La prima frase che il pubblico sente pronunciare da Raya, protagonista del nuovo film Disney Raya e l’Ultimo Drago (prossimamente al cinema, ma per il momento disponibile su Disney+ al prezzo di 21,99€ in aggiunta all’abbonamento), è So a che state pensando, seguita subito dopo da una serie di idee e spunti narrativi irrimediabilmente familiari: un cavaliere solitario, un mondo distopico, una terra ormai lacerata. Potremmo definirlo il background più classico per un eroe, indipendentemente dalla sua collocazione del mondo dell’intrattenimento: un personaggio che decide di rendersi portatore di salvezza in un luogo dove la speranza non ha senso di esistere. Tuttavia, anche se si tratta di motivi riconoscibili e anche di una storia archetipicamente parlando molto semplicistica, Raya e l’Ultimo Drago, grazie alla regia di Don Hall (già dietro a Big Hero 6) e Carlos López Estrada (il bellissimo e tristemente sconosciuto Blindspotting) e alla sceneggiatura curata da Qui Nguyen e Adele Lim, riesce a infonderli con un’energia diversa, epica e al contempo intima.

Raya e l’Ultimo Drago prende ispirazione delle leggende del Sud-Est asiatico per portare sullo schermo la storia di Kumandra, un tempo una terra rigogliosa dove 500 anni prima dei fatti raccontati nel film, si diffuse una piaga dal nome Druun, che trasformò gli abitanti in pietra e e i draghi, da sempre loro aiutanti, unirono i loro poteri in una pietra (denominata Gemma del Dragone) e uno di questi, Sisu, si sacrificò nel processo. Il mondo che conosce Raya adesso (a darle la voce nel doppiaggio originale è Kelly Marie Tran, Rose Tico nell’ultima trilogia di Star Wars) è, come spiegato in modo forse troppo didascalico nel breve monologo iniziale, estremamente diverso. Kumandra è ormai divisa in cinque regni, che non conoscono e non desiderano più l’unità di un tempo, ma la speranza del padre di Raya, Benja (Daniel Dae Kim), spinge la ragazza a intraprendere un viaggio per ritrovare Sisu (Awkwafina), secondo alcune leggende ancora in vita. Sulle sue tracce c’è però anche la principessa di un altro territorio, Naamari (Gemma Chan).

Usando un immaginario preciso di ispirazione che si allontana dal solito regno dei classici Disney (vedi ad esempio Rapunzel) per avvicinarsi a quello delle leggende (molta attenzione è data, oltre ai paesaggi, ai costumi dei personaggi), Raya e l’Ultimo Drago non reinventa le dinamiche tipiche della casa di produzione: è facile notare un ricorso a personaggi dall’aspetto simpatico che possano essere facilmente spendibili per peluche e gadget, ma anche la facilità con cui si arriva alla lezione morale. Si tratta sicuramente di un passo avanti per quello che riguarda una diversificazione, anche se in questo caso avviene quasi solamente sul piano estetico, delle storie raccontate nell’animazione più mainstream. Raya e l’Ultimo Drago resta tuttavia, nonostante le criticità, un film piacevole che punta tutto sull’avventura, qualcosa che da tempo mancava in Disney. Peccato solo non poterlo vedere al cinema per godere appieno dello spettacolo visivo.

di Giada Sartori