle proprie paure, con un gran desiderio di capire come affrontarle, come prenderle a pugni. Un viaggio che ci porterà attraverso periferie di nessun centro, in cui percepiremo un’aria di disperazione diffusa.

E’ come se questo posto estremo avesse attirato gli scappati di casa di mezzo mondo. Sono tutti arrivati da un’altra parte, dove qualcosa è andato storto o è fallito. A un certo punto, si sono sentiti attratti da il Grande Nord; lo hanno girato per qualche tempo; hanno incontrato un’occasione, un lavoro o una donna e ci sono rimasti. […] Tutti a un certo punto si sono inventati una seconda vita in questo posto. Che non è fatto per l’uomo e in cui l’uomo non ci dovrebbe stare.

Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord, quindi, vuole anche essere il racconto di un’umanità sradicata, che sceglie o si ritrova a vivere con attorno una natura estremamente prepotente, circondata da boschi invadenti, intenzionati quasi a stare sempre con il fiato sul collo di chi decide di attraversarli, che rischia di ritrovarsi schiacciato. Non a caso, è dopo questo percorso, dopo che i protagonisti del viaggio arrivano a formulare queste considerazioni che iniziamo a comprendere meglio quale fosse la meta fisica del loro pellegrinare: quel bus numero 142, detto anche Magic Bus, che è stato rifugio e tomba di uno degli avventurieri del Gran Nord più discusso degli ultimi decenni: Christopher McCandless. Una figura trasformata dalla storia in un personaggio tra la menzogna, l’irresponsabilità e il mito quasi religioso. Un giovane che scelse di partire, solo, forse spinto dalla rabbia di non riuscire a scoprire se stesso, che si ritrovò in quei luoghi per oltre 400 giorni, finendo la sua vita proprio su quel bus. Quel mezzo di trasporto, divenuto bara e trasformato in luogo di mistico pellegrinaggio, è stato rimosso da quel luogo a giugno 2020 dalla Guardia Nazionale dell’Alaska, in quanto ritenuto pericoloso per la sicurezza delle persone che ogni anno continuavano a recarvisi. In quello stesso luogo, però, Paolo e Nicola arrivano (tra gli ultimi a poterlo fare) nel luglio 2019, con grandi speranze che riesca, come in passato è stato per molti altri, ad ispirare il loro cammino. Come è lo stesso Paolo, in un misto tra commozione e decisa determinazione:

Io vorrei che questo posto mi desse la forza che ha uno che si ricorda sempre da dove viene. Che mi restituisse il senso di quello che faccio quando lo perdo, perché succede abbastanza spesso. E così, eccomi alla sorgente.

La sorgente di noi stessi. Della nostra determinazione. Della consapevolezza (o meno) del cammino che stiamo percorrendo. Le telecamere della troupe di Dario Acocella sono onnipresenti: seguono Paolo e Nicola in ogni loro passo; inquadrano i volti incontrati lungo il cammino; spaziano, dall’alto come tra le fronde dei boschi, attraverso i paesaggi scoperti e visti. Ma restano silenti, non invadono il viaggio delle loro idee, dei loro pensieri. Non sono lì per giudicare, ma solo per mostrare ciò che risulta evidente anche allo spettatore: la solitudine umana non è fatta per il silenzio dei boschi. Ma può solo crescere se l’uomo è in grado di ascoltarne i rumorosi silenzi.

di Joana Fresu de Azevedo