Marla Grayson – interpretata magistralmente da Rosamund Pike, vincitrice con questo ruolo del Golden Globe per la migliore attrice in un film commedia o musicale – è una tutrice legale che si approfitta della propria carica per manovrare le decisioni di un giudice circa la custodia di anziani signori. Mediante una fitta rete di complici disseminati all’interno di un ospizio, la donna è riuscita a plasmare un impianto massiccio e compatto volto ad ingannare vecchi pensionati privi di familiari ma provvisti d’ingenti eredità. La solida struttura concepita da Marla inizia però a scricchiolare nel momento in cui viene scovata una preda dal passato oscuro: Jennifer Peterson (Dianne Wiest), una vecchia signora che vive sola in una sontuosa villa in un ricco quartiere residenziale. A prima vista il suo sembrerebbe l’identikit perfetto della vittima di una truffa, ma presto verrà alla luce la natura menzognera delle informazioni raccolte e il suo legame parentale con un losco e pericoloso individuo (Peter Dinklage).

“La correttezza è un inganno inventato dai ricchi per farci restare poveri” – queste le parole con cui esordisce Marla, che sin dai primi minuti emerge quale figura controversa, dalla personalità sfaccettata e a tratti sfuggente: la protagonista è dotata infatti di uno spiccato senso dell’umorismo, ma è anche incredibilmente sicura di sé, energica e combattiva. Ad affiancarla, la sua assistente e compagna Fran (Eiza Gonzàlez), che in più occasioni rischia la vita per lei.

Il film non intende offrire giudizi morali sull’operato della truffatrice, e di conseguenza le lascia spesso la parola, quasi a giustificare l’illegittimità dei suoi gesti. Risulta quasi impossibile delineare chiari confini tra bene e male, in quanto non esiste un vero antagonista da sconfiggere, ma piuttosto diverse sfumature di crudeltà, che precludono al pubblico qualsiasi spazio d’immedesimazione e di empatia nei confronti della vicenda narrata.

Sullo sfondo, un’America votata esclusivamente all’arricchimento personale e allo sfruttamento del più debole. Si conforma a questo gioco la stessa Marla, la quale per sopravvivere riveste i panni di una leonessa in un mondo di agnelli indifesi. Il suo sguardo sul mondo è quanto mai sprezzante, cinico e disilluso: non s’interessa mai dello stato di salute degli anziani, sottoposti ad ogni tipo di sopruso, ma si proietta soltanto verso il miglioramento della propria condizione economica.

Il finale amaro proporrà un interessante spunto di riflessione: il sogno americano altro non è che una favola raccontata per stimolare le persone ad impegnarsi, ma – proprio come tutti i sogni – è destinato ad esaurirsi, a marcire.

Il terzo lavoro del regista e sceneggiatore J. Blakeson concentra alcune questioni già precedentemente affrontate in La scomparsa di Alice Creed (2009) e La quinta onda (2016): la predilezione per i personaggi femminili, la passione per il mistero e l’enigma, e infine l’interesse relativo al genere thriller. In questo caso, tuttavia, viene applicata al lungometraggio un’aggiunta di particolare rilievo, ovvero la commistione di elementi noir, di spunti derivati dalla cosiddetta dark comedy, e di aspetti aderenti all’immaginario dei film d’azione.  Tale mescolanza di stili costituisce il merito e insieme la pecca del lungometraggio, che appare diviso in due diverse sezioni: la prima improntata su una comicità irriverente e politicamente scorretta, la seconda molto più movimentata e dinamica nello svolgimento della trama. Per separare le due parti viene adottato uno stacco netto, che risulta disorientante e inaspettato, tanto da indurre lo spettatore a credere di essere stato catapultato in un altro film. La maestria adoperata dal direttore della fotografia Doug Emmet nel districarsi in una somma di generi così dissimili tra loro – attraverso soluzioni creative quali sequenze monocromatiche particolarmente suggestive e inquietanti primi piani dei personaggi – non basta quindi a rendere omogenea e scorrevole la narrazione.

L’ultima fatica dell’autore britannico designa un sapiente gioco incentrato sul continuo scavalcamento della predittività: nei punti in cui si affaccia la possibilità di allentare la tensione, ecco che subentra un elemento atto a creare suspense, e poi a spiazzare lo spettatore con eventi alquanto imprevedibili. I presupposti sono buoni, ma nel corso del racconto la coesione tra le diverse istanze narrative viene a mancare: il montaggio si limita ad assommare una serie di situazioni nel tentativo di ritardare la chiusura del film, che sembra non arrivare mai, e che quando arriva risulta del tutto improvvisa.

di Camilla Fragasso