Autumn (Sidney Flanigan) è una diciassettenne irrequieta che vive in una zona rurale della Pennsylvania all’interno di un nucleo familiare assente, incapace di assicurarle le dovute premure: la madre si preoccupa esclusivamente dei fratelli minori, e il patrigno la ignora, limitandosi a riservarle di tanto in tanto commenti offensivi e risentiti. Oppressa da un senso di malessere indefinibile, la ragazza si rivolge ad una dottoressa del consultorio, la quale la invita ad effettuare il test di gravidanza, il cui esito risulta irrimediabilmente positivo. La notizia giunge a tal punto inaspettata da generare in lei una preoccupante reazione di rifiuto: le mani della giovane si avventano impietose sulla pancia, sferrando una serie di colpi nell’ingenuo auspicio di poter provocare un aborto spontaneo. 

Determinata a trovare una soluzione, Autumn decide di partire – all’insaputa dei genitori – alla volta di New York con l’intenzione di abortire, accompagnata dalla cugina Skylar (Talia Ryder). Prive di qualsiasi mezzo per orientarsi in una città così vasta, le due amiche vagano sconsolate per le immense strade della Grande Mela, nell’attesa di recarsi in ospedale per svolgere l’operazione. Tra incontri fortuiti e compromettenti, nottate eterne, illuminate soltanto dalle sfolgoranti luci dei semafori, dolorosi colloqui con i medici – desiderosi di conoscere la verità sulla maternità indesiderata –, le protagoniste fanno i conti con la propria inesperienza, le proprie paure, i propri laceranti dubbi interiori. 

Eliza Hittman, con Mai raramente a volte sempre, realizza un film intriso di realismo, crudo, quasi disturbante, nel quale emergono problematiche adolescenziali di grande attualità: l’ansia, la solitudine, la conseguente ricerca d’affetto, il rapporto con il sesso. La regia segue le giovani figure con delicatezza e cerca di porsi quale bussola dinanzi al loro smarrimento; spesso offre lunghi piani sequenza dei loro volti in primo piano che si agitano, piangono, si sfogano, e lascia che sia la loro espressività a riempire lo schermo. Nelle riprese realizzate con la camera a mano, volte ad accompagnare i personaggi in un’odissea senza fine, vi è l’evidente richiamo ad uno specifico filone cinematografico, impostato nei primi anni 60’ da Jean Rouch, autore di celebri documentari etnografici, per essere poi recuperato mediante l’adozione di uno sguardo ancor più mirato e confidenziale dai Fratelli Dardenne (Rosetta, 1999) e in tempi recenti da Roberto Minervini (Low Tide, 2012). La regista newyokese concepisce un lungometraggio basato su un equilibrio perfetto tra cinema e documentario: per quanto esigua, una storia attorno alla quale si muovono i personaggi esiste, e induce lo spettatore ad interrogarsi sulle prossime mosse della protagonista, a sperare nel suo ritorno a casa. I dialoghi, anch’essi minimali, scandiscono in maniera efficace le interazioni tra due figure femminili antitetiche: l’una interamente calata nel proprio dramma personale e sopraffatta dall’angoscia nei momenti di maggiore tensione; l’altra dotata di un animo quanto mai empatico e accogliente, pronta a rassicurare e a proteggere la cugina di fronte a qualsiasi rischio. A conferire all’ultimo lavoro della Hittman un tono documentaristico contribuisce la fotografia di Hélène Louvart – già assidua collaboratrice di Alice Rohrwacher –, la quale si serve della luce diurna per dare vita a colori freddi e inospitali, simbolo di una metropoli da cui le giovani protagoniste si sentono ostacolate e insieme intimorite. Ma non solo: il valore testimoniale del film emerge grazie alla tendenza registica ad inseguire l’adolescente, a fermarsi e a ragionare con questa nel tentativo di enfatizzare i suoi momenti di riflessione, ma anche di tentennamento e incertezza.

di Camilla Fragasso