Negli ultimi anni il mondo del giornalismo si è dovuto piegare alle logiche di internet attraverso una produzione massiccia e ingestibile di contenuti che ha portato il pubblico a essere vittima di un vero e proprio bombardamento mediatico. Lo scopo non è più quello di informare, ma di ricevere il maggior numero possibile di click attraverso titoli volutamente fuorvianti o allarmanti. Se è vero che una percentuale molto alta degli utenti non apre effettivamente l’articolo, spingendo social come Twitter ad implementare un reminder di lettura prima del Retweet al fine di ridurre la diffusione involontaria di informazioni fuorvianti, questo avviene in buona fede e non per malizia. Dal desiderio di allontanarsi da questo giornalismo junk food, nasce grazie a Slow News, libro scritto da Peter Laufer ed edito nel 2014, lo slow journalism, che si concentra, come spiegato dal sito del progetto italiano, sulla verifica delle fonti e sul racconto accurato dei fatti dettato da un approccio analitico, il tutto indipendentemente dal bisogno di inseguire le breaking news.

Questo nuovo modo di interpretare l’informazione è il protagonista del documentario Slow News di Alberto Puliafito (direttore responsabile del progetto omonimo italiano), presentato in anteprima italiana nella sezione Panoramica Doc del Glocal Film Festival di Torino, che si prende il difficile compito di spiegare il fenomeno ai neofiti e di effettuare un primo tentativo di storicizzazione. Per farlo il regista e il collega giornalista Andrea Coccia compiono un viaggio tra Europa e Stati Uniti per incontrare autori e pensatori che hanno dato il loro contributo allo slow journalism, ma anche gente comune. Si passa dalla testata The Correspondent dal motto Unbreaking the news a Delayed Gratification, rivista di natura trimestrale che preferisce prendersi il tempo di assimilare le notizie nella loro interezza. L’atto di rallentare non significa allontanarsi dalla realtà o dall’informazione, ma serve più semplicemente, come spiegano gli autori, ad arrivare preparati alle sfide che ci imporranno i prossimi anni, […] lottare per raccontare la complessità, il contesto, ma anche studiare, sviluppare tecniche e procedure per filtrare ciò che è informazione da ciò che non lo è.

Slow News affronta direttamente le criticità del giornalismo che vorrebbe lasciare alle spalle, esplorandone le criticità tra ritmi esageratamente serrati e condivisione di voci mai confermate. Si tratta sicuramente da un cambiamento difficile da immaginare e da rendere realtà, ma sembra essere l’unica strada possibile per il futuro. Il documentario riconosce l’importanza della tematica trattata decidendo di non sopprimerlo con scelte stilistiche forzate e preferendo che siano le parole le protagoniste. Slow News è una riflessione necessaria sui rischi che si nascondono dietro lo smanioso bisogno di restare informati, dovuto anche ai social network, ma, mettendo al centro il punto di vista di chi ha già rallentato la marcia, offre anche un barlume di speranza per una possibile rinascita del giornalismo.

di Giada Sartori