La mini-serie televisiva La regina degli scacchi, oltre a farsi apprezzare per le innegabili doti recitative della giovane protagonista, per il ritmo incalzante e per la filologica ricostruzione dei Sixties, offre diversi spunti di riflessione filosofica e addirittura teologica, complice il gioco degli scacchi che da sempre confina con la metafisica. 

Sarà sempre guerra?

Jorge Luis Borges in un celebre sonetto (Ajedrez) scrive che la scacchiera «incatena» i giocatori «all’arduo / riquadro dove s’odian i giocatori». Il verbo ‘odiare’ utilizzato dallo scrittore argentino coglie l’essenza del gioco degli scacchi: un conflitto spietato tra due colori, il bianco e il nero, che sono l’ipostasi del concetto di ‘opposto’ e ‘contrario’. La disposizione dei pezzi all’inizio della partita, il loro nome e la loro perdita progressiva nel corso del gioco rimandano alla guerra, l’«antico gioco crudele» come è stato chiamato da qualcuno. Come se fossero soldati nemici, infatti, i pezzi sulla scacchiera ora avanzano ora arretrano, ora si danno all’inseguimento ora cadono in un’imboscata, ora uccidono ora sono uccisi. Che il gioco, come si diceva, sia spietato lo dice anche il fatto che esso si conclude soltanto quando uno dei due Re muore: l’espressione ‘scacco matto’, come è noto, deriva dal persiano shah-mat che significa appunto ‘il Re è morto’. Da qui l’uso di reclinare sulla tavola da gioco il Re che ha subito lo scacco matto come se esso, a guisa di un condottiero sul campo di battaglia, fosse stato ferito a morte.

I poeti e i filosofi da sempre scorgono nel gioco degli scacchi una metafora della condizione umana. Borges conclude così il citato sonetto: «Accesa nell’oriente, questa guerra / ha oggi il mondo per anfiteatro. / Come l’altro, è infinito questo giuoco». Come innumerevoli furono e saranno i giocatori, tutti destinati senza remissione alcuna a diventare polvere, così la guerra: essa «è sempre», per dirla con ‘il Greco’, uno dei personaggi più suggestivi de La tregua di Primo Levi. Prima di lui un altro greco, Eraclito di Efeso, lo Skoteinós, l’Oscuro, aveva intuito che «pólemos pánton patér pánton basiléus», che «il conflitto è padre e re di tutte le cose». Certo, si può sostenere validamente che senza pólemos anziché il divenire vi sarebbe stasi eterna, che nulla verrebbe alla vita e che quindi esso, giungono ad azzardare alcuni, è addirittura una realtà intra-divina che permette il passaggio dal Niente all’Ek-sistente; e di conseguenza si può altresì sostenere che senza pólemos tutti noi saremmo uomini a una sola dimensione, irreparabilmente dimidiati, giacché possiamo sperare di capire qualcosa di noi stessi soltanto nel confronto polemico con l’altro (ogni dialogo, se è autentico, possiede questo timbro guerresco); e tuttavia resta il fatto incontrovertibile che pólemos è scontro senza esclusione di colpi: chi gioca, gioca per vincere e vincere è una questione di vita o di morte: il Re non è fatto prigioniero, è ucciso. 

Ne La regina degli scacchi questa condizione di permanente belligeranza è di limpida evidenza: le partite che Elizabeth ‘Beth’ Harmon disputa nei più prestigiosi tornei internazionali sono un contrappunto dei conflitti che avvengono nella realtà, a partire da quello di Beth contro se stessa, contro la sua parte autodistruttiva che tenta in tutti i modi di boicottarla, di avvelenare quanto di buono ella possiede e di trasformare in caricatura le sue straordinarie capacità e l’affetto degli amici. Ma pólemoi, se si fa attenzione, sono in atto anche nei club del Liceo che escludono, come quello delle Mele verdi, chiunque non possieda requisiti rigidamente codificati; nella società americana, che dietro la facciata di opulenza e di perbenismo cela fallimenti esistenziali (come quello del patrigno di Beth, una sorta di Willy Loman – il «commesso viaggiatore» di Arthur Miller – in sedicesimi) e piaghe sociali come il razzismo (Jolene, l’amica con cui Beth ha condiviso i suoi anni al brefotrofio, non sarà mai adottata perché di colore); e infine sullo scacchiere geopolitico dove è al culmine la ‘guerra fredda’ tra Stati Uniti e Unione Sovietica.»»

Ma un’altra considerazione si impone: basta osservare lo svolgimento dei tornei per accorgersi come il pólemos, le partite condotte dai giovani giocatori contro quelli più anziani per detronizzarli e soffiar loro il titolo, trascolori in stásis, in ‘scontro tra fratelli’, quando le partite si giocano tra loro. A questa guerra fratricida devono essere ricondotte le continue sconfitte subite al Moscow Invitational Chess Tournament dagli Americani contro i Russi, i quali, al contrario, in vista della finale si stringono attorno al loro campione, studiando insieme a lui le migliori strategie da opporre al comune avversario. 

Ma sarà sempre guerra? Sempre «il rito antico troverà nuovi fedeli»? Possibile che la condizione umana trovi nel gioco degli scacchi una delle sue più icastiche rappresentazioni? È proprio da illusi credere che la pace, e non lo ‘scacco matto’, sia il télos a cui tendere? Scrive ancora Borges: «Dio muove il giocatore, questi il pezzo. / Quale dio dietro Dio la trama ordisce / di tempo e polvere, di sogno e agonia»? Ecco il nocciolo della questione: quale Dio può interrompere l’eterna guerra dei padri contro i figli e dei figli tra loro stessi?

«Vi ho dato la mia gloria»

Scrive san Paolo: «[Cristo], pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso [ekénosen], assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2, 6-7); «se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo» (Rm 8, 17). Ma ancora più potente è questa pericope dell’evangelo di Giovanni: «E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità» (Gv 17, 22-23). 

Il mistero dell’incarnazione, da un punto di vista meramente concettuale, è una sfida lanciata all’intelletto perché propone un modello opposto a quello seguito dagli uomini fin dalla fondazione del mondo, un modello che consiste nella difesa gelosa del potere da parte dei padri contro le aspirazioni dei figli a spodestarli e nella lotta di questi ultimi tra loro, qualora uno di essi riesca a subentrare nella potestas patria: la tragedia scespiriana Re Lear illustra tutto questo in modo definitivo.

Una Novitas irriducibile, invece, è annunciata dall’incarnazione: Dio si spoglia della propria divinità, diviene Figlio e questi si fa ‘ultimo dei servi’ (doulós) per rendere gli uomini – da lui chiamati non servi bensì «fratelli» e «amici» (cfr. Gv 15, 14-15) – eredi di Dio: «ut unum sint», affinché tutti i fratelli siano una cosa sola con Dio come il Figlio lo è con il Padre. Il recedere, l’abbassamento, la diminuzione, la spogliazione, la rinuncia quali condizioni per far crescere i figli e far sì che diventino come il padre: la vera potestas è l’auctoritas. Senza la comprensione di questo, ogni passaggio generazionale è destinato a restare bloccato o, nel peggiore dei casi, a trasformarsi in lotta cruenta dei figli contro i padri, dei padri contro i figli e dei figli tra loro. 

Nell’episodio finale de La regina degli scacchi ci sembra di scorgere questo Novum. Dopo essere stata battuta da lui per due volte, Beth si ritrova ancora una volta a giocare contro Vasily Borgov. Ora però i suoi amici, che un tempo furono suoi avversari, hanno capito che se vi è una speranza per battere l’invitto campione russo questa consiste nell’allearsi insieme per aiutare chi scenderà in campo, sicché quando Beth, nel finale di partita, fa la prima mossa, dobbiamo immaginare che accanto a lei vi siano anche i ‘fratelli’ rimasti in America. E l’alleanza tra fratelli permette a Beth di vincere. Ma a questo punto accade qualcosa di inedito: contravvenendo a una prassi consolidata, Bezov non ribalta il Re, ma lo consegna a Beth nell’atto di stringerle la mano per congratularsi con lei e poi, come se non bastasse, l’abbraccia. Il rito selvaggio che impone l’uccisione del Re, evocata dal gesto simbolico di farlo cadere sulla scacchiera con un colpo della mano (ma il Re uscito vincitore sarà prima o poi ucciso a sua volta nelle successive partite che si disputeranno, perché, dice Borges, «infinito è questo giuoco»), è spezzato dalla volontaria trasmissione del potere dal padre ai figli. È come se Bezov consegnasse a Beth con quel pezzo degli scacchi le proprie insegne regali per rivestirla del titolo di regina, o meglio ancora per condividere con lei il trono: un re Lear finalmente pacificato con le proprie figlie ed esse con lui. 

Questa autentica palingenesi è suggellata dalla memorabile sequenza con cui termina La regina degli scacchi, dove Beth, dopo essere scesa dall’auto che avrebbe dovuto condurla all’aeroporto di Mosca per il ritorno in patria, si aggira tra un gruppo di anziani che stanno giocando a scacchi all’aperto. Dopo essere stata riconosciuta, accetta l’invito di uno dei giocatori a disputare una partita con lui. Un primo piano della macchina da presa ci mostra un regale volto di vecchio, rischiarato da una superiore conoscenza dell’Umano. Ma re sono pure gli altri anziani che si sono raccolti attorno ai due giocatori, e tra essi dobbiamo immaginare che ci sia anche il signor Shaibel, il custode dell’orfanatrofio, il primo a iniziare Beth al gioco degli scacchi e a ravvisare in lei la futura regina. «Giochiamo» dice Beth. La fine de La regina degli scacchi è in realtà un inizio: ecco riprendere, infatti, l’eterna partita dove ancora e ancora si fronteggiano gli opposti: donne contro uomini, giovani contro vecchi, americani contro sovietici. Ma questa volta i giocatori non «si odiano».

di Andrea Panzavolta