Nell’ambito della rassegna A tutto schermo, organizzata in modalità online dalla Rete degli spettatori e disponibile ancora fino alla metà di aprile, avevamo avuto modo di vedere il documentario Res creata, di Alessandro Cattaneo. Un documentario sensibile e poetico, che cerca di indagare, anche grazie al contributo di esperti in filosofia e antropologia, sul rapporto, lo squilibrio e la possibile convivenza tra tutti gli esseri viventi. Riportando l’uomo alla sua condizione di animale. Abbiamo avuto modo di intervistare il regista, per approfondire insieme a lui alcuni degli aspetti che hanno caratterizzato la realizzazione del suo film.

Res creata venne presentato, nel 2019, in anteprima al festival Visioni dal Mondo. Da quasi un mese il pubblico può vederlo in streaming grazie all’iniziativa della Rete degli spettatori. Come hai vissuto e stai vivendo questo lungo cammino intrapreso dal tuo documentario?

Il film è stato presentato dopo 2 anni di lavoro prima di arrivare alla premiere italiana. Quella a Visioni dal mondo fu una proiezione molto bella, anche perché è stata ultima edizione pubblica e in presenza del festival. Poi è iniziato un percorso di distribuzione festivaliera, con selezioni importanti, ma alle tutte alle porte della pandemia. Questo ha comportato una partecipazione solo virtuale agli eventi, con indubbiamente la gioia di essere selezionati nei festival e il dispiacere di non poter partecipare fisicamente per accompagnare il film e avere un confronto con il pubblico. Quando siamo stati invitati alla rassegna A tutto schermo della Rete degli spettatori, aderito con grande piacere. Altro coinvolgimento importante per il film è quello per la rassegna L’italia che non si vede di Arci Ucca, che inizialmente doveva essere capillare su molte sale del paese, ma che attualmente è in standby. Insomma, un percorso soddisfacente, anche se sostanzialmente virtuale.

Qual è il tuo personale rapporto con la Res creata?

A me interessano, in termini generali e sono vive sensibili e interessanti per me, tutte le questioni che guardano a come si sviluppi e quali dinamiche ponga la convivenza, vista in senso lato (con noi stessi, con gli altri, con il mondo che ci circonda e il contesto, anche sociale, in cui viviamo). Penso che se guardiamo agli ultimi decenni siamo negli anni di una accelerazione spinta e decisa, che ha modificato il modo di comunicare e di interagire e che ha reso fondamentale una ridefinizione degli equilibri. Le frizioni che si creano in questo processo sono per me argomenti molto interessanti. Con Silvia Dalla Sala (co-produttrice e co-autrice del documentario), abbiamo iniziato a pensare ad come approfondire il rapporto tra esseri umani e animali. Anche in senso metaforico: l’uomo tende ad essere egoriferito e ad avere una visione antropocentrica e prendersi come punto di partenza, facendo discendere il resto da questo. Questo vale anche tra tribù di uomini (ricchi e poveri, chi ha risorse e chi no). Questo è l’interesse specifico dietro a Res Creata, perché gli altri animali sono quelli più simili a noi, che è anche emotivo e empatico, e parallelamente, volevo si percepisse il collegamento ad un ragionamento più ampio sulle gerarchie o sulle lotte che esse generano.

Come hai scelto le storie e i personaggi protagonisti del tuo documentario?

La scelta di personaggi e delle situazioni di cui volevamo parlare è stato lavoro di concerto con Silvia Dalla Sala. Alcune delle persone coinvolte sono autori o persone che lei conosceva personalmente o direttamente, con lo studio di alcune opere pubblicate, su cui ci siamo indirizzati in modo abbastanza certo. Altri sono arrivati nelle fasi di lavorazione: Gregorio, ad esempio, il giovane falconiere: nessuno conosceva la sua storia, ma volevamo individuare una fascia fanciullesca. Avevamo già intervistato persone di età adulta o di varia estrazione o legame al tema. Volevamo qualcuno di un’altra fascia età, per vedere se un’esperienza di vita meno compiuta, con meno sovrastrutture, potesse portare ad una diversa dinamica. Nella scelta di Enrica Lucchelli, l’apicultrice, ci ha guidato il fatto di volere fare un affresco di una situazione in cui potesse esserci un equilibrio che, secondo il nostro punto di vista, potesse sembrare simbiotico con gli animali. Lei dagli animali trae sostentamento, ma senza coercizione. Anche Piero Tomei, il pastore, non lo conoscevamo a priori, ma lì volevamo entrare nel vivo di alcune questioni spinose: lui è un pastore (anche lui usa gli animali per fattori economici e di sostentamento), vive in una zona in cui, se hai delle greggi, devi difenderli dai lupi (altri equilibri che si scontrano), ma lui sostiene di poter difendere le pecore con strumenti più armonici, partendo dall’assunto che sia lui ad invadere il territorio dei lupi.

Ci siamo molto affidati a un lavoro di ricerca su internet. Come dimostrato dai protagonisti di Res creata, non ritengo che sia dirompente nella questione un rifiuto della tecnologia del progresso a favore di una conservazione aprioristica del passato. Detto questo, penso debba valere un criterio di prudenza, perché modernità e tecnologia galoppano molto velocemente e nel farlo entrano molto nelle pieghe pratiche del vissuto delle persone, cambiandone il modo di relazionarsi. Anche per la tecnologia bisogna cercare un equilibrio.

Altre cose sono nate, come spesso succede nei documentari: scelte e idee già scritte sono state modificate in base alle cose che succedevano una volta intrapreso il percorso produttivo del film. La storia della balena, ad esempio, narrativamente importante – perché, in modo anche simbolico, apre e quasi chiude il documentario – ci è stata segnalata e abbiamo deciso in modo estemporeneo di andare in Sardegna a girare di persona. La vicenda è curiosa perché è durata diversi mesi e noi siamo fortunosamente arrivati verso la fine. Ciononostante, pur essendo stati in loco solo tre giorni, abbiamo avuto modo di vedere delle fasi molto diverse e poterci ritrovare a testimoniarle.

di Joana Fresu de Azevedo