Quando una persona ha bisogno di sfogarsi e liberarsi dal carico di dolori che pesa sulle sue spalle, trova davanti a sé un numero immenso di possibilità. Può rivolgersi a un amico, uno sconosciuto incontrato per strada, un famigliare, un terapista. Può scrivere su un diario segreto o pubblico, come un blog. Può anche decidere di urlarlo da una montagna, contro un muro o semplicemente tenersi tutto dentro. Quando il registra Frank Beauvais è stato lasciato dal compagno, ha scelto all’inizio proprio quest’ultima strada. Si è chiuso nel suo appartamento in Alsazia per sei mesi, limitandosi alle sole uscite necessarie alla sopravvivenza e interagendo con pochissime persone. Si è guadagnato quanto gli bastava per vivere con il suo piccolo business online e ha dedicato il resto del suo tempo alla visione di film.

Si parla di più di quattrocento titoli, visti tra aprile e ottobre 2016: titoli provenienti da tutto il mondo, in bianco e nero e a colori, muti e sonori, di finzione o documentari. Sprofondando apaticamente nel cinema altrui e perdendo ogni desiderio esterno a quello di sopravvivere, quei film diventavano delle vere e proprie prigioni più che dei rifugi. Essendo parte imprescindibile di quel periodo, quando decise di realizzare un documentario per raccontare i suoi turbamenti diventato poi Ne croyez surtout pas que je hurle (In inglese Just don’t think I’ll scream) – presentato alla Berlinale 2019 e adesso disponibile su MyMovies.it nell’ambito della rassegna Taglio Lungo –, Frank Beauvais non poté fare altro che usare frammenti di quei centinaia di titoli per dare corpo alle sue parole. Nel montaggio di ciascun titoli sopravvivono a malapena quattro secondi, il tempo che basta per mostrare visivamente quanto detto.

Ne croyez surtout pas que je hurle potrebbe essere una buona idea sulla carta, un modo per estetizzare il dolore di quei mesi, ma il risultato finale cade presto nella presunzione e nella monotonia. I film, tessere di un collage forzato, non hanno una vera e propria importanza nella narrazione, per l’uso che Beauvais sceglie di farne potrebbe benissimo non aver visto nessuno di quei titoli. Le uniche riflessioni dedicate a questa scorpacciata cinematografica rimangono quasi sempre sul vago e quando toccano alcuni aspetti specifici, sanno di saccenteria e del desiderio di mostrare come Beauvais non si conformi al gusto più mainstream. Per quanto riguarda i racconti e gli aneddoti del regista, se le storie possono essere interessanti (soprattutto il difficile rapporto con il padre), la voce monocorde di Beauvais risulta a dir poco soporifera e finisce per dilatare la brevissima durata (77 minuti) del documentario. Ne croyez surtour pas que je hurle riesce a rappresentare quella sensazione di prigionia di cui è stato vittima lo stesso regista, ma probabilmente non nel modo auspicato durante la realizzazione. Si tratta di un film quasi asfissiante, dove le immagini spogliate di ogni intenzione narrativa servono solamente come mere e ridondanti rappresentazioni visive di qualcosa che lo spettatore conosce bene.

di Giada Sartori