Seconda Parte (trovate qui la prima)

Tra il 4 e l’11 febbraio 1945, a guerra ancora in corso, i leader delle tre maggiori potenze alleate: Winston Churchill, Franklin Delano Roosvelt e Josif Stalin si riuniscono nella città termale di Jalta, in Crimea, per definire l’assetto internazionale del dopo guerra e porre le basi per un equilibrio strategico stabile e duraturo. Ma non appena cessa la guerra combattuta con le armi inizia quella chiamata guerra fredda tra USA, comprese le potenze occidentali sconfitte, da una parte e URSS dall’altra. Una guerra tra i due blocchi realizzata con ogni mezzo, ad esclusione dello scontro militare diretto. La dotazione di armi nucleari di entrambe le potenze, nonostante la continua minaccia di venire utilizzate diventa paradossalmente uno strumento di garanzia di pace.

Il dopoguerra

Sono anni durissimi e drammatici della ricostruzione dai danni causati dalla guerra, non solo nelle città e nell’economia ma anche nelle persone.

27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa entrano nella città polacca di Oświęcim (Auschwitz in tedesco) scoprendo nelle vicinanze l’esistenza di un campo di sterminio e ne liberano i superstiti. Il 27 gennaio è stata designata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite quale ricorrenza annuale internazionale per commemorare le vittime dell’Olocausto.

La tregua (1997) di Francesco Rosi, tratto dal romanzo autobiografico di Primo Levi, ci racconta il viaggio di ritorno in patria dei deportati italiani sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz.

Un viaggio durato mesi, con ogni mezzo, con ogni tipo di peripezie da superare, attraverso l’Europa centro-orientale devastata, tra macerie e una babele di lingue parlate dai prigionieri e dalle popolazioni dei Paesi attraversati. Un viaggio in cui i sopravvissuti devono di nuovo imparare l’arte di sopravvivere, come dice l’ebreo greco Mordo Nahum: Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare, in primo luogo alle scarpe, in secondo luogo alla roba da mangiare; e non viceversa, perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovare da mangiare, mentre non vale l’inverso. Non sanno cosa e soprattutto chi ritroveranno a casa ad aspettarli.

Sciuscià (1946)di Vittorio De Sica è uno dei capolavori del neorealismo italiano, girato in forma documentaristica con attori presi dalla strada. Affronta il tema dell’infanzia negata ai bambini dagli orrori della guerra e dalle condizioni di fame e di miseria postbellica.

A Roma due ragazzini sopravvivono facendo gli sciuscià (storpiatura dell’inglese shoeshinelustrascarpe) ai soldati americani che occupano la città. Ma il denaro non basta così rimangono invischiati in affari loschi gestiti dagli adulti finendo in riformatorio, dove incontrano una realtà ancora peggiore di quella vissuta fuori e senza speranza per i più deboli e indifesi. E’ stato il primo film ad aggiudicarsi l’Oscar al miglior film straniero, ma un insuccesso dal punto di vista commerciale, giudicato troppo crudo per un pubblico abituato ai film dei telefoni bianchi del ventennio fascista.

Altro film che affronta un tema analogo è Germania anno zero (1948) di Roberto Rossellini ma spingendosi molto oltre la tematica di se De Sica.

Nell’immediato dopoguerra un bambino inesorabilmente e disperatamente cresciuto, ma a cui è stata rubata l’infanzia, cerca di racimolare qualche soldo per sostentare la famiglia disastrata, ridotta in miseria, aggirandosi tra i cumuli di macerie di Berlino. Ma le macerie non sono solo quelle degli edifici crollati sotto le bombe ma anche quelle morali e umane che l’ideologia del nazismo e la guerra hanno lasciato nelle persone, anche in lui. In preda alla disperazione uccide il padre invalido e malato, non in grado di lavorare per mantenere la famiglia. Una bocca in meno da dover sfamare. Ma il ragazzo sarà sopraffatto dal peso del rimorso, senza la capacità e la speranza di trovare una ragione di vita.

Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1948), è uno dei punti più alti del sodalizio De Sica-Zavattini. E’ una piccola storia di vita quotidiana che diventa un dramma sociale, un manifesto della dura realtà della vita degli italiani nell’immediato dopoguerra.

La bicicletta rubata al protagonista è il mezzo indispensabile di lavoro a cui sono legate tutte le speranze di sopravvivenza della sua famiglia. La sua disperata ricerca è anche un mezzo per mostrarci le vie e i quartieri di Roma nella sua magnificenza monumentale, pulita, ordinata, libera dal traffico, in aperto contrasto con le distruzioni belliche, coi drammi della gente che la popola, la povertà, la disperazione delle classi più povere che lottano per ricostruirsi un’esistenza. Il film ha vinto l’Oscar per miglior film straniero.

Riso Amaro di Giuseppe De Santis (1949) è un evidente documento del cambiamento in atto nell’Italia postbellica, sia nei costumi che nei gusti e nello stesso cinema.

Il film è una commistione di stili tra il Neorealismo italiano e il cinema hollywoodiano mescolando nella trama il melodramma popolare di una storia d’amore criminale al cinema verità. Ambientato nel duro mondo delle risaie del vercellese, affronta i problemi sociali della realtà femminile, dove le mondine lavorano per poche lire, sacrificando la loro vita privata, lontano dalle famiglie, del caporalato, della lotta interna tra le regolari e le irregolari, della fatica, della volontà di riscatto in un paese in piena trasformazione. Ma evidenzia anche l’introduzione dei miti di una nuova cultura di massa, la radio che trasmette musica swing, le balere che suonano il boogie-woogie, il chewing-gum, tutti nuovi simboli di un mondo che sta cambiando, lontanissimo dall’Italia proletaria e contadina. Riso amaro ha sancito una svolta nella carriera degli interpreti principali: Silvana Mangano, Vittorio Gassman e Raf Vallone mentre minor fortuna ha avuto Doris Dowling.

Il cammino della speranza (1950) di Pietro Germi affronta invece il dramma dell’emigrazione come unica prospettiva concreta per trovare lavoro.

E’ la storia di un gruppo di minatori siciliani che, dopo la chiusura della solfara, partono con le famiglie affidandosi ad un individuo, che per 20mila Lire a persona si offre di condurli in Francia, dove dice esserci lavoro per tutti. Scopriranno di essere stati ingannati quando la polizia li costringerà a tornare indietro perché le leggi dell’epoca vietano questi spostamenti. Alcuni di loro però, dopo varie peripezie, riusciranno a passare clandestinamente il confine. Il film ci mostra tutte le peripezie che i nostri emigranti hanno affrontato, le stesse che decenni dopo subiranno e subiscono tutt’ora i migranti che tentano di raggiungere il nostro paese.

Un po’ di speranza in quegli anni durissimi ce la da Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica, con questa favola di Cesare Zavattini.

Il protagonista è un orfano abbandonato fra i cavolfiori dell’orto di un’anziana signora che lo cresce come un figlio. In seguito alla morte di lei, il piccolo passa da un orfanotrofio all’altro per poi finire in mezzo alla strada. Con altri diseredati come lui e la sua fidanzata volano, a cavallo delle scope dei netturbini, verso quel paese immaginario tanto desiderato, dove buongiorno voglia davvero dire buongiorno. Questa allegoria del bisogno di solidarietà tra la gente venne accolta con grande scetticismo da parte della critica di allora e non ha avuto più seguito, fino a Steven Spielberg che, come ebbe a dichiarare dopo la proiezione di E.T., io non ho avuto l’idea ma ho copiato, ho sostituito le scope del film di De Sica ‘Miracolo a Milano’ con le biciclette.

Dall’altra parte dell’Oceano l’HUAC, la Commissione per le Attività Antiamericane diretta dal senatore Joseph McCarthy, comincia nel 1947 la sua guerra nei confronti di funzionari governativi, uomini di spettacolo e di cultura, scienziati, professori, impiegati statali, comuni cittadini, ecc. considerati comunisti o simpatizzanti e quindi pericolosi per la società americana. L’infondatezza delle accuse, spesso arbitrarie e prive di fondamento, coinvolgono molte personalità di spicco del cinema: Charlie Chaplin, Humphrey Bogart,  Lauren Bacall, Gene Kelly, James Cagney, Katharine Hepburn, Melvyn Douglas, Fredric March, Dalton Trumbo, Arthur Miller, Marilyn Monroe, Jules Dassin, Kirk Douglas, Joseph Losey, Fred Zinnemann, Zero Mostel. Molti furono obbligati a denunciare i loro colleghi per salvarsi, come fecero i registi Elia Kazan e Edward Dmytryk, altri lo fecero volontariamente: Ronald Reagan, Gary Cooper, Robert Taylor, Jack Warner della Warner Bros. Più di un centinaio tra attori, registi, sceneggiatori e musicisti del mondo del cinema, rimasero vittime di questi processi sommari che li colpevolizzavano con false accuse di spionaggio e attacco al governo. Molti furono inseriti nelle blacklist e messi al bando restando esclusi dal mondo del cinema per molti anni, controllati dalla polizia e dai servizi segreti ed additati dalla stampa come nemici della nazione. Negli anni ’50 non meno di diecimila lavoratori furono licenziati per sospetto comunismo. In questo modo l’HUAC mise in grave crisi l’industria cinematografica americana che in questi pochi anni vide diminuire le produzioni, dimezzarsi il numero di spettatori, la chiusura di migliaia di sale cinematografiche, e il fallimento di case cinematografiche come la RKO.

Il prestanome (1976) di Martin Ritt con la sceneggiatura di Walter Bernstein, entrambi all’epoca vittime dell’HUAC, è il primo film di Hollywood che racconta quel periodo che fu definito di caccia alle streghe.

Il protagonista (Woody Allen) accetta di fare da front man, un prestanome, per uno sceneggiatore che non può più lavorare perché accusato di attività antiamericane. Nel film compaiono attori che negli anni cinquanta erano finiti nelle liste della HUAC: Zero Mostel, Herschel Bernardi, Lloyd Gough e Joshua Shelley.

Altro film è Indiziato di reato (1991) diretto da Irwin Winkler.

E’ la storia di un regista (Robert De Niro) che rientrato negli Stati Uniti finisce nelle liste dell’HUAC, accusato di avere simpatie comuniste. Di fronte alla commissione delle attività antiamericane che gli chiede di denunciare amici e colleghi per salvare se stesso lui rifiuta di farlo, accusando a sua volta la commissione in nome della libertà di pensiero e della sua dignità. Viene così incriminato e messo in carcere.

Gli effetti stabilizzanti di Jalta non contemplano l’Estremo Oriente.

1 ottobre 1949 i comunisti di Mao Zedong prendono il potere e proclamano la Repubblica Popolare Cinese, schierandosi con l’Unione Sovietica.

L’ultimo imperatore (1987) diretto da Bernardo Bertolucci raccontando la storia di Pu Yi, l’ultimo imperatore della Cina, salito al trono nel 1908 all’età di soli due anni, ci mostra quanto avvenuto in Cina nel secolo scorso.

Tra colpi di stato, guerre e rivoluzioni Pu Yi ha vissuto da recluso tutta la vita. Prima come prigioniero nel suo palazzo imperiale, poi in esilio e alla fine del secondo conflitto mondiale imprigionato dai russi. Successivamente, consegnato ai cinesi, viene internato in un istituto di rieducazione per farne un cittadino modello della Cina comunista. Viene rimesso in libertà ormai anziano e costretto a vivere come un cittadino qualunque, lavora come giardiniere e, come qualsiasi altro visitatore, paga il biglietto per entrare a visitare quello che fu il suo Palazzo Imperiale.

21 giugno 1950 l’esercito nordcoreano avanza fino 38º parallelo, sfonda la frontiera e invade il Sud. La Corea del Nord è controllata dall’Unione Sovietica; la Corea del Sud è protetta dagli Stati Uniti che intervengono militarmente con il supporto di altri paesi. La guerra si conclude con un armistizio il 27 luglio 1953. Il numero delle vittime causate dal conflitto è stimato in circa 3milioni tra morti, feriti e dispersi, metà dei quali civili.

I film sulla guerra di Corea sono decine, ovviamente quasi tutti americani, girati da registi famosi e con star hollyvoodiane. Ne cito alcuni: Corea in fiamme (1951) di  Samuel Fuller con Gene Evans, Robert Hutton; Essi vivranno! (1953) di Richard Brooks con Humphrey Bogart e June Allyson; I ponti di Toko-Ri (1954) di Mark Robson con William Holden, Grace Kelly, Fredric March, Mickey Rooney; Supplizio (1956) di Arnold Laven con Paul Newman, Walter Pidgeon, Lee Marvin; Il fronte del silenzio (1957) di Karl Malden con con Richard Widmark, Richard Basehart; Inno di battaglia (1957) di Douglas Sirk con Rock Hudson, Dan Duryea; Sayonara (1957) di Joshua Logan con Marlon Brando, James Garner; 38º parallelo: missione compiuta (1959) di Lewis Milestone con Gregory Peck, George Peppard; Va’ e uccidi (1962) di John Frankenheimer con Frank Sinatra, Janet Leigh, Angela Lansbury; L’uncino (1963) di George Seaton con Kirk Douglas; M*A*S*H (1970) di Robert Altman con Donald Sutherland, Elliott Gould, Robert Duvall; Inchon (1981) di Terence Young con Laurence Olivier, Jacqueline Bisset, Ben Gazzara, Toshirō Mifune.

5 marzo 1953 muore Stalin per una probabile ischemia cerebrale. Convinto di essere vittima di una congiura, negli ultimi giorni di vita maledice e minaccia i capi comunisti riuniti attorno al suo capezzale.

Morto Stalin se ne fa un altro (2017)di Armando Iannucci ci racconta in una divertente commediala guerra feroce, senza esclusione di colpi, intrapresa dai suoi fedelissimi per la successione. Tutti assetati di potere, più interessati ad eliminarsi l’un l’altro consumando vendette private, che a preoccuparsi delle sorti della nazione.

4 ottobre 1957 inizia la corsa alla conquista dello spazio. L’URSS lancia il primo satellite artificiale messo in orbita intorno alla Terra: lo Sputnik 1, seguito il mese successivo dallo Sputnik 2, con a bordo il primo essere vivente lanciato nello spazio, la cagnetta Laika. Nel film d’animazione WALL•E (2008) realizzato da Pixar, il robottino WALL•E, aggrappato ad un’astronave, uscendo dall’atmosfera terrestre vede lo Sputnik ancora orbitante attorno alla terra. In realtà lo Sputnik si è distrutto tre mesi dopo al rientro nell’atmosfera terrestre.

1 gennaio 1959 a Cuba i castristi rovesciano il regime militare di Fulgencio Batista, salito al potere con un golpe militare nel 1952. Un regime corrotto e violento, intrallazzato con la mafia americana, assoggettato agli interessi degli Stati Uniti che hanno il controllo pressoché totale dell’economia e da questi fortemente sostenuto con massicci investimenti, rifornimenti di armi e mezzi militari a difesa dei ricchi interessi economici delle multinazionali americane, delle migliaia di cittadini statunitensi residenti sull’isola che da sempre considerano, assieme a tutta l’area caraibica, fondamentale per la propria sicurezza. L’ordine, per sedare le rivolte sempre più frequenti, viene mantenuto da Batista con metodi estremamente brutali, con esecuzioni sommarie e con operazioni criminali che sacrificano, senza scrupoli, civili inermi. Azioni non più tollerabili dall’opinione pubblica internazionale, e neanche da quella statunitense che decide di sospendere il sostegno e lo abbandona. Queste vicende sono raccontate in maniera romanzata in Cuba un film del (1979), di Richard Lester e più documentata in Che – L’argentino (2008) di Steven Soderbergh.

12 aprile 1961 alle ore 9:07 di Mosca un razzo viene lanciato dal cosmodromo di Bajkonur in Kazakistan, trasporta la navicella Vostok1 con a bordo il maggiore Yuri Gagarin. E’ il primo uomo a vedere la Terra dallo spazio, orbitandole attorno per 108 minuti. Il cielo è molto nero, la Terra è azzurra. Tutto può essere visto molto chiaramente, sono le sue parole. Questo storico volo ha segnato una pietra miliare nella corsa allo spazio e un trionfo per il programma spaziale sovietico. Gagarin, nominato Eroe dell’Unione Sovietica, diventa una celebrità internazionale, fa il giro del mondo invitato a visitare moltissimi paesi. La fama però è troppa e in continua ascesa per gli USA, così il presidente degli Stati Uniti Kennedy ne vieta la visita nel Paese. Gagarin morirà sette anni più tardi a soli 34 anni in un incidente aereo le cui cause sono a tutt’oggi avvolte dal segreto e oggetto di diverse ipotesi.

Gagarin. Primo nello spazio (2013) di Pavel Parkhomenko è il primo film dedicato a Yuri Gagarin e alla missione che li ha consegnati alla Storia. Nonostante una marcata dose di retorica trionfalistica di una nazione che vuole primeggiare sul nemico americano e di un suo perfetto figlio, il film narra comunque l’impresa in modo documentato.

17 aprile 1961 gli Stati Uniti tentano l’invasione armata di Cuba per rovesciare il regime filo sovietico di Fidel Castro. L’operazione segreta organizzata dalla CIA prevede lo sbarco sull’isola, nella Baia dei Porci, di circa 1.500 esuli cubani anticastristi finanziati, armati e addestrati negli Stati Uniti, con il supporto di aviazione e flotta navale americane. L’operazione tanto segreta però non è perché, al momento dello sbarco, gli invasori trovano schierato ad attenderli l’esercito cubano avvisato dell’invasione dai servizi segreti sovietici. L’operazione della CIA fu un fallimento totale che in tre giorni di combattimenti costò perdite di vite umane, non solo tra i militari ma anche tra i civili a causa dei bombardamenti americani e, per questi ultimi, anche la perdita di mezzi aerei e navali e un grave danno all’immagine del neoeletto Presidente John Fitzgerald Kennedy.

The Good Shepherd – L’ombra del potere (2006) di Robert De Niro ripercorre la storia della CIA, dalle origini fino al fallimento dello sbarco nella Baia dei Porci.

12-13 agosto 1961 la Repubblica Democratica Tedesca costruisce un muro per dividere la città di Berlino in due blocchi al fine di impedire la fuga in occidente dei suoi cittadini. Familiari, parenti e amici, colti di sorpresa dall’improvvisa divisione, vengono di colpo separati. Berlino è il punto di incontro-scontro più caldo tra l’Ovest, rappresentato come la patria della ricchezza e del consumismo, e l’Est sottomesso, ipercontrollato dalla STASI in cui è complicato, se non impossibile, trovare tutti i prodotti, anche quelli di consumo quotidiano. Berlino è un centro di spionaggio e fulcro di scambio di prigionieri tra le due potenze attraverso l’ormai conosciutissimo Check Point Charlie, l’unico varco in città che permette il transito del personale autorizzato tra Est e Ovest.

Molti film ci raccontano di questa realtà, sia di spionaggio: La spia che venne dal freddo (1965) diretto da Martin Ritt, tratto dal romanzo omonimo di John Le Carré; Il sipario strappato (1966) diretto da Alfred Hitchcock; Funerale a Berlino (1966) diretto da Guy Hamilton; Il ponte delle spie (2015) diretto da Steven Spielberg; che di vita quotidiana: Il cielo sopra Berlino (1987) diretto da Wim Wenders; Berlin Blues (2003) diretto da German Leander Haußmann tratto dall’omonimo romanzo di Sven Regener; Le vite degli altri (2006) diretto da Florian Henckel von Donnersmarck.

16 ottobre 1962 i voli di ricognizione americani su Cuba rivelano la presenza di piattaforme di lancio di missili sovietici a testata nucleare. Si apre una crisi profonda e rischiosa nei rapporti tra USA e URSS.  Washington intima a Mosca di ritirare i missili, allerta le forze nucleari americane e ordina il blocco navale intorno all’isola per impedire lo sbarco delle testate sovietiche, ma lascia aperto uno spiraglio di trattativa. Sono giorni di tensione in tutto il mondo per il timore dello scoppio di una guerra nucleare. Ma l’accordo viene trovato. Mosca accetta di smantellare le basi missilistiche in cambio dell’impegno americano a non invadere Cuba e a smantellare i missili americani a testata nucleare installati in Italia e in Turchia. La presenza nel nostro paese dei missili americani puntati verso Est è sempre stata oggetto di discussione nelle trattative fra le due superpotenze. La soluzione alla crisi viene raggiunta anche grazie all’intenso lavoro diplomatico intrapreso dal Governo Italiano per favorire una soluzione pacifica tra USA e URSS scongiurando lo scontro frontale. E’ stato uno dei momenti più critici della Guerra Fredda in cui si è arrivati più vicino alla guerra. Thirteen Days (2000) di Roger Donaldson è la ricostruzione di quei tredici giorni di braccio di ferro diplomatico tra le due potenze che hanno tenuto il mondo col fiato sospeso, incentrando l’attenzione sul processo decisionale e sul conflitto tra politici e militari americani sulla risoluzione da adottare.

27 ottobre 1962, precipita nei pressi di Milano un bimotore partito da Catania. E’ quello di Enrico Mattei, manager fondatore e presidente dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi). A bordo con lui ci sono il pilota e un giornalista americano, nessuno sopravvive. Grazie alla tenacia ed alle capacità manageriali di Mattei l’ENI è divenuta una realtà economica internazionale di prima grandezza. Forse troppo, rischiando di diventare un ostacolo all’indiscusso monopolio delle compagnie petrolifere americane, inglesi e olandesi chiamate dallo stesso Mattei le Sette sorelle, vale a dire: Standard Oil, Esso, Gulf, Texaco, Mobil, BP e Shell, che da sole controllano e vendono più del 90% delle riserve mondiali del petrolio, inimicandosele mortalmente. La prima inchiesta, ordinata all’epoca dal Ministro della Difesa Giulio Andreotti, attribuì l’incidente ad un errore del pilota. 

Il caso Mattei (1972) di Francesco Rosi, uno dei migliori film inchiesta italiani, racconta questo ennesimo giallo politico del nostro paese, sollevando, già in quegli anni non certo semplici, molti dubbi sull’incidente, avanzando l’ipotesi di un sabotaggio frutto di un complotto. Dopo oltre 40 anni di indagini complesse, ostacolate da depistaggi e insabbiamenti delle prove è emerso che l’aereo era stato effettivamente sabotato col coinvolgimento della mafia nella preparazione dell’attentato e nel fiancheggiamento e supporto ad apparati deviati dello Stato.

22 novembre 1963, a Dallas in Texas, viene assassinato John Fitzgerald Kennedy in circostanze mai chiarite. Dell’assassinio viene accusato Lee Oswald, che non ha mai confessato e viene ucciso a sua volta in un attentato due giorni dopo.

JFK – Un caso ancora aperto (1991) di Oliver Stone racconta i fatti precedenti l’assassinio del Presidente e le indagini successive, operate dal procuratore distrettuale di New Orleans, che dubita della tesi ufficiale secondo la quale fu Lee Oswald il solo esecutore materiale dell’attentato. Parkland (2013) di Peter Landesman racconta gli eventi immediatamente successivi all’attentato visti dalle persone che ne furono testimoni, gli agenti del servizio di sicurezza di Kennedy, i medici e gli infermieri dell’ospedale in cui è stato trasportato, uno spettatore che ha filmato il momento dell’assassinio; gli agenti della CIA e dell’FBI. The Trial of Lee Harvey Oswald (1964) di Larry Buchanan immagina un processo a Lee Oswald, un processo che nella realtà non è mai avvenuto a causa dell’attentato di cui rimase vittima Oswald.

7 agosto 1964, gli USA entrano in guerra in Vietnam. Il Paese è diviso in due Stati e diviene il teatro di uno dei conflitti più importanti della Guerra Fredda. I principali interpreti giocano qui una pesante partita. Da una parte URSS e Cina appoggiano finanziariamente e militarmente il regime comunista del Vietnam del Nord, senza intervenire direttamente nel conflitto; dall’altra parte gli USA sostengono il Vietnam del Sud, oltre che con aiuti economici e materiale bellico anche entrando direttamente nel conflitto. Ma gli USA si trovano a combattere oltre che contro i vietcong anche contro i movimenti di dissenso al conflitto dei giovani non solo americani.

L’aviazione statunitense effettua massicci bombardamenti utilizzando bombe incendiarie al Napalm, e spargimenti di un erbicida, l’Agent Orange, per bruciare e distruggere i raccolti allo scopo di indebolire la resistenza nemica. Migliaia di civili perdono la vita e altri subiscono danni fisici letali causati dalle sostanze altamente tossiche sprigionate dalle armi chimiche impiegate. In America questi orrori non vengono raccontati, si parla solo di una lotta per la difesa della democrazia contro il totalitarismo, di patriottismo degli our boys che combattono contro un nemico fanatico e crudele.

Col progredire della guerra il numero dei soldati di leva da mandare al fronte va inevitabilmente crescendo, ma il sistema di reclutamento solleva molti dubbi, generalmente sono i ceti più poveri, chi non ha raccomandazioni, le minoranze etniche, soprattutto afroamericani e ispanici, a venire arruolati e inviati nelle unità di combattimento. Cresce così tra i giovani una forte opposizione alla guerra, le proteste e la scelta di sottrarsi alla chiamata alle armi. C’è chi si rifugia in Canada, chi distrugge la draft card, la cartolina di chiamata al servizio militare; chi sceglie il carcere piuttosto che la guerra.

Emblematico è il caso di Cassius Clay/Muhammad Ali, campione mondiale dei pesi massimi che nel 1967 rifiuta di andare a combattere dichiarandosi pubblicamente obiettore di coscienza, usando parole durissime di accusa al sistema e per questo viene arrestato, accusato di renitenza alla leva, privato del titolo e di poter continuare l’attività pugilistica, nonché denigrato da una parte di americani. Ma diventa un simbolo di lotta nella controcultura in tutto il mondo.

Alì (2001) di Michael Mann interpretato da Will Smith è incentrato sugli anni più duri del suo scontro con la politica e con i media.

Sotto la spinta di queste ondate di protesta cessa il falso racconto della guerra e la stampa inizia a pubblicare la verità su quanto avviene in Vietnam, a denunciare le stragi di civili; a divulgare il crescente numero di giovani vittime americane; a parlare dei reduci devastati dalla guerra; a mostrare in televisione le scene raccapriccianti di violenza e le atrocità commesse. Salgono le proteste della gente, delle famiglie, degli studenti che danno luogo alla crescita di un grande movimento pacifista contro l’impegno ingiustificato degli USA in una guerra che non gli appartiene.

La crescente espansione e pressione esercitata da questo movimento, divenuto internazionale, unito agli enormi costi sostenuti a fronte dei risultati negativi ottenuti giocano un ruolo decisivo nel ritiro statunitense dal Vietnam.

Il 30 aprile 1975, con la caduta di Saigon, e il ritiro degli americani dal Vietnam termina la guerra.

3 milioni di giovani americani sono stati inviati a più riprese in Vietnam, vi sono morti in 60 mila, più di 150 mila sono stati i feriti, oltre 70 mila sono stati i reduci che hanno subito traumi mentali e fisici e al rientro in patria non hanno trovato nessun sostegno dal Governo e sono stati abbandonati al loro destino, 14 milioni di tonnellate di bombe sono state sganciate nei raid aerei uccidendo più 3 milioni di soldati e civili nordvietnamiti, 250 mila sono stati i militari sudvietnamiti caduti, oltre 75 milioni di litri di defolianti sono stati sparsi contaminando il suolo e le persone ancora oggi. La guerra è costata agli USA 600 miliardi di dollari e oltre alla sconfitta militare e politica ha causato un’aperta ostilità nei loro confronti in ogni parte del mondo.

Molti sono i film che hanno trattato questa tragedia, sia in guerra: Il cacciatore (1978) di Michael Cimino; Apocalypse now (1979) di Francis Ford Coppola; Platoon (1986) di Oliver Stone; Full metal jacket (1987) di Stanley Kubrick; che in patria, con il dramma dei reduci: Tornando a casa (1978) di Al Ashby; Rambo (1982) di Ted Kotcheff; Birdy le ali della libertà (1984) di Alan Parker; Nato il quattro luglio (1989) di Oliver Stone.

Tutti film di accusa della guerra, ad esclusione di Berretti verdi (1968) prodotto, diretto e interpretato da John Wayne, che è invece totalmente l’opposto. Una visione celebrativa e glorificante della guerra del Vietnam. Un film per sollevare lo spirito patriottico della nazione lo ha definito lo stesso John Wayne. All’epoca è stato accusato di essere guerrafondaio, reazionario e totalmente inattendibile rispetto alla realtà, tanto che quando è uscito nelle sale si organizzarono numerosi picchetti davanti ai vari cinema del mondo per impedirne la visione.

1966 Mao Zedong, per rafforzare la sua autorità all’interno del Partito, lancia la Rivoluzione Culturale incitando le nuove generazioni cinesi a ribellarsi contro quelli che definisce i quattro vecchi: le vecchie correnti di pensiero, la vecchia cultura, le vecchie abitudini, le vecchie tradizioni, che minano la Cina.

I giovani adolescenti, cresciuti nel culto della sua personalità, diventano Guardie Rosse, autorizzati a utilizzare qualsiasi mezzo per liberare la nazione dai revisionisti controrivoluzionari. Vittime principali sono, come negli anni Cinquanta, gli intellettuali, professori, universitari, medici, religiosi, fino ad arrivare a colpire i veri obiettivi: i funzionari di partito avversi a Mao. I colpevoli vengono esclusi dalla società, umiliati pubblicamente, incarcerati, giustiziati, condannati a lavori forzati o inviati nelle province più remote a lavorare nei campi, nelle risaie, in miniere a “imparare” dal proletariato contadino analfabeta.

Scuole, università, centri culturali, librerie, biblioteche vengono chiuse, saccheggiate, vengono devastati templi, musei, teatri, abitazioni private. Molto del patrimonio culturale cinese viene distrutto, compresi migliaia di antichi monumenti, edifici storici, manufatti e documenti, ritenuti retaggio di un passato borghese.

Una rivoluzione che in dieci anni ha rinnovato unicamente una violenta repressione politica, causando migliaia di vittime e uno sconvolgimento sociale devastante. La Rivoluzione Culturale è stato un male così abnorme da cancellare le persone dalla storia, dai documenti e perfino dalla memoria dei congiunti. Le autorità cinesi molti anni dopo hanno dichiarato, che la Rivoluzione Culturale è stata un disastro per la Cina. Tuttavia, non sono mai andate oltre ad una dichiarazione sommaria e alla riabilitazione dei funzionari e delle persone che sono state ingiustamente lese. Non è mai stato divulgato l’ammontare delle vittime.

Ci sono pochi film o libri sulla Rivoluzione Culturale. In genere sono film che narrano vicende che hanno come sfondo la Rivoluzione Culturale.

Chi lo tratta con estrema crudezza per le tragiche conseguenze subite dalla popolazione è Lettere di uno sconosciuto (2014) di Zhang Yimou.

Un ex professore accusato di essere un dissidente politico durante la Rivoluzione Culturale dopo 13 anni di prigionia in un campo di concentramento viene riabilitato e fa ritorno a casa. Ma la moglie, vittima di persecuzioni e violenze subite durante la Rivoluzione, soffre di turbe mentali e amnesie, non lo riconosce e lo caccia scambiandolo per un suo persecutore. Lei continua a vivere nel ricordo di quel marito amato del quale attende il ritorno il 5 di ogni mese, come lui le ha scritto in una lettera.

Altri film sono Il re dei fanciulli (1987) di Chen Kaige è la storia di un giovane insegnate che durante la Rivoluzione Culturale viene mandato, per punizione, in una squallida scuola rurale per imparare dai contadini scontrandosi con la mancanza di educazione e di istruzione dei bambini. Il re degli scacchi (1988) di Teng Wenji è il racconto di un giovane giocatore di scacchi che, vittima dei tribunali della Rivoluzione Culturale, viene mandato nelle campagne per la rieducazione. Addio mia concubina (1993) di Chen Kaige racconta 50 anni di storia cinese, dall’occupazione giapponese alla Rivoluzione Culturale, attraverso le storie parallele e intrecciate di due attori dell’Opera di Pechino, e della donna che si frappone tra loro. Vivere! (1994) di Zhang Yimou altro film che ripercorre mezzo secolo di storia dalla guerra, a Chiang Kai-Shek, a Mao Tse-Tung, fino alla Rivoluzione Culturale. Giorni di sole (1994) di Jiang Wen racconta le vicende di una generazione di ragazzi figli di militari cresciuta durante gli anni della Rivoluzione Culturale.

9 ottobre 1967 Ernesto Che Guevara viene ucciso in Bolivia. La  sua figura diviene un simbolo della lotta contro ogni forma di oppressione, ispirando lo spirito rivoluzionario che contraddistingue la protesta studentesca europea alla fine degli anni sessanta.

Che! (1969) di Richard Fleischer è un film biografico sulla vita di Ernesto Che Guevara, dal suo arrivo a Cuba fino alla morte. I diari della motocicletta (2004) di Walter Salles, tratto dal diario del Che Latinoamericana, racconta il viaggio di sette mesi, in sella a una sgangherata motocicletta, attraverso l’America Latina che ha plasmato la vita di Ernesto Guevara, giovane studente di Medicina, e del suo amico Alberto Granado. Che – Guerriglia (2008) di Steven Soderbergh racconta gli ultimi tre anni di vita di Ernesto Che Guevara.

Il boom economico italiano

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta l’Italia, pienamente inserita nel processo di crescita economica mondiale, è protagonista di una radicale trasformazione economica, sociale e culturale: il miracolo economico. Nel giro di pochi anni il paese diventa una tra le maggiori potenze industriali del mondo. La disoccupazione è bassissima e il tenore di vita degli italiani si alza. Grandi sono i cambiamenti nello stile di vita e nei consumi, esplodono gli acquisti di automobili, motociclette, televisori, elettrodomestici. Cambiano le città, i sistemi di trasporto, le infrastrutture. Le grandi città  si riempiono di atelier, diventando il punto di riferimento nel panorama mondiale della moda. Icone del cinema come Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Anita Ekberg, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Lucia Bosè, Marcello Mastroianni, Richard Burton, Rossano Brazzi, Vittorio Gassman, Maurizio Arena, sono ambasciatrici e ambasciatori nel mondo del bello italiano. Roma, torna ad essere il centro del mondo, la città del cinema, dei grandi registi, dei divi, delle notti mondane, del divertimento ad ogni costo. Sono gli anni della dolce vita romana, di via Veneto, dei paparazzi, di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni che fanno il bagno nella Fontana di Trevi. E il cinema, come specchio della società, mette in mostra la parte più bella del nostro Paese.

Vacanze romane (1953) di William Wyler, è il capostipite, un momento fondamentale dell’attrazione irresistibile esercitata dal nostro paese.

Le sequenze della coppia Audrey Hepburn-Gregory Peck a bordo della Vespa 125 MOD.51 sullo sfondo di una Roma che mostra tutte le sue bellezze artistiche, il suo fascino, la sua vivacità, la sua voglia di vivere le giornate radiose, lasciano davvero un segno nell’immaginazione degli spettatori. L’Italia in quegli anni diviene meta di turismo.

Anche gli italiani in quegli anni iniziano a pensare alle vacanze. Il nuovo benessere fa si che i luoghi turistici, soprattutto quelli balneari, siano le mete predilette. Capri, Ischia, la costa amalfitana, Taormina,  la riviera ligure, quella romagnola aspettano i turisti. La gente vuole divertirsi e il cinema ci mostra una miriade di film vacanzieri: Tempo di villeggiatura (1956) di Antonio Racioppi; Souvenir d’Italie (1957) di Antonio Pietrangeli; Vacanze a Ischia (1957) di Mario CameriniAvventura a Capri (1958) di Giuseppe Lipartiti; Racconti d’estate (1958) di Gianni Franciolini; Tipi da spiaggia (1959) di Mario Mattoli; con attori quali Vittorio De Sica, Giovanna Ralli, Marisa Merlini, Maurizio Arena, Gabriele Ferzetti, Massimo Girotti, Antonio Cifariello, Alberto Sordi, Paolo Stoppa, Peppino De Filippo, Alessandra Panaro, Nino Taranto, Ugo Tognazzi, Johnny Dorelli, Lauretta Masiero, Michèle Morgan, Marcello Mastroianni, Sylva Koscina.

Le vacanze diventano di massa, Dino Risi ne L’ombrellone (1965) ci mostra tutti i luoghi comuni della vacanza estiva anni sessanta sulla riviera romagnola, la moglie al mare; il pataca che cerca di sedurla; il marito che la raggiunge nel fine settimana e viene coinvolto nel marasma di divertimenti obbligatori, i giochi, le chiacchiere, la serata al dancing, l’attesa dell’alba in riva del mare. Un caos vacanziero da vivere come obbligo sociale.

Ma c’è anche un rovescio della medaglia e il cinema sempre attento ai costumi e alla realtà è pronto a mostrarci gli effetti portati da un facile sviluppo senza controllo e programmazione.

Il sorpasso (1962) di Dino Risi è un quadro dell’Italia che sta cambiando, ancora in bilico fra economia rurale e sviluppo industriale, che vuole dimenticare le distruzioni della guerra, la miseria, la fatica e mostrare al mondo il suo facile raggiungimento del benessere e la sua voglia di divertirsi, ma che ha già in se il germe di una crisi che non tarderà a manifestarsi. L’automobile, una Lancia Aurelia, è una metafora dell’Italia di quegli anni, il sogno degli italiani, elegante, sportiva e lussuosa. Ma è anche un confronto di due generazioni, quella seria, civile e studiosa, di Roberto (Jean‑Louis Trintignant) uno studente universitario un po’ timido e riflessivo, che viene coinvolto da quella godereccia, caciarona e superficiale della nuova Italia di Bruno (Vittorio Gassman), alla guida, un quarantenne immaturo, il prodotto di quel periodo euforico, esuberante, cafone, fastidioso, indisponente come il clacson della sua Aurelia, e irresponsabile che lo trascina con se fino alle estreme conseguenze.

La dolce vita (1960) di Federico Fellini è un ritratto impietoso di una società borghese, opulenta, caotica, volgare, cinica, priva di valori, che vive adagiata nel bello e nel frivolo dei salotti, delle feste, delle notti brave che la circondano, sempre più annoiata, insoddisfatta e priva di aspirazioni.

L’avventura (1960) di Michelangelo Antonioni rappresenta il disagio, l’alienazione, la solitudine, di chi dovrebbe beneficiare del benessere economico raggiunto e invece ne è vittima avendolo pagato al prezzo di un vuoto esistenziale.

Lo sviluppo industriale investe le regioni del Norditalia aumentando il divario con il Sud del paese, determinando una migrazione interna verso il Nord, imponente, incontrollabile. Altrettanto traumatici sono il difficile inserimento sociale, le dure situazioni lavorative e le precarie condizioni abitative di chi è costretto a vivere il dramma dell’emigrazione e non riesce ad integrarsi, a relazionarsi e ad adattarsi alla nuova realtà sociale, come ci mostra Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli (1960).

Le devastazioni dell’ambiente e del paesaggio fanno da sfondo a quelle prodotte nelle persone dall’industrializzazione selvaggia del boom economico in Deserto rosso (1964) di Michelangelo Antonioni. Il paesaggio è quello di Ravenna stravolto dai grandi impianti petrolchimici, da tralicci, ciminiere, fumi, scarichi e rottami industriali, in cui si muove la protagonista. Elemento più sensibile al malessere causato da tutto l’ambiente che la circonda e che non riesce ad accettare.

Le città si espandono e con esse aumento i fenomeni di speculazione e di arricchimento senza il rispetto delle leggi e dei modelli di riferimento morali e sociali. Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi è un film che con il passare degli anni non ha perso assolutamente la sua inattaccabile attualità. Perché i problemi che affronta, di malcostume politico e amministrativo, sono mali che ci toccano ancora oggi. È’ una spietata denuncia della corruzione, delle tangenti, dell’uso della politica per la gestione del territorio a fini di interessi privati e della speculazione edilizia dell’Italia degli anni sessanta. Come recita il film: I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.

Da non dimenticare è la condizione di chi vive relegato nelle  periferie lontane dal centro urbano delle grandi città. Un sottoproletariato abbandonato a se stesso ed escluso dal processo di rinascita, di modernizzazione e di benessere economico del Paese, e senza possibilità di miglioramento della propria condizione.

Come ci mostra Pierpaolo Pasolini relativamente alle borgate delle periferie romane in film come Accattone (1961), Mamma Roma (1962) e all’episodio La ricotta (1963) da Ro.Go.Pa.G. che gli costò una condanna (poi amnistiata) per vilipendio della religione e tagli alla pellicola.

La fine del boom economico lascia un paese profondamente trasformato sotto tutti gli aspetti, sicuramente più ricco e moderno, ma colpito dall’esplosione di nuovi conflitti politici e sociali legati alle distorsioni di uno di sviluppo selvaggio, non adeguatamente pianificato.  E con una striscia di fatti di sangue alle spalle i morti di Reggio Emilia e di Avola rimasti impuniti.

Il ‘68

Come mothers and fathers
Throughout the land
And don’t criticize
What you can’t understand
Your sons and your daughters
Are beyond your command
Your old road is
Rapidly agin’.
Please get out of the new one
If you can’t lend your hand
For the times they are a-changin’.  
Venite madri e padri
da ogni parte del Paese
e non criticate
quello che non potete capire
i vostri figli e le vostre figlie
sono al di là dei vostri comandi
la vostra vecchia strada
sta rapidamente invecchiando.
Per favore andatevene dalla nuova
se non potete dare una mano
perché i tempi stanno cambiando.  
Bob Dylan: The times they are a-changin’ (1964)

Il ’68 è una delle stagioni più tumultuose e affascinanti del nostro recente passato, perché a gettare le basi di quel cambiamento epocale non sono stati leader politici, economisti, religiosi, ma i giovani di tutto il mondo.

Tutto ha origine negli Stati Uniti nella metà degli anni ’60 quando gli studenti dei campus universitari, ovviamente bianchi, figli di buone famiglie borghesi, benestanti, hanno iniziato una battaglia sui diritti civili, contro le discriminazioni razziali, e contro la guerra in Vietnam. Una guerra che nessuno di loro vuole, alla quale invece sono destinati coloro che non possono studiare e non godono degli stessi privilegi. La rivolta studentesca americana diventa un atto di accusa verso l’intero sistema politico, economico e sociale del Paese. Immediatamente innesca movimenti e manifestazioni di protesta che, in forme e intensità diverse, riguarda tutti i paesi del mondo occidentale, raggiungendo l’apice in Europa, soprattutto in Francia e in Italia.

Anche i Paesi del Patto di Varsavia vengono scossi da manifestazioni studentesche che chiedono riforme democratiche e libertà di espressione, soffocate sul nascere con la forza dall’Unione Sovietica.

Quella generazione pur con utopie, contraddizioni, errori, metodi più o meno criticabili ha prodotto profondi mutamenti di portata storica nella società, nei costumi, nella politica, nell’economia, nella scuola, nel diritto all’istruzione, nel pensiero, nella cultura, nell’arte, nella lingua. E se oggi la società è più libera e aperta lo si deve a quelle lotte partite dalle scuole e seguite dal mondo del lavoro nelle fabbriche.

Le prime proteste in Italia iniziano nel 1966. Gli studenti rifiutano l’università così com’è concepita fino a quel momento: classista e discriminatoria a causa dei costi elevati, intrisa di pragmatismo, volta a creare figure utili al Paese senza sviluppare alcun senso critico. Chiedono che l’accesso a qualsiasi corso universitario diventi possibile qualunque sia il diploma conseguito dopo un corso di studi di cinque anni e non più condizionato dal tipo di scuola superiore frequentata, e inoltre rivendicano la partecipazione alla gestione degli atenei, dell’organizzazione e dei programmi di studio. Il 24 gennaio 1966 ha luogo la prima occupazione da parte degli studenti della Facoltà di Sociologia di Trento. Sono poi gli studenti dell’Università Cattolica di Milano ad occupare. Seguono poi le grandi occupazioni della Statale di Pisa e delle facoltà di Architettura di Milano, Torino, Napoli e Roma tutte immediatamente sgombrate con la forza dalla Polizia. In particolare a Roma a Valle Giulia, si verificano per la prima volta scontri violenti tra studenti e forze dell’ordine, con centinaia di feriti, di fermi e di arresti.

Anche il mondo cattolico è in fermento. Uno dei primi segnali è il libro di don Milani: Lettera a una professoressa uscito nel maggio del 1967. Una denuncia dell’ingiustizia del sistema scolastico pubblico, bisognoso di una riforma, che così concepito dai governi cattolici, che dal dopoguerra dirigono il Ministero della Pubblica Istruzione, penalizza le classi meno abbienti e favorisce i ricchi.

Questo scomodo sacerdote, alquanto critico verso la Chiesa e lo Stato, viene “trasferito” dalla Curia a Barbiano, un piccolo borgo sperduto sull’appennino toscano, isolato socialmente e culturalmente, con l’intento di essere messo a tacere. Qui i bambini sono costretti a lavorare nei campi senza possibilità di avere un’istruzione e un futuro migliore. Così il sacerdote decide di fare scuola gratuitamente a tutti i bambini di ogni età in una misera stanza. In pochi anni la scuola si amplia, cresce e tanti ragazzi riescono a diplomarsi da privatisti, aprendosi un futuro migliore e dignitoso. La sua storia e quella della scuola di Barbiano ci viene raccontata in un film e uno sceneggiato televisivo.

Don Milani (1976) di Alfredo Angeli, con Edoardo Torricella, Claudio Gora, Marina Berti e in: Don Milani – Il priore di Barbiana (1997) una miniserie televisiva in due puntate di Rai Cinema e Rai Fiction diretta da Andrea e Antonio Frazzi, con Sergio Castellitto.

Il cinema italiano è stato tra i primi a raccontare l’inquietudine, non solo borghese, che ha portato all’esplosione del conflitto sociale, politico e anche generazionale.

I pugni in tasca (1965), film d’esordio di Marco Bellocchio, anche se non tocca i temi politici anticipa le tensioni nascoste che esploderanno di li a pochi anni contro tutte le ipocrisie di un perbenismo di facciata, attaccando quelli che sono gli elementi portanti della borghesia italiana: la famiglia, la morale, la religione. I pugni in tasca sono quelli della ribellione, trattenuta ma pronta ad esplodere, di una generazione che non ha ancora acquisito la consapevolezza della necessità di uscire da un’istituzione familiare soffocante e priva di modelli di riferimento positivi.

La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri, girato negli anni più caldi delle lotte operaie, è un arguto e satirico ritratto della condizione socio-culturale e lavorativa dell’operaio, che non a caso si chiama Massa. Lulù Massa (Gian Maria Volonté) è uno stakanovista, lavora a cottimo in una fabbrica lombarda. I suoi ritmi frenetici di lavoro alla catena di montaggio dettano i tempi di produzione per tutti gli altri operai, per questo è amato dai padroni e osteggiato dai compagni di lavoro. Lulù è completamente disinteressato ai problemi della propria categoria. Conduce una vita privata misera, cullandosi nell’illusione di aver raggiunto quella che lui considera la sua conquista del benessere borghese, rappresentato dal possesso dell’automobile, del televisore e di altri beni di consumo. Quando rimane vittima di un grave incidente di lavoro e perde il posto, prende finalmente coscienza di quello che è il suo ruolo reale nel mondo del lavoro, quello di operaio-massa-robot. Decide così di ribellarsi anche lui a chi lo ha sfruttato.

n Francia è Jean-Luc Godard con La Cinese (1967) un libero adattamento del romanzo I Demoni  (1872) di Fyodor Dostoyevsky, ad anticipare i fermenti che avrebbero portato al maggio francese. Ambientato a Parigi in un piccolo appartamento in cui cinque studenti, membri di una cellula maoista, durante le vacanze studiano testi politici e discutono delle implicazioni della rivoluzione culturale cinese e della necessità di usare la violenza e il terrorismo nella causa della rivoluzione. I ragazzi compiranno un attentato e al termine prenderanno strade separate, credendo ognuno di aver compiuto progressi verso il proprio sogno individuale di rivoluzione.

IIn Gran Bretagna Se…. (1968) di Lindsay Anderson narra le vicende di un gruppo di giovani studenti del Cheltenham College, una scuola superiore privata tra le più costose del Regno Unito, nota per le sue tradizioni militari e sportive. Come vuole la regola la disciplina viene fatta rispettare dai Whips, gli studenti dell’ultimo anno, a cui sono conferiti dagli insegnanti autoritari e meschini, il titolo di prefetti e il potere sui ragazzi più giovani che vengono trattati come loro servi personali e oggetti sessuali. Stanchi delle violenze, degli abusi subiti e della regola non scritta dell’omertà decidono di ribellarsi contro l’establishment. Saccheggiato il deposito delle armi il giorno della cerimonia di fine anno si appostano sul tetto e iniziano a sparare sulla folla, colpendo genitori, professori e studenti.

Negli Stati Uniti Fragole e sangue (1970) di Stuart Hagmann, tratto dal libro The Strawberry Statement di James Simon Kunen, è il manifesto della protesta degli studenti americani dell’epoca. Il titolo è tratto da una dichiarazione del vice direttore della Columbia University relativamente al ruolo degli studenti nella politica amministrativa universitaria: Un’università non è certo un’istituzione democratica… sapere se gli studenti approvano o disapprovano una decisione, per me conta tanto quanto sapere se gli piacciono le fragole. Ma per quegli stessi studenti le fragole hanno lo stesso colore del sangue che loro sono obbligati a dover versare in quella guerra che non vogliono. Una guerra contro la quale protestano pacificamente. Inginocchiati a terra cantano Give Peace a Chance di John Lennon, ma la loro protesta viene repressa in modo brutale e violento dalla Polizia e dalla Guardia Nazionale.

Il 1968 è un anno ricco di eventi in tutto il mondo.

5 gennaio 1968 in Cecoslovacchia viene eletto Alexander Dubček che da inizio ad una serie di riforme democratiche in risposta al crescente malcontento della popolazione verso il regime, dando vita a quella breve stagione che viene chiamata Primavera di Praga. Non si propone di rovesciare il sistema vigente e allontanarsi dall’Unione Sovietica ma di creare quello che lui stesso chiama un Socialismo dal volto umano, concedendo nuovi diritti ai cittadini, maggiori garanzie democratiche, maggiore libertà di stampa, di opinione, di parola e di movimento. Ma durerà poco.

16 marzo 1968 in Vietnam i soldati americani entrano nel villaggio di My Lai ed uccidono più di 500 persone, in gran parte anziani, donne e bambini, come vendetta per uno scontro a fuoco avuto con truppe Vietcong. Il massacro viene fermato da tre militari dell’equipaggio di un elicottero statunitense in ricognizione, che atterra frapponendosi tra i pochi superstiti e i soldati americani, minacciando questi ultimi di aprire il fuoco su di loro se non si fossero fermati. My Lai Four (2010) di Paolo Bertola racconta questa pagina vergognosa della guerra.

27 marzo 1968  muore Jurij Gagarin in un misterioso incidente aereo.

5 aprile 1968 a Memphis viene assassinato Martin Luther King, leader del movimento antirazziale, dei diritti civili dei neri d’America e della non violenza, insignito del premio Nobel per la pace nel 1964. Selma – La strada per la libertà (2014) di Ava DuVernay ripercorre le ultime battaglie del pastore protestante, dalle marce di protesta alle trattative con la Casa Bianca, allo scopo di ottenere il diritto al voto per la popolazione afroamericana.

11 aprile 1968 a Berlino un militante di estrema destra ferisce gravemente a colpi di pistola Rudi Dutschke, il leader degli studenti tedeschi.

10 e 11 maggio 1968, maggio significa “maggio francese“. Le rivolte studentesche che agitano le università francesi culminano a Parigi con le barricate nel Quartiere Latino. 30 mila studenti si scontrano con la polizia, che risponde con cariche e lacrimogeni. La protesta partita dalle scuole si allarga alle fabbriche, e uno sciopero generale paralizza la Francia. Quasi 1 milione di lavoratori invade Parigi. E’ una sommossa spontanea che travolge la politica e la società francese con gli slogan passati alla storia: Ce n’est qu’un debut, continuons le combat – Soyez realistes, demandez l’impossible – Il est interdit d’intendire. L’imagination au pouvoir scritta sui muri dell’Università Sorbonne diventa una delle parole d’ordine degli studenti del Sessantotto.

3 giugno 1968 a New York Andy Warhol e il suo compagno restano gravemente feriti dai colpi di pistola sparati contro di loro da un’attivista femminista frequentatrice della Factory.

6 giugno 1968 muore Robert Kennedy vittima di un attentato a Los Angeles durante i festeggiamenti per la vittoria alle primarie in California. L’attentatore, Sirhan Sirhan, è un giovane immigrato palestinese, che pone fine alla vita di un uomo e alle speranze di un’America che vuole porre fine alla follia della guerra in Vietnam. Bobby (2006) di Emilio Estevez racconta le ultime ore della vita del senatore Robert Kennedy attraverso le vicende delle persone che si trovano ad incrociarsi in quel tragico momento con il senatore nell’Hotel Ambassador di Los Angeles, quartier generale dei Democratici.

25 luglio 1968 viene pubblicata l’enciclica Humanae Vitae, in cui papa Paolo VI condanna ogni forma di contraccezione con metodi artificiali e ribadisce come legittima la sola sessualità coniugale a scopi procreativi.

21 agosto 1968 i carri armati sovietici invadono la Cecoslovacchia ponendo bruscamente termine alla stagione di riforme democratiche chiamata Primavera di Praga. Le immagini e le testimonianze provenienti dal Paese, tengono gli spettatori del mondo attaccati alla televisione per giorni interi. L’insostenibile leggerezza dell’essere (1988) di Philip Kaufman, tratto dall’omonimo romanzo di Milan Kundera racconta la vita degli artisti e degli intellettuali cecoslovacchi nel periodo fra la Primavera di Praga e la sua fine con l’invasione dei carri armati sovietici.

8 settembre 1968 il dissidente polacco Ryszard Siwiec, si dà fuoco nello stadio di Varsavia per protesta contro l’intervento dell’esercito polacco al fianco dei sovietici in Cecoslovacchia.

9 settembre 1968 a Chicago a seguito di una manifestazione contro la guerra in Vietnam e gli scontri con la polizia vengono arrestati i maggiori attivisti del movimento YIP (Youth International Party), i cosiddetti Chicago Seven, e mandati a processo con l’accusa di associazione a delinquere, istigazione alla sommossa e altri reati. Il fatto suscita un acceso dibattito nazionale e violente manifestazioni di protesta in tutto il paese per il processo farsa intentato unicamente per il fatto che gli imputati fossero i leader del movimento studentesco e di opposizione alla guerra del Vietnam. Nel 1972, la corte d’appello ha prosciolto gli imputati da tutte le accuse. La vicenda del processo è il soggetto de Il processo ai Chicago 7 (2020) scritto e diretto da Aaron Sorkin.

2 ottobre 1968 15.000 studenti marciano pacificamente per le vie di Città del Messico concentrandosi nella Plaza de las Tres Culturas nella sezione Tlatelolco per un comizio. Protestano contro il Governo violento e dispotico che ha inviato l’esercito ad occupare il campus universitario, chiedono la fine della repressione e maggiore democrazia. Il Messico sta per ospitare i giochi olimpici, quindi ha l’attenzione del mondo e non vuole disordini. La Polizia e i militari armati e con mezzi da combattimento circondano la piazza e aprono il fuoco su chiunque vi si trovi, manifestanti o passanti, sparando anche dai balconi e dalle finestre dei palazzi circostanti, dove sono appostati i cecchini. La sparatoria dura ore, le vittime sono centinaia. Rimane gravemente ferita dai colpi anche la giornalista italiana Oriana Fallaci inviata in Messico. Trenta anni dopo l’allora Segretario del Governo ha ammesso che gli studenti erano disarmati e che l’attacco militare era stato pianificato precedentemente per distruggere il movimento studentesco con l’appoggio degli Stati Uniti che, in risposta alle preoccupazioni del Governo messicano sulla sicurezza degli imminenti Giochi Olimpici, avevano inviato armi, munizioni, materiale antisommossa e istruttori per preparare la polizia e l’esercito.

16 ottobre 1968 nello stadio Olimpico di Città del Messico i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos arrivano primo e terzo nella finale dei 200 metri piani alle Olimpiadi. Le autorità messicane e il CIO cercano di far dimenticare il massacro di Tlatelolco dei giorni precedenti, ma non possono cancellare l’immagine dei due velocisti americani sul podio che alle note dell’inno americano chinano il capo e alzano al cielo il pugno guantato di nero, simbolo di un decennio di proteste per i diritti civili dei neri. La foto scattata da John Dominis diventa un simbolo della lotta e viene riprodotta su magliette, murales, libri e poster. Il CIO chiede l’immediata esclusione dei due atleti dal villaggio olimpico e la loro sospensione dalla squadra americana, per aver fatto un gesto politico. Al loro ritorno negli Stati Uniti, Smith e Carlos subiscono violente critiche e minacce. Diventano però un simbolo per la comunità afroamericana. Il Saluto – La Storia che nessuno ha mai Raccontato (2008) di Matt Norman ci racconta i fatti.

5 novembre 1968 il repubblicano Richard Nixon è eletto presidente degli Stati Uniti.

5 novembre l’ucraino Vasyl Makuch si dà fuoco in una strada del centro di Kiev contro la repressione sovietica nel suo Paese e in Cecoslovacchia.

2 dicembre 1968 ad Avola, in provincia di Siracusa, i braccianti manifestano per il rinnovo del contratto e la parità retributiva tra Nord e Sud. La Polizia spara raffiche di mitra uccidendo due lavoratori.

7 dicembre 1968 a Milano in occasione dell’inaugurazione della stagione lirica del Teatro alla Scala, evento che la ricca borghesia meneghina ha trasformato in occasione di grande mondanità in cui fare sfoggio di ricchezza ed eleganza, il Movimento Studentesco guidato da Mario Capanna lancia ortaggi e uova contro gli spettatori che, ignorando il comunicato del teatro che chiedeva che l’evento non assumesse alcun carattere di mondanità in rispetto delle vittime di Avola, si sono presentati in smoking, lussuosi abiti da sera, gioielli e pellicce. Lo scontro con la Polizia è inevitabile. Un episodio in realtà minore che ha avuto un altissimo impatto mediatico internazionale. Le foto e le riprese di quel gesto inedito e inaspettato compaiono su tutti i giornali e le televisioni del mondo. Negli anni successivi Paolo Grassi, sovrintendente alla Scala, aprì il teatro al mondo del lavoro e agli studenti con la vendita di biglietti a prezzi contenuti.

17 dicembre 1968 il nuovo ministro Fiorentino Sullo da avvio alla riforma della scuola: nuovo esame di maturità, moltiplicazione delle sessioni di esame, possibilità di adottare dei piani di studio individuali, diritto di assemblea studentesca nelle scuole superiori, e altro ancora.

16 gennaio 1969 Jan Palach, studente della Facoltà di filosofia dell’Università Carlo IV di Praga, si cosparge di benzina e si da fuoco nella centrale piazza San Venceslao, per scuotere la coscienza del suo popolo contro l’invasione e la repressione sovietica. Muore tre giorni dopo. Altri cecoslovacchi lo emuleranno, il 20 gennaio sarà Josef Hlavaty, operaio di 26 anni. Il 25 febbraio Jan Zajíc, studente di 19 anni. Il 4 aprile Evžen Plocek, operaio di 39 anni.

Jan Palach (2018) di Robert Sedlácek racconta il suo gesto estremo e disperato.

27 giugno 1969 a tarda notte la polizia fa irruzione nello Stonewall Inn, un bar gay in Christopher Street nel Greenwich Village a New York. La rabbia contro il modo violento in cui la polizia ha sempre trattato i gay affiora in superficie e non è più tollerabile. Prende così inizio una serie di violenti scontri fra gruppi di omosessuali e la polizia. Bottiglie e pietre vengono lanciate dai dimostranti al grido di Gay Power! La notizia della rivolta si diffonde rapidamente e molti avventori dei bar vicini e residenti accorrono e si uniscono ai dimostranti e sopraffanno gli agenti. Qualche mese dopo, sulla scia di quanto accaduto, a New York si forma il Gay Liberation Front (GLF), e presto si diffonde in altre città degli USA  e successivamente in tutto il mondo. Il mese di giugno, è stato scelto dal movimento LGBT come data della giornata mondiale dell’orgoglio LGBT o Gay pride. Le vicende della rivolta di Stonewall è narrata in due film dallo stesso titolo: Stonewall (1995) di Nigel Finch e Stonewall (2015) di Roland Emmerich.

20 luglio 1969 Neil Armstrong è il primo essere umano a mettere piede sul suolo lunare. Pochi minuti dopo lo segue Buzz Aldrin, mentre Michael Collins li attende nella capsula spaziale, orbitante attorno alla Luna, che li riporterà sulla Terra. I due trascorrono più di due ore e mezza sul suolo lunare raccogliendo campioni di rocce e saltellando sulla superficie quasi priva di atmosfera. L’evento viene trasmesso in diretta televisiva mondiale. Al rientro sulla Terra, a tutti i componenti della missione, viene conferita la Medaglia presidenziale della libertà. Intervistato più di trent’anni dopo l’impresa Armstrong ha dichiarato che una missione umana su Marte sarà più semplice rispetto a quanto lo era stata la missione lunare negli anni sessanta. Non si stenta a crederlo.

First Man – Il primo uomo (2018) di Damien Chazelle è la storia di Neil Armstrong, ingegnere aeronautico, aviatore e astronauta, entrato alla NASA nel 1962 e del programma Apollo 11 con destinazione Luna.

Il compito di ricevere i segnali televisivi provenienti dalla Luna fu affidato dalla NASA al radiotelescopio di Parkes in Australia per poi da qui venire ritrasmessi negli Stati Uniti per la diffusione televisiva mondiale. The Dish (2000) di Rob Sitch ci racconta come andò. I problemi da risolvere anche sulla terra non sono stati pochi, a partire dal black-out del segnale dell’Apollo 11, alla necessità di ricalcolare le coordinate di puntamento del radiotelescopio spostatosi per effetto della rotazione terrestre, al forte vento su Parks il giorno dell’allunaggio, ai problemi elettrici negli Stati Uniti. Ma anche Parks riesce nella sua missione.

C’è però anche una teoria complottista dei negazionisti dello sbarco lunare, che sostiene che la tecnologia degli anni sessanta non era così avanzata da permettere all’Apollo 11 un allunaggio con equipaggio e rientro sulla Terra; pertanto la NASA, non essendo in grado ottenere il successo dichiarato e nel timore di perdere i finanziamenti per missioni future, avrebbe simulato l’allunaggio. Sull’onda di questa teoria nel 1978 uscì nelle sale cinematografiche Capricorn One di Peter Hyams. Nel film, la NASA, decide di girare tutte le scene dello sbarco lunare in uno studio cinematografico allestito presso una base militare segreta dove vengono portati gli astronauti. Viene lanciato un vero razzo ma senza nessuno a bordo, mentre tutte le altre immagini che vengono trasmesse al mondo sono registrate nello studio. Al rientro dalla missione succede però che la capsula vuota esplode durante l’entrata nell’atmosfera. Cosa pensa di fare la NASA con gli astronauti per evitare il rischio che l’inganno possa venire scoperto non lo rivelo.

In totale gli sbarchi sulla Luna sono stati 6 e 12 sono stati gli astronauti scesi sul nostro satellite, tutti americani. Dopo gli allunaggi del Programma Apollo, nessun essere umano ha più toccato il suolo lunare. Nel 1972 a causa di tagli al bilancio vengono annullate tutte le missioni programmate. Così, dopo soli tre anni dal primo passo di Neil Armstrong sulla Luna, l’interesse è finito, assieme allo spirito di esplorazione e di conquista, al denaro, e alla volontà politica. I russi sono stati sconfitti e la Luna non interessa più a nessuno. Resta la frase pronunciata da Armstrong appena sceso sulla superficie lunare: un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità.

15-17 agosto 1969 si tiene a Bethel, nello stato di New York, il Festival di Woodstock. Nessuno si rende conto che sta per succedere qualcosa di epocale che lo farà diventare non solo il più famoso della storia della musica rock ma, superando i confini musicali, un simbolo dell’ideale pacifista e della controcultura giovanile. Gli organizzatori si augurano una presenza massima di 50mila persone ma ne arrivano più di mezzo milione, mandando nel caos l’intera contea. Nei 3 Days of Peace & Rock Music (prolungati di un giorno) si esibiscono trentadue musicisti e gruppi tra cui Janis Joplin, Joe Cocker, Joan Baez, The Who, Creedence Clearwater Revival, Santana,  Jefferson Airplane, Crosby, Stills, Nash & Young, Grateful Dead, Canned Heat, The Band. Lo apre Richie Havens, e la sua improvvisazione di Freedom diventa un inno e un successo internazionale; lo chiude Jimi Hendrix con Star spangled banner (l’inno americano) con la chitarra elettrica che imita i suoni delle bombe sganciate sul Vietnam. Nonostante i media spingessero perché l’evento venisse descritto come una catastrofe sociale, non succede nulla, se non che mezzo milione di persone creasse realmente una comunità motivata dagli ideali di pace e amore, esattamente come era il titolo del festival.

Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica (1970) di Michael Wadleigh. Realizzato prevalentemente con le immagini più emozionanti e coinvolgenti di quei tre giorni montate da Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker. Verrà premiato con l’Oscar come miglior documentario.

Motel Woodstock (2009) di Ang Lee, basato sul romanzo autobiografico di Elliot Tiber Taking Woodstock: A True Story of a Riot, Concert, and a Life, racconta di come Tiber riesca a trovare a Bethel, il suo paese, il luogo adatto e le autorizzazioni necessarie per dar vita all’evento.

Gli anni Sessanta si chiudono purtroppo tragicamente in Italia.

12 dicembre 1969, ore 16:37: una bomba confezionata con 7 kg di tritolo esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano causando 17 morti e 88 feriti. Altre due bombe vengono ritrovate inesplose nella sede della Banca Commerciale Italiana in piazza della Scala e presso il Tribunale di Milano. Quasi in contemporanea a Roma vengono colpiti l’Altare della Patria, il sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio e il Museo centrale del Risorgimento a piazza Venezia causando il ferimento di 16 persone. Altri ordigni vengono ritrovati, fortunatamente inesplosi, presso la Corte di Cassazione e la Procura Generale a Roma e presso il Palazzo di Giustizia a Torino. A Milano le indagini vengono immediatamente indirizzate verso esponenti di gruppi anarchici. Viene fermato Giuseppe Pinelli che al terzo giorno di interrogatori muore cadendo misteriosamente dal quarto piano della Questura. Viene poi arrestato e accusato un altro anarchico, Pietro Valpreda, che si ritrova contro tutta l’opinione pubblica che lo dipinge come il mostro. La lunga serie di indagini seguita, tra depistaggi, insabbiamenti, latitanze e fughe all’estero di imputati, processi, assoluzioni e il ricorso al segreto di Stato ha alla fine rivelato che l’attentato è stato progettato e compiuto da terroristi di estrema destra appartenenti al gruppo di Ordine Nuovo, capeggiato da Franco Freda e Giovanni Ventura, collegati con apparati deviati dello Stato, Servizi Segreti italiani e internazionali, i quali però non sono mai stati perseguiti non essendo più processabili perché precedentemente assolti in via definitiva per mancanza di prove. L’attentato di piazza Fontana è il primo atto terroristico della strategia tensione e l’inizio del periodo passato alla storia in Italia come anni di piombo, fatti di bombe nelle banche, nelle piazze, sui treni.

Romanzo di una strage (2012) di Marco Tullio Giordana, tratto dal libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, racconta i fatti antecedenti e successivi all’attentato.

di Silvano Santandrea