Umberto B-Il Senatur (2019), documentario di Francesco Amato su Umberto Bossi, comincia e finisce con Matteo Salvini durante la campagna elettorale del 2017. Forse per ricordarci che, se oggi abbiamo Salvini, è perché prima c’è stato Bossi. Non bisogna mai dimenticarsi di questa perversa linea dinastica durante la visione di questo documentario che, pur distaccato, rischia l’agiografia per confronto. Detto banalmente: Bossi rispetto a Salvini si staglia come un gigante della politica. Del resto Enzo Biagi sosteneva che nella vita “c’è sempre qualcuno che ti rivaluta”, un modo elegante per dire che non si può mai essere sicuri di aver toccato il fondo. 

L’Umberto Bossi delle origini era, secondo Maroni, un casciaball, personaggio tipico dell’antropologia lombarda, ovvero uno che le spara grosse senza essere necessariamente creduto. Era anche un bauscia, ovvero un piccolo millantatore da bar, quello che fa finta di studiare, non vuole lavorare, sempre a parlare di progetti fantasiosi, tipi umani da cui il lombardo medio si è sempre guardato. Come un tipo simile sia riuscito a convincere prima i lombardi, poi quasi tutto il Norditalia, a seguirlo nelle sue idee è ben spiegato in Umberto B. I suoi sodali di allora, e qui si snocciola la nomenklatura ormai obsoleta dei vari Maroni, Pagliarini, Speroni, Patelli, Castelli, Leoni, Pivetti, ci parlano delle evoluzioni della Lega e dei suoi trasformismi rispetto agli ideali delle origini. A vederli adesso questi signori pacati, sorridenti, cordiali non sembrano neanche parenti dei loro avatar dei tempi d’oro, provocatori, arroganti e sprovveduti e protervi. Parlano del Bossi con un misto di ammirazione, nostalgia, rimpianto senza però risparmiagli critiche e insinuazioni pesanti, nel documentario i siluri più pesanti vengono proprio da loro. 

Si sentono anche gli avversari politici (D’Alema che fa D’Alema), Fini, i giornalisti che lo avevano seguito tra cui Gad Lerner, tra i primi a rendersi conto della rivoluzione che stava partendo dalle villette con giardino della provincia. Bossi e il suo mito si snocciolano attraverso Mani Pulite, Berlusconi prima amato (in canottiera) e poi silurato, l’impatto con Roma Ladrona cui non tutti sapranno resistere, l’occupazione di Piazza San Marco a Venezia, i riti sul Po con le ampolle, tutto un armamentario che imploderà su se stesso dapprima con la malattia del leader e poi con il logoramento politico causato delle interferenze della famiglia: le pretese della moglie, il figlio Trota che spende e spande senza lavorare, il Cerchio Magico controllato da Rosi Mauro. Le ultime immagini sono dedicate al Bossi indebolito ed emarginato, fuori dal tempo, soppiantato dal nuovo (e forse già vecchio) leader che è un diventato un (provvisorio) gigante a forza di social e di strategie di marketing telematico.

Francesco Amato ha fatto un ottimo lavoro di sintesi di un movimento politico complesso, imprevisto e all’inizio sottovalutato, attraverso un uso misurato dei materiali di repertorio, alternati a interviste non banali e spesso chiarificatrici della personalità di Bossi, nonché un bel rinfresco di memoria per i molti che non ce l’hanno, o che ce l’hanno corta, o parziale.

di Daniela Goldoni