Nel pieno dell’edonismo reaganiano degli anni Ottanta, una famiglia di immigrati sudcoreani si trasferisce dalla California all’Arkansas per realizzare un sogno ambizioso: una fattoria specializzata nella coltivazione di prodotti tipici della cucina coreana. Tale progetto viene tuttavia osteggiato da una serie di difficoltà materiali: debiti rimasti insoluti e merci a lungo invendute, la conseguente carenza d’acqua, il grave stato di salute del figlio minore da tenere costantemente sotto controllo. A complicare ulteriormente le cose entrano in gioco i ricorrenti dissidi tra i due genitori: il padre, convinto della propria decisione, lavora strenuamente nel tentativo di far fruttare le terre in suo possesso, mentre la madre vive in bilico tra le preoccupazioni economiche e le cure del piccolo David, angustiata a causa della mancanza di premure da parte del marito.

Il riconoscimento come Miglior Film Straniero nella cerimonia dei Golden Globe ha suscitato un ampio dibattito riguardo al luogo di provenienza dell’ultimo lavoro di Lee Isaac Chung: una consistente fetta della critica si è infatti schierata a favore del suo forte radicamento nella cultura statunitense, concependo il film quale pura esaltazione del cosiddetto American Dream, mentre una frazione più esigua ha giudicato il conseguimento del premio in linea con lo sviluppo del lungometraggio, incentrato sullo stile di vita di una famiglia estranea alle abitudini degli americani. In realtà, se la quarta fatica del regista di Denver può vantare una distribuzione (A24) e una produzione (Brad Pitt) americana, il contenuto si scosta da un immaginario volto esclusivamente alla realizzazione personale e al raggiungimento di obiettivi prefissati.  La sceneggiatura si sofferma in particolar modo sulla qualità dei rapporti interpersonali, lasciando trasparire le differenze generazionali che intercorrono tra ragazzi e adulti e la ricerca del senso di appartenenza all’interno di una comunità.

Minari_prores_01_09_04_21.Still710.Yuh-jung Youn.Director Lee Isaac Chung.Credit: Courtesy of A24

Nel complesso, emergono due diversi modi d’intendere il cinema, capaci di combinarsi in più momenti: quello occidentale, soprattutto per quanto concerne la scelta dell’ambientazione (immense distese di campi illuminate dai potenti raggi del sole), e quello orientale, relativamente alla lingua e all’impiego poetico della fotografia. Proprio come accadeva per il cinema asiatico delle origini, anche qui viene conferita notevole importanza agli oggetti, i quali svolgono una precisa funzione nel film: spesso valorizzati mediante l’uso di dettagli, mostrano accurati scorci del mondo in cui vivono i personaggi. Ma il principale elemento folkloristico si può riscontrare proprio nel titolo: il minari è infatti un tipo di prezzemolo proveniente dal Giappone, spesso inserito nei piatti coreani. Quando la nonna – magistralmente interpretata da Yoon Yeo-jeong, per altro vincitrice del premio Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista – semina la pianta nei pressi di casa, il suo gesto introduce un aspetto-chiave della storia: la resilienza del vegetale, capace di attecchire in zone dove altri ortaggi faticherebbero a crescere, anticipa la grande forza di volontà del nucleo familiare, che continua imperterrito a lottare per mantenere il proprio podere nonostante la situazione tragica nella quale riversa.

Il finale, privo di virtuosismi registici atti a risollevare il morale della vicenda, lascia un tenue spiraglio di speranza dopo un drammatico incidente, ma non fornisce previsioni sulle sorti della famiglia, e così saluta padre e figlio mentre questi si dedicano alla coltura della piantagione di minari. Un lungometraggio parco d’espressività, molto minimale nelle scelte registiche e nel metodo di recitazione degli attori, in grado di regalare un singolare spaccato di una famiglia trapiantata negli USA.

di Camilla Fragasso