Iniziata ieri e disponibile interamente in streaming fino al 4 aprile, la rassegna Taglio Lungo punta ad aprire lo sguardo del pubblico sulle tematiche di genere, presentando una programmazione che esplora l’identità e orientamento sessuale al fine di proporre un immaginario contemporaneo più ricco e orientare il futuro in una direzione di sempre maggiore apertura, di diritti e libertà per tutte e tutti. Un cinema che fa dell’impegno e dell’attenzione sui diritti il proprio fulcro narrativo. A organizzarla è il Coordinamento dei Festival di Cinema LGBTQ, neonata realtà che unisce nove manifestazioni cinematografiche che desiderano elaborare obiettivi e progetti condivisi, pur mantenendo l’autonomia dei singoli festival. Fanno parte del coordinamento, i festival: BIG – Bari International Gender Film Festival (Bari), Florence Queer Festival (Firenze), Gender Bender (Bologna), MiX Festival Internazionale di cinema LGBTQ+ e cultura queer (Milano), Immaginaria International Film Festival of Lesbians & Other Rebellious Women (Roma), Orlando Identità Relazioni Possibilità (Bergamo), Sardinia Queer Film Expo (Cagliari), Sicilia Queer filmfest (Palermo) e Some Prefer Cake Bologna Lesbian Film Festival (Bologna).

I titoli che compongono la rassegna streaming sono frutto delle programmazioni artistiche delle ultime edizioni dei festival che fanno parte del coordinamento e ne mostrando la ricchezza qualitativa, nonché il dinamismo del genere, anche da un punto di rappresentanza geografica. 8 i lungometraggi (tra documentari e fiction) disponibili ogni sera, dalle 20.00, per le 48 ore successive, sottoscrivendo un abbonamento di 9.90€: Alice Junior, di Gil Baroni (Brasile); All we’ve got, di Alexis Clements (Stati Uniti); Fin de siglo, di Lucio Castro (Argentina); Il caso Braibanti, di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese (Italia); Margen de error, di Liliana Paolinelli (Argentina); Meu nome é Bagdá, di Caru Alves de Souza (Brasile); Ne croyez surtout pas que je hurle, di Frank Beauvais (Francia); Saint Narcisse, di Bruce LaBruce (Canada). 

Due film al giorno. Noi abbiamo iniziato la nostra visione con il toccante documentario Il caso Braibanti (che resterà disponibile fino alle ore 20.00 di sabato 3 aprile 2021), sull’incredibile vicenda giudiziaria del poeta, filosofo, ex partigiano ed attività Aldo Braibanti, processato, nel 1968, con l’accusa di plagio nei confronti dello studente ventunenne Giovanni Sanfratello, su impulso della famiglia del giovane. Di fatto, come ricordato anche nel documentario, la versione italiana del caso a Oscar Wilde per omosessualità. Ma svoltosi oltre un secolo dopo quello del drammaturgo inglese.

Un processo quello a Braibanti che si svolse in un anno di forti contraddizioni per il Paese, in un inizio di contrapposizione tra l’ala più liberale e attenta alla rivendicazione di importanti diritti (divorzio, aborto, libertà sessuale, diritti civili) e una classe politica ancora ancorata al passato, in un rigurgito di tendenze destrorse e ultra-cattoliche che non teneva conto delle molteplici richieste di rinnovamento della società italiana. Un vero e proprio processo alle streghe quello inscenato ai danni di Aldo Braibanti, tra moralistiche dichiarazioni processuali da parte degli avvocati dell’accusa e pm successivamente accusati di connivenze mafiose e misteriosamente assassinati. Al fianco dell’artista si mossero allora importanti intellettuali, quali Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, i fratelli Marco e Piergiorgio Bellocchio e Dacia Maraini. Carmen Giardina e Massimiliano Palmese confezionano per il pubblico un attento documentario. Andando in alcune parti a ripercorrere quella che era la cifra stilistica dello stesso Aldo Braibanti e facendo rivivere, oltre che alla sua storia processuale, anche il suo concetto di teatro-cinema, così riccamente animato e strutturato grazie alla sua amicizia e collaborazione con personaggi del calibro di Carmelo Bene, dei fratelli Bellocchio e di Alberto Grifi (accusato anche lui di spaccio ed incarcerato dopo essersi dichiarato al fianco di Braibanti durante il processo).

In questo modo, alle testimonianze dirette di alcuni testimoni (oltre a quelli già citati, anche l’attore Lou Castel, che con Braibanti collaborò per alcuni performance teatrali; la cantautrice ed attrice Maria Monti, grande amica di Braibanti, che gli è stata vicina per tutta la vita; Ferruccio Braibanti, nipote di Aldo, fondamentale nel disegnare le dinamiche ed il contesto familiare dentro al quale lo zio è cresciuto ed ha mosso i primi passi, nonché nel sottolineare come il sostegno della Famiglia non sia mai mancato, in quei giorni fino alla sua scomparsa) si uniscono e mischiamo materiali di repertorio, foto, video, interviste e dichiarazioni radiofoniche (toccanti e sprezzanti allo stesso tempo quelle riportate di Marco Pannella, con il Partito dei Radicali in prima linea nella difesa durante il processo), ma anche brani ed immagini dallo spettacolo teatrale, scritto dallo stesso Massimiliano Palmese che firma la regia del documentario e diretto da Giuseppe Marini. Agli attori della pièce (Fabio Bussotti nel ruolo di Braibanti e Mauro Conte in quello del giovane Sanfratello, ma anche, in una splendida dimostrazione della sua abilità interpretativa, della madre del poeta come dei suoi accusatori) il compito di riportarci la voce di Aldo e Giovanni, la descrizione della nascita del loro amore, delle vicende che hanno portato all’arresto di Braibanti e al ricovero in manicomio del giovane (costretto ad oltre 40 sedute di elettroshock, che lo segnarono indelebilmente per tutto il resto della sua vita), della chiusura del processo. Il tutto viene arricchito da una colonna sonora, studiata da Pivio Pisciutta e Aldo De Scanzi (candidati ai prossimi David di Donatello per le musiche originali del film Non odiare di Mauro Mancini, capace di rievocare lo struggimento emotivo del protagonista di questa assurda ed ingiusta vicenda processuale.

Il caso Braibanti, prima di essere uno splendido progetto cinematografico (vincitore del Nastro D’Argento 2021 per il Miglior Documentario e nominato ai prossimi David di Donatello per la stessa categoria, oltre ad essere stato presentato, in anteprima, e promosso dalla 56a Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro), è anche un’accurata, dettagliata e sfrontata finestra sull’Italia di quegli anni. Moralista. Ancora fascista in un certo modo di fare politica e in molte delle sue leggi (il processo Barbanti fu possibile perché nel 1968 era ancora in vigore il Codice Rocco che prevedeva, appunto, il reato di Plagio e che venne cancellato dalla Corte Costituzionale solo nel 1981, senza, peraltro, concedere a Braibanti un indennizzo per le spese processuali e quelle durante la carcerazione che gli furono inflitte con la sentenza). Incapace di comprendere quello spirito di rinnovamento che stava ormai pervadendo grandissima parte della classe sociale e culturale del paese. Il film è anche un importante tributo alla memoria, un invito a coltivarla. Come riportato da una lettera scritta dallo stesso Aldo Braibanti, parlando del movimento spontaneo che nacque a seguito della sua carcerazione e messa in stato di accusa:

Intellettuali e scrittori hanno firmato appelli affinché io potessi avere un aiuto da parte dello Stato. Perché, hanno detto, che io ho subito la più grande discriminazione che l’Italia ricordi. Che l’Italia ricordi. Il problema è che l’Italia non ricorda

L’Italia forse dimentica (troppo) facilmente. Per fortuna, abbiamo ancora il Cinema a farci ricordare.

di Joana Fresu de Azevedo