Esistono film che si adeguano perfettamente alle esigenze narrative di generi ben delineati. È il caso del cosiddetto action movie, che ha trovato notevole riscontro da parte del pubblico nella sottocategoria dello sniff out (lett. fiutare), tutta incentrata sulla caccia all’uomo. Innumerevoli gli esempi di cui si può avvalere: da Io vi troverò – Taken di Pierre Morel, con Liam Neeson (iniziatore di una vera e propria serie cinematografica), al più recente A Beautiful Day You Were Never Really Here di Lynne Ramsay, con Joaquin Phoenix. In entrambi i casi si ha a che fare con un personaggio che ha smesso di lavorare nel tentativo affrontare complessi traumi scaturiti da esperienze luttuose. Ma la dolorosa spirale di ricordi subisce una repentina interruzione a causa di un evento sconvolgente: il rapimento di una bambina. Consapevole della scarsità di tempo a disposizione, il protagonista si lancia alla ricerca della giovane vittima con lo scopo di metterla in salvo.

Il secondo lavoro di Ludovico Di Martino si addentra pericolosamente nei territori del film d’azione, proponendo una storia di vendetta che tende a ricalcare il percorso narrativo intrapreso da Morel e poi reiterato con alcune variazioni da Olivier Megaton. La trama si fonda sulla figura di Leonida Riva (Fabrizio Gifuni), ex veterano di guerra affetto da disturbo da stress post-traumatico pronto a mettere a rischio la propria vita per liberare la figlia in pericolo. Un plot lineare, interamente volto ad enfatizzare i temi della vendetta e del riscatto, che viaggia su binari prestabiliti, poco inclini alla diversificazione. Ma a rendere la vicenda quanto mai prevedibile e banale concorrono molti altri aspetti: gli inseguimenti in auto contrassegnati da un sottofondo musicale invadente, i dialoghi dai toni melliflui e stucchevoli, i flashback che rimandano ad un passato non meglio definito, il momento di ricongiungimento finale al rallentatore. Il tutto contornato dall’evidente sforzo di non circoscrivere la narrazione ad un luogo preciso. Il risultato è sconfortante, in quanto il regista – nell’ideare il soggetto assieme a Claudia De Angelis, Andrea Paris, Nicola Ravera Rafele – aveva in mente un immaginario chiaramente americano: si pensi al Diner nel quale i due fratelli addentano un hamburger, oppure alla sede ipertecnologica della polizia e allo scontroso vicequestore (interpretato magistralmente da Lino Musella) con la sua immancabile tazza di caffè.

Fatta eccezione per Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e pochi altri esempi, il cinema italiano si è cimentato poco – almeno negli ultimi decenni – nel proporre B movies. Groenlandia, la casa di produzione, fondata da Matteo Rovere e Sydney Sibilia, che ha finanziato il film, si sta impegnando proprio nel promuovere giovani autori che sappiano virare verso generi sconosciuti all’interno della Penisola (Romulus, serie tv di carattere storico distribuita su Sky Atlantic, è un esempio lampante di tale grandioso progetto). Per quanto maestoso, il progetto pensato da Di Martino appare tuttavia manchevole sin dai presupposti iniziali: il problema principale riguarda la caratterizzazione dei personaggi, poco indagati dal punto di vista psicologico, ridotti a burattini in balia dei propri sentimenti dirompenti (soprattutto madre e figlio, che si esprimono di rado). Buona invece la prova di Gifuni, il quale – abituato com’era ad affrontare ruoli in film e spettacoli drammatici – è stato sorprendente nel rivestire i panni del duro, dell’uomo silenzioso ma capace di violenze inaudite.

di Camilla Fragasso