Cos’è un documentario? Se seguiamo la definizione riportata da Treccani, dovrebbe trattarsi di un film di lunghezza variabile che possiede un carattere informativo o istruttivo su avvenimenti, luoghi e attività. Dovendo fungere quanto più possibile come documento, il filmmaker, oltre a fare un importante lavoro di ricerca, si impegna ad evitare o a ridurre al minimo indispensabile gli elementi inventivi o fantastici, puntando quindi a una massima aderenza alla realtà. Non sempre però il documentario deve essere questo. Nel corso degli ultimi anni i confini tra documentazione e finzione si son fatti sempre più labili e confusi. Si prenda come esempio Dick Johnson is Dead di Kirsten Johnson, dove la regista, per accettare l’ormai prossima morte del padre, lo uccideva sullo schermo in decine di modi diversi. Non è facile dire con precisione cosa sia documentario e cosa no al giorno d’oggi, ma forse era proprio questa barriera a limitare le possibilità creative dei filmmaker che scelgono questo linguaggio filmico.

Guardando la prima parte di Una película de policías di Alonso Ruizpalacios (in arrivo su Netflix nell’autunno 2021), si ha presto l’impressione di non trovarsi davanti a un documentario nel senso stretto del termine. Le riprese son estremamente pulite, la cinepresa non è mai a mano o sulla spalla del regista, gli intervistati non sfuggono mai alle domande nonostante si parli di un argomento complesso e controverso come cosa significhi essere un poliziotto al giorno d’oggi.

Ruizpalacios magari è riuscito a trovare in Maria Teresa Hernández Cañas e nel suo compagno di vita e sul lavoro José de Jesús Montoya Rodriguez Hernández (chiamati scherzosamente Love Patrol ovvero pattuglia dell’amore) due soggetti particolarmente collaborativi, disposti a lasciarsi seguire, magari con un po’ di supponenza, anche mentre girano per le strade di Città del Messico con la macchina di ronda. I due sono disposti a parlare a lungo, lasciandosi andare ai ricordi, dei motivi che li hanno portati a diventare poliziotti. Nel caso di Cañas, ad esempio, si trattava del semplice desiderio di seguire le orme del padre, che nei suoi aneddoti eleva quasi a giustiziere fumettistico. Nel tempo, però entrambi sviluppano un certo cinismo verso la loro professione, venendo costretti a compiti che ritengono imbarazzanti (Montoya ad esempio si sente umiliato quando deve stare di ronda durante il gay pride).

Una película de policías svela presto il suo inganno, quando la quarta sezione del film si apre con la scritta Un actor se prepara. Infatti i due protagonisti, che il pubblico ha visto fino a quel momento, esistono ma sono qui interpretati da due attori, Mónica Del Carmen e Raúl Briones. Negli Stati Uniti fingersi un poliziotto è un crimine perseguibile dalla legge, ma per il lavoro di Ruizpalacios risulta indispensabile anche correre quel rischio. Per spingere ulteriormente i confini soliti del documentario, il regista chiede difatti ai suoi due attori di entrare in un’accademia di polizia e di capire sulla propria pelle cosa significa quel mestiere.

Ruizpalacios non prende mai una posizione definitiva, ma è anche vero che il suo documentario non nasce con l’idea precisa di denunciare, preferendo piuttosto mostrare come anche il poliziotto metta in scena quotidianamente una banale recita. Se la struttura del documentario, con questo shift improvviso tra finzione documentaria e realtà, può apparire talvolta confusa e artificiosa, è importante riconoscere (come ha fatto anche la Berlinale assegnandogli un premio come Miglior contributo artistico) che l’inventiva mostrata da Ruizpalacios lo conferma come una delle voci più interessanti degli ultimi tempi.

di Giada Sartori