Alexis, promessa del Balletto Nazionale Cubano all’Avana, ha un sogno: quello di diventare un ballerino professionista. Nonostante la giovanissima età, per realizzarlo ha già fatto tantissimi sacrifici: le ore di duro allenamento, l’adeguarsi alle rigide regole della danza e della sua Accademia, il poco tempo che resta per se stesso, la sua famiglia e i suoi amici. La situazione politica nel suo paese costringe la sua famiglia, come tanti cubani, a decidere di trasferirsi a Miami, obbligando Alexis ad interrompere il suo percorso di studi. Ma la sua tenacia, la sua determinazione, lo porteranno a tentare e superare il provino per il prestigioso Harid Conservatory, riuscendo così a riprendere il suo percorso di formazione artistica e ad ultimare gli ultimi due anni di studio che lo porteranno a porre la basi per il suo cammino da professionista anche negli USA.

La storia di Alexis Francisco Valdes Martinéz è quella raccontata nel documentario Cuban Dancer di Roberto Salinas, presentato oggi al Glocal Film Festival nell’ambito della sezione Panoramica Doc e che ambisce alla vittoria del Premio Torét Alberto Signetto 2021, in questa ventesima edizione del festival torinese che, a causa del perdurare delle chiusure delle sale sancite dalle disposizioni anti-pandemiche, si sta svolgendo interamente online, sulla piattaforma Streeen. Un documentario asciutto nelle immagini, quasi a voler marcare la semplicità di un giovane che non desidera altro per sè che non poter continuare a danzare, a godere di quella gioia che solo il suo corpo, in sinergia ed armonia con la musica, sa dargli. Ma anche un film coraggioso, come il suo protagonista. Perché se Alexis si reinventa nel momento in cui i suoi genitori decidono (anche per lui) di abbandonare Cuba e di creare per la loro famiglia una nuova vita negli Stati Uniti, la sua determinazione e la potenza del suo sogno non sono sufficienti ad evitare al giovane un forte struggimento emotivo ed emozionale.

Ed è qui che Salinas offre la sua macchina da presa al servizio del turbinio di sentimenti che scombussolano e sconvolgono l’animo e l’intendimento di Alexis. Andando a dare voce a qualcosa che difficilmente ci si aspetterebbe da un giovane immigrato che, come successo a lui, sembra aver trovato il modo di realizzare non solo il suo, ma anche il più tipico dei sogni americani: raggiungere il successo. Questo perchè il protagonista di Cuban Dancer non è un ragazzo qualsiasi, non ambisce a diventare un danzatore qualsiasi: lui vuole essere un danzatore cubano. Perché, sebbene la nuova casa in cui la sua famiglia si è trasferita sia (in apparenza, e Solinas ci racconta anche le profonde contraddizioni della sbandierata libertà statunitense) più inclusiva e democratica della sempre, e comunque amata, Cuba, Alexis non riesce a dimenticare la sua gioia di esibirsi all’Avana, il modo in cui il suo corpo poteva librarsi in un sistema capace di riconoscerlo e in cui riconoscersi. Il giovane ballerino, infatti, non riesce a trovare un equilibrio, non è capace di individuare ed allo stesso tempo accettare i compromessi necessari tra la sua cultura di origine, da cui si sente completamente pervaso, e quella nuova di appartenenza geografica. Non riesce ad abbandonare quello stile primordiale che lo fa sentire così ancora fortemente legato a cuba a favore della perfezione (a volte percepita come svilente) del canone americano. Eppure Alexis ha in mano le chiavi del successo e tutti i suoi sacrifici sembrano iniziare a dare i loro frutti quando grandi ed importanti compagnie iniziano a corteggiarlo per poterlo avere nelle loro fila. Ma il ragazzo vuole aspettare. Vuole attendere i suoi 18 anni prima di poter fare la sua scelta definitiva, a questo punto più di vità che puramente artistica. Aspetterà quel momento per decidere se essere accettare di essere un ballerino cubano a Miami o un danzatore professionista a Cuba.

Complice il fatto di aver vissuto per circa un anno a Cuba e grazie al prezioso contributo di Laura Augero (sua compagna, coreografa cubana e co-autrice del documentario), Roberto Salinas in Cuban Dancer riesce perfettamente a calarsi nel mondo della danza e a coglierne le sottili (ma sostanziali ì) differenze tra i canoni cubano e americano. Dietro alla scelta di narrare la storia di Alexis non si cela solo la sua volontà di raccontare il mondo della danza, mostrando la forza e l’energia che si cela dietro ogni singolo movimento di un ballerino, ma anche quello di filmare un momento, dato dall’apertura che in quegli anni l’amministrazione Obama sembrava voler dare al governo di Cuba, processo drammaticamente bloccato dall’ascesa al potere di Trump. Seguire Alexis nel suo percorso – di giovane che cerca la propria strada, di cubano, di immigrato, di ballerino – e puntare sulla sua sensibilità, la sua espressività corporea, il suo vissuto emotivo e personale sono gli elementi che hanno contribuito all’ottima riuscita di Cuban Dancer.

di Joana Fresu de Azevedo