Vera Pescarolo e Giuliano Montaldo, due persone speciali il cui amore e sodalizio artistico  dura da 60 anni, sono stati i protagonisti di uno speciale del TG1 trasmesso il 14 febbraio scorso e da allora disponibile su Raiplay. É un documentario di Fabrizio Corallo (durata 65’) che li intervista nella loro casa romana in una conversazione piacevole ed umanamente commovente in cui il loro rapporto è colto con un continuo alternarsi di affinità e divergenze, liti improvvise e riappacificazioni. Una coppia inossidabile in cui ogni dissidio si conclude serenamente. Un rapporto d’amore e di lavoro perché Vera Pescarolo è una collaboratrice importante, indispensabile nell’attività di regista di Giuliano. La loro conoscenza avvenne nello studio del produttore Leo Pescarolo, fratello di Vera, quando fu chiamato per  proporgli la realizzazione di un film.

La prima cosa che vidi, dice Montaldo nel documentario, fu una creatura splendida  che mi guardava e mi sorrideva. E’ mia  sorella, mi disse lui, è la mia socia . Una giornata indimenticabile, conclude Giuliano Montaldo, perché avevo ricevuto insieme una proposta di lavoro e un colpo al cuore”. E lei :Mi colpirono i tuoi occhi celesti che continuavano a fissarmi, pensavo che fossi matto.

Giuliano Montaldo ricorda come la proposta di Leo Pescarolo lo salvò dalla poco calorosa accoglienza al Festival di Venezia del suo film Tiro al piccione (1961). Furono più critiche che elogi, ricorda, ed  allora capii che il piccione ero io. Volevo abbandonare il cinema, aggiunge. Lo salvò appunto la proposta di Leo Pescarolo e l’incontro con la sorella Vera, perché da allora iniziò tra i due quella collaborazione artistica che è continuata per sempre. Il loro primo film fu Gott Mit Uns – Dio è con noi (1969), un film sul processo sommario a due disertori della Wermacht che furono condannati da un’improvvisata giuria, benché la guerra fosse finita da cinque giorni. Un film di denuncia, così come lo è il successivo Sacco e Vanzetti (1971) su due immigrati italiani anarchici in America accusati ingiustamente di rapina e omicidio che vengono condannati a morte. Un film, ricordano, con la musica di Ennio Morricone arricchita dalla voce di Joan Baez che fu convinta a prendervi parte grazie ad un fortuito incontro di Montaldo con il giornalista Furio Colombo a New York. Film d’impegno civile, come lo sono anche Giordano Bruno (1973)  che traspone sullo schermo gli ultimi anni di vita del filosofo di Nola, arso sul rogo nel 1600 in Campo dei Fiori a Roma, L’Agnese va a morire (1976) su una pacifica donna emiliana (Ingrid Thulin) che dopo la morte del marito (Massimo Girotti) portato via dai tedeschi diventa la vivandiera dei partigiani e si rende molto utile nella Resistenza. Un film girato anche nel ferrarese, così come Ferrara è protagonista del film Gli occhiali d’oro (1987), tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani, anche questo un’opera sull’intolleranza. Nel documentario anche un ricordo dello sceneggiato televisivo Marco Polo (1982), uno sfarzoso Kolossal in otto puntate di cui ricordano le riprese a Malamocco, Lido di Venezia,  dove fu ricostruita Piazza San Marco. E di altri film realizzati insieme, tra cui L’industriale (2011) interpretato da Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini, due degli attori ricordati nel documentario di Fabrizio Corallo.

Nella carriera di Giuliano Montaldo anche quella di attore. Lo ricorda lo stesso Montando nel documentario di Fabrizio Corallo. Ebbe inizio con Carlo Lizzani che stava girando a Genova il film Achtung! Banditi! che lo notò mentre recitava in un piccolo teatro. Rivestì il ruolo di un commissario  partigiano. Lo accettai subito, ricorda  Giuliano Montaldo, e fu così che mi si aprirono le porte di Roma  e del cinema.  Un ricordo anche  dei  genitori da parte di Vera Pescarolo che le insegnarono sin da ragazzina, sottolinea, i principi fondamentali dell’autenticità e della libertà: il comandante Leonardo Pescarolo e l’attrice Vera Vergani.  Si conobbero, dice, su una nave, mentre lei stava andando negli Stati Uniti. Lui le chiese di lasciare le scene. Mussolini le scrisse un telegramma dicendole che poteva sposarlo ma che doveva continuare a recitare perché era un simbolo nazionale. Lei strappò il telegramma e sposò mio padre, infischiandosene  totalmente.

Al documentario partecipa anche la figlia Elisabetta ed il figlio di lei Inti Carboni, oggi produttore e regista, arricchendolo di  particolari che evidenziano dignità e stile di vita di Vera e Giuliano.

di Paolo Micalizzi