Prima parte

Il Novecento è stato un secolo di eventi contrastanti tra loro, importanti conquiste economiche, sociali, scientifiche, tecnologiche, da un lato, a fronte di grandi tragedie, la crisi delle democrazie europee di cui il nazifascismo, il franchismo e lo stalinismo sono stati la peggiore espressione, due guerre mondiali macchiate da genocidi, stermini e l’utilizzo della bomba atomica, dall’altro. Grandi eventi che hanno cambiato radicalmente l’assetto sociale e geopolitico mondiale. La fine degli imperi austro-ungarico, russo, ottomano, la decolonizzazione, la conseguente formazione e indipendenza di nuovi Stati e nuovi confini. Le crisi economiche, la ricostruzione postbellica, il boom economico, la dolce vita, la guerra fredda e altre combattute con le armi, la minaccia della guerra nucleare, la costruzione del muro di Berlino e il suo abbattimento, il crollo dell’Unione Sovietica. Il ’68, il femminismo, le lotte operaie e quelle studentesche, il terrorismo, il rafforzarsi delle mafie. Le conquiste sociali, la scoperta dei vaccini, i progressi della medicina e della farmacologia. La conquista dello spazio, l’uomo sulla luna, l’avvento della televisione, di nuove tecnologie, nuovi mezzi di comunicazione, nuove scoperte scientifiche, la nascita e lo sviluppo delle telecomunicazioni, dell’elettronica, dell’informatica, internet, la globalizzazione, il consumismo.

Nulla di quanto avvenuto è sfuggito al cinema. Tutto ci è stato raccontato nei film.

Il novecento è un secolo estremamente complesso e ricco di avvenimenti che non può essere racchiuso in pochi titoli. Io ne ho scelti alcuni tra quelli che ci hanno raccontato quelle che possono essere considerate tra le vicende fondamentali del secolo scorso. Con particolare attenzione a quelle che hanno riguardato il nostro Paese.

Il film documenta il periodo storico ma è anche esso stesso un documento del periodo in cui è stato girato. Pertanto lo stesso evento può essere narrato in modi diversi e utilizzato come strumento di propaganda o di accusa a seconda di chi lo gira.

Il ‘900 si apre con importanti conquiste scientifiche: l’identificazione dei gruppi sanguigni umani, che ha reso praticabili le trasfusioni, l’individuazione del virus della poliomielite effettuate entrambe da Karl Landsteiner; il primo segnale radio lanciato attraverso l’Oceano Atlantico da Guglielmo Marconi; l’identificazione del micobatterio della tubercolosi fatta da Robert Koch; la teoria della Relatività Speciale sviluppata da Alfred Einstein; la scoperta del morbo neurodegenerativo che causa la malattia che da lui ha preso il nome fatta da Alois Alzheimer; la scoperta delle vitamine effettuata dal biochimico Kazimierz Funk; la teoria di Niels Bohr sulla struttura dell’atomo. Tutte queste scoperte sono purtroppo superate dall’evento che da molti storici viene ritenuto il vero inizio del ‘900, che in pochi anni ha posto fine alla Belle Epoque disegnando un nuovo assetto socio-politico europeo e mondiale: la prima guerra mondiale.

Il 28 luglio 1914 l’Impero austro-ungarico dichiara guerra al Regno di Serbia in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo ad opera del giovane anarchico serbo Gavrilo Princip. E’ l’inizio della prima guerra mondiale. Il 24 maggio del 1915 il Regno d’Italia dichiara guerra all’Impero austroungarico. La guerra si conclude definitivamente l’11 novembre 1918 con un bilancio pesantissimo stimato in oltre trentasette milioni di vittime tra militari e civili.

Diversi film ci raccontano la follia di questa guerra e della guerra in generale. In particolare Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubrick, e Uomini contro (1970) di Francesco Rosi.

Il primo vede come protagoniste le truppe francesi contrapposte a quelle tedesche, il secondo quelle italiane a quelle austriache. In entrambi si tratta di azioni militari folli e impossibili da realizzare, mosse unicamente dal fanatismo militarista di alti ufficiali dell’esercito privi di umanità, pronti a sacrificare senza remore né rispetto le vite dei loro uomini costretti ad essere contro da voleri superiori. Uomini che da entrambe le parti contrapposte appartengono alle classi più povere dei rispettivi paesi. In entrambe le pellicole il loro vero nemico è alle loro spalle, come grida il tenente Ottolenghi (Gian Maria Volonté) che incita i soldati alla ribellione spronandoli a sparare sul generale Leone (Alain Cuny) che li ha spinti al massacro. Nell’altro caso è il  generale Mireau (George Mcready) colpevole di aver dato un ordine analogo e cannoneggiato le proprie truppe per non farle arretrare. Entrambi per punire la disfatta, imputandone le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti, chiedono la decimazione per fucilazione dei propri soldati. A Mireau ne saranno concessi tre, scelti a caso e sottoposti ad un processo farsa, difesi inutilmente dal colonnello Dax (Kirk Douglas) davanti a una corte marziale che già a priori aveva deciso la sentenza.

Altra denuncia della follia della guerra e di chi ne è al comando è Gli anni spezzati (1981) di Peter Weir.

E’ il racconto di uno dei tragici episodi, realmente accaduto, della battaglia di Gallipoli, penisola turca sullo stretto dei Dardanelli. Ai giovani soldati australiani il comando britannico ha assegnato un incarico diversivo per tenere impegnato l’esercito ottomano e consentire lo sbarco in sicurezza di 25.000 soldati inglesi. La leggerezza e l’improvvisazione del comando inglese nella sincronizzazione delle operazioni lascia gli australiani scoperti sotto il fuoco ottomano, ciò nonostante il comando non vuole sospendere l’attacco. Così l’insensatezza degli ordini degli alti ufficiali e il disprezzo per la vita dei loro soldati trasforma, quella che era già di per se un’operazione ad alto rischio, in un massacro per migliaia di giovani.

Un altro atto di condanna della guerra è All’Ovest niente di nuovo (1930) di Lewis Milestone, tratto dal romanzo di Erich Maria Remarque visto dalla parte degli sconfitti.

E’ la storia di alcuni giovani studenti tedeschi che, esaltati dai discorsi patriottistici del loro insegnante, si arruolano volontari. Al fronte scopriranno che la realtà della guerra è ben diversa dalle romantiche parole del professore. La loro innocenza e il loro ideale di eroici guerrieri difensori dei valori della patria soccombono davanti al contatto quotidiano con la morte, gli orrori, le stragi, lasciando il posto alla paura e alla disillusione. Durante una licenza uno dei ragazzi viene invitato dall’insegnante, che ancora arringa i nuovi giovani studenti, a raccontare della nobile guerra che sta combattendo. Ma lui dirà la verità con parole durissime di accusa al potere, di denuncia delle sue bugie e mistificazioni, di giovani adolescenti sacrificati che muoiono nel fango per un ideale inesistente. Il film ha vinto l’Oscar come miglior film e come miglior regia ma fu accolto ovunque tra le polemiche. In Germania i nazisti bruciarono il libro di Remarque e boicottarono il film, in Italia il fascismo lo proibì e successivamente i governi democristiani ne rimandarono la proiezione fino al 1956 in una versione censurata.

Una diversa visione della guerra ce la da Mario Monicelli ne La grande guerra (1959).

La sceneggiatura antiretorica di Age, Scarpelli e Monicelli stesso ci mostra con obiettività, sarcasmo, ironia amara, comicità, tragedia, eroismo, la guerra vissuta dalla gente comune, chiamata alle armi a combattere nelle trincee. Giovani e meno giovani, istruiti o analfabeti, del Sud e del Nord, che a stento parlano l’italiano, generalmente poveri, deboli, indifesi, impreparati alla guerra, impauriti come Oreste (Alberto Sordi) e Giovanni (Vittorio Gassman) che hanno come unico obiettivo quello di sopravvivere a qualcosa di incomprensibile e insensato, troppo lontano da loro come la guerra. Tentano con ogni mezzo di evitare ogni pericolo per salvarsi la vita, ma sono pronti a sacrificarla con un moto di orgoglio. Il film vinse il Leone d’Oro al Festival di Venezia e fu nominato all’Oscar.

Altri film da non dimenticare: La grande illusione (1937) di Jean Renoir ; Per il re e per la patria (1964) di Joseph Losey ; E Johnny prese il fucile (1971) di Dalton Trumbo.

Il 24 ottobre 1917 in una Russia stremata dalla guerra, lacerata dalla crisi economica e dalla fame, i bolscevichi, guidati da Vladimir Il’ič Ul’janov Lenin, occupano i punti nevralgici della capitale e prendono possesso del Palazzo d’Inverno, residenza degli Zar, portando al rovesciamento dell’Impero Russo dei Romanov trasferendo il potere ai Soviet. E’ la fase finale dell’insurrezione popolare e l’inizio della rivoluzione politica che cambierà il volto della Russia e l’equilibrio del mondo.

Ottobre (1927) diretto da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn racconta quegli eventi.

Il film fu voluto dal regime sovietico per celebrare il decimo anniversario della rivoluzione, con enorme dispendio di mezzi e ampi margini di libertà concessi al regista. Ėjzenštejn, utilizzò un linguaggio sperimentale, coinvolgente e iperrealista, utilizzando come protagonisti coloro che vissero in prima persona quelle giornate: militari, operai, e cittadini, senza avvalersi di attori professionisti. Più concentrato sulla ricerca artistica e meno attento all’evolversi della situazione politica del momento fu costretto ad operare numerosi rimaneggiamenti e tagli di tutte le scene in cui apparivano i potenziali avversari politici di Stalin, nel frattempo caduti in disgrazia. Nonostante gli stravolgimenti imposti il film ebbe accoglienze poco entusiastiche dalla critica più vicina al regime, tacciato di eccessivo estetismo e sperimentalismo a scapito di una maggiore e più gradita enfasi celebrativa. Pertanto venne censurato subito dopo la prima proprio da quel regime politico che doveva celebrare. Il film è rimasto chiuso negli archivi russi fino al 1963, quando venne riesumato.

Il 27 ottobre 1922 i fascisti marciano su Roma rivendicando dal Re la guida politica del paese, sotto la minaccia di occuparne le Istituzioni con la violenza. Il 30 ottobre entrano a Roma incontrando solo la resistenza da parte dei cittadini e non da parte dei militari, perché Vittorio Emanuele III rifiuta di fare intervenire l’esercito rinunciando a proclamare lo stato d’assedio, nel timore di dare l’avvio ad una guerra civile. Quello stesso giorno Mussolini forma il suo governo mascherando, con i crismi di una legalità imposta con la violenza, una dittatura durata vent’anni.

La marcia su Roma (1962) di Dino Risi ci racconta gli eventi attraverso le vicissitudini di due poveracci, ex commilitoni reduci di guerra (Tognazzi e Gassman) che, conquistati dalle facili promesse del fascismo, prendono parte alla marcia su Roma, scoprendo lungo il percorso il vero volto del fascismo e l’inconsistenza di tutte quelle fantasmagoriche promesse.

Il 24 ottobre 1929 crolla la Borsa di Wall Street. L’economia americana è in ginocchio, seguita rapidamente come un effetto domino da tutti quei paesi – europei per primi – che hanno stretti rapporti finanziari con gli USA.  Salgono la disoccupazione e la povertà, con devastanti ripercussioni sociali e politiche in tutti i paesi. Molti film hanno raccontato quello che è passato alla storia come la Grande Depressione, ma è Furore (1940) di John Ford, tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck, che meglio di tutti racconta l’odissea e la sofferenza che la povera gente subì in quegli anni.

Protagonista è una famiglia di agricoltori che parte a cercare fortuna in California perché ha perso tutto quello che aveva, la terra e la fattoria espropriate dalle banche. Purtroppo, le loro speranze e le loro illusioni cederanno il posto allo sconforto. Nel lungo viaggio, insieme a tanti altri disperati come loro, conosceranno un’atroce realtà di sfruttamento, fame e morte.

L’economia mondiale a pezzi, la crisi delle democrazie, gli enormi debiti di guerra contratti da tutti i paesi e le pesanti condizioni di pace imposte dai vincitori ai vinti fanno dimenticare gli orrori della guerra alimentando, molto rapidamente, la volontà di rivincita da parte degli sconfitti e di mantenimento del predominio da parte dei vincitori.

1 settembre 1939 la Germania invade la Polonia, è l’inizio della Seconda guerra mondiale che si concluderà nel teatro europeo l’8 maggio 1945 con la resa della Germania e, in quello orientale, il 2 settembre 1945 con la resa dell’Impero giapponese, dopo i bombardamenti atomici americani su Hiroshima e Nagasaki. Il conflitto ha causato sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri, 70 milioni di vittime stimate, per la maggior parte civili, diventati oggetto diretto di azioni militari, bombardamenti, rastrellamenti, eccidi, rappresaglie, persecuzioni, deportazioni e stermini, portati a compimento dal Terzo Reich con metodi tecnici ingegneristici. Oltre alla scia di morti, la guerra ha lasciato un’Europa nel caos, devastata e ridotta ad un cumulo di macerie, con la conseguente perdita dell’egemonia linguistica, socio-culturale e politico-economica mondiale, divisa in due sfere di influenza distinte e contrapposte, quella occidentale con gli Stati Uniti e quella dell’est con l’Unione Sovietica, l’altra grande potenza uscita rafforzata dal conflitto, in un equilibrio internazionale teso di guerra fredda.

Innumerevoli sono i film che trattano l’argomento. Ho scelto tra quelli che hanno trattato di eventi strategici fondamentali ai fini dell’esito della guerra, anche se pure nel cinema viene confermata la grande verità che la storia la scrivono i vincitori.

17 settembre 1939 l’Armata Rossa invade la Polonia da Est spartendosi il paese con i tedeschi che l’hanno occupata da Ovest. Germania e Unione Sovietica, sono legate dal Patto Molotov-Ribbentrop, che stabilisce la non aggressione reciproca e la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici. I soldati e i sottufficiali polacchi vengono imprigionati dai tedeschi mentre gli ufficiali vengono deportati dai russi in Unione Sovietica e assassinati nella foresta di Katyn, nella Russia Europea, assieme ad altre migliaia di prigionieri polacchi. Le esecuzioni sommarie vengono eseguite utilizzando armi e munizioni tedesche per attribuirne il massacro ai nazisti. Caduto il patto di non aggressione i tedeschi invadono la Russia e scoprono le fosse comuni in cui sono sepolti gli ufficiali polacchi e, utilizzando l’eccidio come strumento di propaganda per screditare l’Unione Sovietica agli occhi degli alleati, ne danno l’annuncio, accusando i sovietici che, a loro volta, negano ed hanno continuato a negare le accuse tedesche per 50 anni. Solo nel 1990 l’URSS ha ammesso la responsabilità del massacro desecretando i documenti dell’epoca. Katyn (2007) di Andrzej Wajda ricostruisce quanto avvenuto sulla base del diario rinvenuto sul corpo di uno degli ufficiali polacchi uccisi che riporta gli avvenimenti.

7 dicembre 1941, il Giappone, senza aver dichiarato guerra, attacca a sorpresa le installazioni militari statunitensi di Pearl Harbor, nell’arcipelago delle Hawaii. L’attacco provoca l’immediata entrata in guerra degli Stati Uniti. Diversi film sono stati girati su questo evento, sia da parte americana che giapponese. Ovviamente la fanno da padrone quelli americani, anche per la mancata distribuzione di quelli nipponici. Ne cito due:

Tora! Tora! Tora! (1970) di Richard Fleischer, coadiuvato dai registi giapponesi Kinji Fukasaku e Toshio Masuda e Pearl Harbor (2001) di Michael Bay.

Il primo è un classico film di guerra che ricostruisce minuziosamente  i preparativi e l’attuazione dell’attacco, ricco di scene d’azione girate dal vivo e begli effetti speciali, premiati con l’Oscar. Il titolo è il nome in codice dell’operazione usato dai giapponesi, che significa attacco lampo. Il secondo è sicuramente meno accurato nel descrivere i fatti storici e più libero di raccontare una storia sentimentale ambientata durante l’attacco giapponese. Vanno apprezzate in ogni caso le scene d’azione premiate con l’Oscar per il sonoro e gli effetti speciali.

6 giugno 1944 è il giorno dello sbarco in Normandia delle truppe alleate, l’evento bellico più famoso che ha determinato l’esito del conflitto in Europa. Il giorno più lungo (1962) girato da quattro registi: Ken Annakin, Andrew Marton, Gerd Oswald, Bernhard Wicki  descrive l’Operazione Overlord, e il D-Day.

E’ il kolossal bellico hollywoodiano per eccellenza. Un film monumentale per concezione, documentazione storica, realizzazione e cast in cui figurano: John Wayne, Robert Mitchum, Richard Burton, Henry Fonda, Robert Ryan, Rod Steiger, Sean Connery, Peter Lawford, Mel Ferrer, Curd Jürgens, George Segal e tanti altri. Si aggidicò l’Oscar per la miglior fotografia e il David di Donatello per il miglior film straniero.

Salvate il soldato Ryan (1998) di Steven Spielberg per le sequenze dello sbarco americano in Normandia sulla spiaggia di Omaha Beach nel D-Day, che colpiscono con una violenza emotiva che ha ben pochi eguali.

Una ricostruzione che forse possiamo immaginare quanto di più vicino alla realtà che hanno dovuto affrontare le migliaia di giovani lanciati allo sbaraglio, ai quali si chiedeva di morire un metro più avanti ad ogni ondata. Non vi sono ordine e disciplina ma il caos, il fragore delle esplosioni, i morti, lo smarrimento, il blocco, la paura, l’istinto di sopravvivenza, di fuggire da quell’inferno, c’è tutto l’orrore della disumanità della guerra, la negazione dell’uomo come persona e come essere intelligente, creato con maestria da Spielberg, dalla fotografia, alla scenografia, agli effetti sonori, ai particolari. Il film si è aggiudicato 5 Oscar e 2 Golden Globe, oltre a numerosi altri premi.

23 agosto 1942 – 2 febbraio 1943 sono le date della battaglia di Stalingrado tra le truppe tedesche della Wehrmacht e quelle sovietiche dell’Armata Rossa, una delle campagne militari più devastanti e brutali della storia moderna. Il nemico alle porte (2001) di Jean-Jacques Annaud ci racconta la storia di Vassili Zaitsev (realmente esistito) tiratore scelto dell’Armata Rossa.

Tra i cumuli di macerie di Stalingrado i soldati russi, disorganizzati e male armati, difendono quel che resta della città e delle fabbriche dall’avanzata nemica. Quando uno di loro cade, l’altro, che lo segue disarmato, deve raccoglierne l’arma e proseguire l’azione. In questo scenario apocalittico il tiratore scelto Vassili Zaitsev elimina uno per volta gli alti ufficiali nemici, divenendo una reale minaccia per l’esercito tedesco. Al di la del duello finale tipo western tra opposti cecchini, il film tratta un altro aspetto fondamentale della guerra, quello del bisogno di eroi, reali o costruiti che siano. Così Zaitsev viene elevato al ruolo di eroe dell’Unione Sovietica e usato come un potente strumento di propaganda del regime per tenere alto il morale delle truppe e rassicurare il paese sotto l’attacco nemico.

Analogo tema della macchina propagandistica bellica viene trattato in Flags of our fathers di Clint Eastwood (2006).

Il 23 febbraio 1945, al quinto giorno dallo sbarco americano su Iwo Jima, un isola di 21 Kmq sperduta nel Pacifico occupata dai giapponesi, sventola la bandiera degli Stati Uniti issata sulla cima del monte Suribachi da cinque marines e un marinaio. Ma l’isola è ancora ben al di la dall’essere conquistata. Il fotografo Joe Rosenthal dell’Associated Press scatta una foto di quel momento che, stampata su tutti i giornali, fa il giro del mondo. La foto, di grande impatto, diviene una vera e propria icona dello spirito di sacrificio americano. Vince il premio Pulitzer nel 1945, e nel tempo viene riprodotta su francobolli, poster, magliette, fino a diventare un grande complesso monumentale in bronzo eretto alle porte del cimitero nazionale di Arlington in Virginia, dedicato a tutti i marine caduti. Ma la storia che c’è davvero dietro quella foto ci viene raccontata in questo film tratto dall’omonimo libro di James Bradley, figlio di uno dei militari che innalzò la bandiera. In realtà Rosenthal venne informato che la bandiera era già stata issata in cima al Suribachi, e che, successivamente in ottemperanza ad un ordine, era stata sostituita con una più grande. Per ritrarre la scena con la nuova bandiera Rosenthal, non riuscendo a trovare i marine che avevano realizzato il primo alzabandiera, chiamò altri soldati ai quali fece ripetere la scena fotografandoli. Per il suo grande impatto mediatico non solo la foto venne utilizzata come mezzo di propaganda americano, ma tre dei sei marine fotografati vennero rimpatriati, mostrati come eroi al pubblico in giro per gli States quali simboli tangibili della vittoria sull’Impero Giapponese, al solo scopo di raccogliere fondi per rimpinguare le casse della macchina bellica. Dopo 36 giorni di combattimenti tra i più sanguinosi l’isola venne conquistata dagli americani ad un prezzo elevatissimo stimato in oltre 25mila tra morti e feriti, quasi tutti marine, e di circa 20mila giapponesi. Rimane a tutt’oggi controversa l’utilità della conquista dell’isola.

Questa stessa battaglia viene raccontata dallo stesso Clint Eastwood in Lettere da Iwo Jima girato a breve distanza temporale dal precedente, ma dal punto di vista dei giapponesi.

E’ il primo film in cui i soldati dell’Imperatore, che pur macchiatisi di atrocità e crimini di guerra verso i civili, i prigionieri e i soldati nemici, alla stessa stregua dei nazisti, ci vengono mostrati non come demoni sanguinari, animati da un fanatismo da samurai con cui combattono fino alla fine sacrificando le loro vite, ma come giovani disperati, senza nessuna speranza di vittoria per la propria patria che con fanatismo li ha lanciati verso il disastro. Nessuna resa è contemplata per loro, sono attaccati alla vita ma costretti ad una morte “onorevole” per mano dei nemici o per mano propria.

Sempre relativamente alla guerra nel Pacifico La sottile linea rossa (1998) di Terrence Malick, tratto dall’omonimo romanzo di James Jones (1962) narra le vicende e i tormenti interiori di un gruppo di marine statunitensi inviati sull’isola di Guadalcanal.

Immersi in una natura rigogliosa che si contrappone indifferente alla follia della guerra e ai loro doveri, durante i combattimenti sanguinosi si astraggono totalmente dalla battaglia concentrando i loro pensieri in monologhi filosofici interiori sulla vita, sulla morte, sul bene, sul male, sull’amore sul destino, quasi distratti dalla guerra in atto. Il cast è ricchissimo di star che hanno accettato anche ruoli secondari e minori pur di apparirvi.

La croce di ferro (1977) di Sam Peckinpah è un altro dei pochi film che ci mostra la guerra vista dalla parte degli sconfitti, di chi si è trovato, anche senza colpa, a dover combattere per servire le ideologie più sbagliate della storia.

Il fronte è quello dell’Est Europa dove nelle fila dell’esercito tedesco, ormai in rotta, agisce un plotone di esploratori. Pochi uomini disillusi, che faticano a vedersi in uniforme, aspramente critici verso la guerra e chi l’ha voluta, che pensano, citando Clausewitz, che la guerra non è che la continuazione dell’attività politica con altri mezzi. Ma il loro dovere non è quello di pensare ma di sottostare agli ordini e alle falsità di un fanatico ufficiale (Maximilian Schell) impreparato alla guerra, appartenente all’aristocrazia militare prussiana che, inquanto tale, affronta la guerra come un dovere legato al suo lignaggio e al solo scopo di conquistare, con ogni mezzo lecito e non, un onore costituito unicamente dalla più prestigiosa delle decorazioni tedesche, la croce di ferro, da poter poi esibire come trofeo della famiglia. Entra così in profondo contrasto con il sergente a capo dell’unità (James Coburn), imponendo tra loro la profonda divisione non solo di grado ma soprattutto di casta, riproponendo all’interno del reparto il perpetuarsi di una lotta di classe, senza regole e disciplina, senza onore e gloria. Consci entrambi che non vi sarà alcuna vittoria ma che anche di fronte alla morte mai potranno essere messi sullo stesso livello.

20 gennaio 1942 in una villa sulla riva del lago Wannsee nei dintorni di Berlino si riuniscono quindici membri del Governo nazista, alti ufficiali del Reich, della polizia, economisti e giuristi, sotto la direzione del SS-Gruppenführer Reinhard Heydrich generale dei servizi di sicurezza, per coordinare le azioni per la realizzazione della Soluzione finale della questione ebraica voluta da Hitler. La Soluzione finale avrebbe portato all’eliminazione di oltre 11 milioni di ebrei, vale a dire la globalità della popolazione ebraica europea. I lavori della conferenza riguardarono la pianificazione, l’organizzazione e le modalità con cui questo sterminio andava effettuato. La conferenza di Wannsee fu considerata nell’immediato dopoguerra il punto di origine della Shoah.

Conspiracy Soluzione finale (2001) di Frank Pierson ricostruisce i lavori della conferenza sulla base del ritrovamento dei verbali.

La discussione viene affrontata unicamente dal punto di vista burocratico, tecnico e organizzativo relativamente al coordinamento delle operazioni necessarie per attuare lo sterminio. Il tutto affrontato con raggelante freddezza, in un ambiente elegante, raffinato, tra piatti di cacciagione, dolci e vini pregiati, da chi ha solo eseguito gli ordini senza avere dubbi e sollevare questioni etiche e morali.

Nei libri di storia compaiono i nomi dei criminali di guerra ma difficilmente quelli di coloro che aiutarono e salvarono la vita a persone condannate alla deportazione. Steven Spielberg in Schindler’s List (1993), tratto dall’omonimo libro di Thomas Keneally, ci fa conoscere la storia di Oskar Schindler.

Un industriale moravo che, grazie all’appartenenza al Partito Nazista, si procurò appoggi influenti in ambito economico e politico e, nella Polonia occupata dai nazisti, salvò migliaia di ebrei dai campi di sterminio facendoseli assegnare come operai a basso costo nelle sue fabbriche. Per farlo corruppe i gerarchi nazisti, spendendo tutti i suoi averi. Giungendo a comprare letteralmente le vite di oltre milleduecento ebrei, la lista, salvandoli dalla deportazione ad Auschwitz.

La macchina Enigma è un dispositivo elettromeccanico per cifrare e decifrare messaggi ispirata al disco cifrante, il primo sistema di cifratura polialfabetica, sviluppato nel 1464 da Leon Battista Alberti. La macchina creata da un ingegnere tedesco venne ampiamente utilizzata dalle forze armate tedesche durante la guerra per la semplicità d’uso e la complessità delle chiavi di codifica dei messaggi che cambiavano alla mezzanotte di ogni giorno rendendoli indecifrabili al nemico. Riuscire a decifrare i messaggi di Enigma era ritenuta una cosa impossibile per chiunque, tranne che per il matematico inglese Alan Turing che ci riuscì nel 1942/43.

Questa vicenda ci viene raccontata in The Imitation Game (2014) di Morten Tyldum.

Turing a capo di un ristretto gruppo di collaboratori, operando in gran segreto, realizzarono una macchina elaboratrice – che altro non era che quello che oggi chiamiamo computer – in grado di decifrare automaticamente ogni messaggio. La decifrazione dei messaggi di Enigma fu un fattore determinante per la vittoria degli anglo-americani e per la durata della guerra che diversamente si sarebbe potuta prolungare per altri anni, provocando milioni di ulteriori vittime. Al termine della guerra Turing invece di venire riconosciuto come eroe nazionale cade vittima dell’ottuso conformismo di una società pronta ad usarti nel momento del bisogno, per poi buttarti quando non gli servi più. Così viene condannato per omosessualità. A Turing vengono date due possibilità: il carcere o la castrazione chimica. Turing sceglie la seconda. Depresso, umiliato e non più in grado di lavorare si suicida nel 1954 all’età di 41 anni. Il film ha vinto l’Oscar per la Migliore sceneggiatura non originale. Il 24 dicembre 2013 la regina Elisabetta II ha “elargito” la grazia postuma per Alan Turing. Ogni commento è superfluo.

8 settembre 1943 l’EIAR diffonde il comunicato con cui il maresciallo Pietro Badoglio annuncia l’armistizio dell’Italia e la fine delle ostilità contro Inghilterra e Stati Uniti. L’entusiasmo esplode nelle truppe italiane. Pensando che la guerra sia finita la maggior parte dei militari in servizio nel paese lascia le armi e cerca di tornare a casa in abiti civili. Ma la realtà è tragicamente ben diversa. Il Re, Badoglio e i vertici militari sono fuggiti lasciando le truppe italiane allo sbando, nel caos, senza ordini. La guerra non è affatto finita anzi, gli alleati tedeschi sono diventati i nemici e la ritorsione è immediata, tutta l’Italia viene occupata militarmente dall’esercito tedesco, i soldati italiani rimasti vengono catturati e deporti nei lager, mentre una parte si da alla macchia, dando vita alle prime formazioni partigiane.

E’ in questi giorni tragici e confusi che si svolge Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini.

Un racconto dello sbandamento iniziale e dell’odissea dei militari che si trovarono in quelle condizioni senza capire, se non sulla propria pelle, cosa stava succedendo. Sotto le apparenti vesti di una commedia, il film è invece una pagina amara della nostra storia.

In questo stesso periodo si svolge Roma città aperta (1945), il primo film della trilogia della guerra antifascista diretto da RobertoRossellini, a cui faranno seguito Paisà (1946) e Germania anno zero (1948). Roma, occupata dai tedeschi, è dichiarata città aperta dalle autorità italiane, vale a dire una città che va ceduta alle forze nemiche – in questo caso gli alleati – senza combattimenti e resistenze, allo scopo di evitarne la distruzione in virtù dell’interesse storico, artistico, culturale o dell’alto numero di civili che vi abitano. La dichiarazione può non venire riconosciuta dal nemico, in caso di non adempienza di quanto dichiarato. Nel caso di Roma la dichiarazione non venne riconosciuta dagli Alleati perché le autorità tedesche che la occupavano non sottoscrissero il documento opponendo una forte resistenza all’ingresso delle truppe nemiche fino alla capitolazione. Di conseguenza gli Alleati bombardarono Roma a più riprese, mentre l’occupazione tedesca fu durissima e violenta con la popolazione.

Con questo capolavoro del Neo-realismo Rossellini ci mostra la realtà terribile di uomini e donne protagonisti della lotta contro gli occupanti tedeschi in una Roma devastata, impoverita e disperata, quanto altrettanto bella. Un film che, con grande potenza espressiva, ci ricorda ancora oggi che questa guerra non è stata solo una tragedia di chi l’ha combattuta in divisa al fronte, ma anche soprattutto di civili e di appartenenti alla Resistenza, in un mondo che non aveva più né principi né regole.

La Resistenza è stata una realtà vissuta in diverse nazioni e trattata da numerosi film, soprattutto italiani. Ne cito tre di nazioni diverse Italia, Francia, Germania.

L’Agnese va a morire (1976) di Giuliano Montaldo, tratto dall’omonimo romanzo di Renata Viganò. Agnese è una donna di mezza che vive nel ferrarese il cui marito, membro della Resistenza, viene deportato in un campo di concentramento, dove verrà ucciso. Rimasta vedova, Agnese decide di aiutare i compagni del marito diventando una staffetta partigiana accettando anche incarichi rischiosi fino all’estrema conseguenza. Al momento della sua uscita era l’unico film ad avere una donna come protagonista della storia della Resistenza.

Operazione Apfelkern (1946) di René Clément e’ uno dei rari film francesi sulla Resistenza. Nella Francia occupata dai nazisti, al movimento di Resistenza danno un enorme contributo i ferrovieri sabotando i convogli ferroviari tedeschi. Grazie a loro vengono estremamente rallentati e distrutti i trasporti di armi e rinforzi tedeschi verso la Normandia, in cui ha appena avuto luogo lo sbarco degli alleati.

La Rosa Bianca – Sophie Scholl (2005) di Marc Rothemund. Narra della cattura, della breve detenzione, del processo farsa di un tribunale nazista e della condanna a morte subiti da Sophie Scholl, da suo fratello maggiore, e da un loro amico, accusati di cospirare contro il Führer, quali appartenenti ad un gruppo clandestino denominato Rosa Bianca. I tre ragazzi vengono giustiziati con la ghigliottina lo stesso giorno della sentenza.

Paisà (1946) diretto da Roberto Rossellini, girato con attori non professionisti, rievoca l’avanzata delle truppe alleate in Italia.

Attraverso sei episodi indipendenti tra loro, dallo sbarco in Sicilia al delta del Po passando per Napoli, Roma, Firenze, e un convento dell’Appennino Emiliano-Romagnolo sulla Linea Gotica. Racconta la faticosa capacità di non arrendersi, di continuare a vivere della gente e della difficoltà di rapportarsi e integrarsi tra culture diverse, nonostante la riconoscenza del popolo nei confronti dei liberatori.

Nello stesso periodo si svolge La ciociara (1960) di Vittorio De Sica, un adattamento di De Sica-Zavattini dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia.

Il film mostra gli episodi di violenza sui civili perpetrati anche da parte delle truppe alleate, soprattutto sulle donne, durante la Campagna d’Italia. In questo caso su una madre (Sofia Loren) e la sua giovanissima figlia (Eleonora Brown) quando l’incubo della guerra sembra ormai finito con l’arrivo degli alleati, che vengono assalite e violentate da un gruppo di Goumiers, soldati nordafricani, incorporati nell’esercito francese.

Il 28 aprile 1945 viene fucilato Benito Mussolini. Dopo aver sperato nei giorni precedenti in un ultimo tentativo di trattare con il CNL un accordo di resa a condizione, attraverso la mediazione del cardinale-arcivescovo di Milano Alfredo Schuster, Mussolini fugge da Milano con l’intento di nascondersi in attesa di consegnarsi con garanzie agli alleati. Travestito da sottufficiale della Wehrmacht, mescolato ai militari tedeschi caricati su un camion, viene riconosciuto e catturato dai partigiani.

Mussolini ultimo atto (1974) di Carlo Lizzani racconta gli ultimi giorni del fascismo e del suo ideatore e creatore.

Una figura non più tronfia, un uomo ormai confuso in balia degli eventi, fisicamente e moralmente distrutto, finito come la sua retorica, che tenta inutilmente di sottrarsi al proprio destino, nei giorni della liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione tedesca.

Il 30 aprile 1945, mentre l’Armata Rossa si accinge a conquistare Berlino ormai ridotta ad un cumulo di macerie, nel bunker situato sotto la Cancelleria del Reich avviene l’ultimo atto del Terzo Reich e di Adolf Hitler. Dopo giorni di inutili speranze di sovvertire la situazione con insistenti e folli ordini impartiti alle truppe ormai decimate e disperate di continuare a combattere incondizionatamente fino all’ultimo uomo, tra crolli nervosi e esplosioni d’ira, accusando tutti di averlo tradito, Hitler si uccide per non essere catturato. Pochi giorni dopo, l’8 maggio 1945 la Germania firma la resa e termina la guerra in Europa.  

La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler (2004) di Oliver Hirschbiegel racconta gli eventi tratti da due libri: La disfatta, di Joachim Fest, storico del Terzo Reich, e Fino all’ultima ora di Traudl Junge, che fu la segretaria privata di Hitler.

Il 6 e il 9 agosto 1945 le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono oggetto di due bombardamenti atomici operati dagli Stati Uniti in aperta violazione della Convenzione dell’Aja del 1907: È vietato attaccare o bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifizi che non siano difesi. Furono oltre duecentomila le vittime stimate, quasi tutte civili. Ancora oggi il peso morale di questa azione è dibattuto anche negli Stati Uniti. Come ebbero a dichiarare alcuni degli inventori della bomba contrari al suo uso: Se i tedeschi avessero gettato bombe atomiche sulle città al posto nostro, lo avremmo definito come un crimine di guerra e avremmo condannato a morte i colpevoli di questo crimine a Norimberga.

Nessuno ha mai girato film su quanto avvenuto, primi fra tutti gli americani. Pochi registi lo hanno trattato, ma sempre come evento marginale ad altre storie e sempre come dolore della memoria.

Alain Resnais in Hiroshima mon amour (1959) ci mostra le devastazioni e gli effetti della bomba sulle vittime, in una storia di dolore personale vissuto dalla protagonista che diventa dolore collettivo vissuto dalla città. Akira Kurosawa lo affronta in Rapsodia in agosto (1991), come ricordo doloroso di una vecchia donna sopravvissuta, una hibakusha ovvero una persona esposta alla bomba come vengono chiamati dai giapponesi i sopravvissuti.

Chiudo questa parte tragica del secolo scorso con L’arpa birmana (1956) di Kon Ichikawa, forse il film più pacifista e contro ogni guerra, venato di una grande tristezza e di altrettanto grande pietà.

Alla fine della guerra, ormai perduta, un soldato giapponese di stanza in Birmania, ferito, viene soccorso e curato da un monaco buddista. Di fronte a questo primo atto di umanità, una volta guarito, decide di non unirsi ai compagni del battaglione che fanno ritorno in patria e cercano di convincerlo a tornare con loro. Ma lui ha scelto di dedicare la sua vita ad un’altra missione. Sconvolto dagli orrori della guerra, dalle migliaia di cadaveri insepolti di commilitoni morti inutilmente per non arrendersi a guerra ormai perduta per il Giappone, decide di diventare bonzo e rimanere in Birmania per dare loro un’onorevole sepoltura. Motivo che così spiega in una lettera ai commilitoni:

…quando vidi i morti giacere insepolti, preda degli avvoltoi, della dimenticanza e dell’indifferenza decisi di rimanere perché le migliaia e migliaia di anime sapessero che una memoria d’amore le ricordava tutte, ad una ad una. Passeranno gli anni, tanti anni, prima che io finisca e allora, se mi sarà concesso, tornerò in patria, forse non tornerò più: la terra non basta a ricoprire i morti.

di Silvano Santandrea