Caratteristica principale delle nazionali giapponesi di pallavolo è che “tirano su anche la polvere”, ovvero difendono allo stremo, bisogna fargli il punto cinque o sei volte per metterla giù. Il documentario Le streghe d’oriente (The Witches of the Orient, 2020) ci spiega come sia stato possibile che una nazionale femminile composta da ragazze piuttosto basse di statura (la più alta era 1.74) abbia dominato il mondo del volley per tutti gli anni Sessanta e oltre.

Siamo a Nichibo, verso la fine degli anni Cinquanta, in una fabbrica tessile. Qualcuno decide che da qui deve uscire la squadra di club più forte del Giappone. Un impiegato amministrativo, l’ex-militare Hirofumi Daimatsu viene scelto come coach mentre le atlete vengono selezionate tra il personale della fabbrica, più qualche altra ragazzina promettente del circondario che viene assunta appositamente per rinforzare i ranghi. La loro giornata inizia alle sei, lavorano in fabbrica fino alle tre del pomeriggio poi vanno ad allenarsi in palestra fino a notte inoltrata, a volte anche fino alle due del mattino. La cena viene servita alla fine degli allenamenti per cui spesso queste ragazze vanno a letto alle tre con davanti poche ore di sonno. Questo per sei giorni su sette. La parte più interessante del lavoro del regista Julien Faraut è costituita da filmati di repertorio che documentano gli allenamenti, un modo garbato per non chiamarli torture. Daimastu in pratica inventa la roulade, una particolare tecnica di rotolamento seguito da un immediato rialzo che permette difese a terra fino ad allora impensabili. Queste piccole operaie sono delle palle di gomma viventi, o delle “Daruma Dolls”, delle bambole “sempre in piedi” tipiche della tradizione giapponese.

I loro allenamenti alle roulades sono di una crudeltà inimmaginabile, costrette a salvare correndo senza tregua lungo la linea di fondo almeno dieci palloni consecutivi lanciati in punti imprevedibili del campo. A volte dovevano subire più di cento lanci per raggiungere l’obiettivo. Qualcuna finisce a terra stremata ma continua ad essere colpita dai palloni scagliati dall’allenatore e, poiché non può permetterselo, deve rialzarsi immediatamente per non essere esclusa. Dopo questa routine quotidiana il lavoro in fabbrica sembrava un riposo, una salvezza. Diventare una strega voleva dire attraversare l’inferno, e ce lo raccontano per testimonianza diretta sei signore giapponesi di oggi, le antiche ragazze della fabbrica che non hanno dimenticato. Confessano che tutte speravano di sposare un uomo come Daimatsu, chiaramente vittime della sindrome di Stoccolma, solo in parte giustificata dalla bellezza veramente speciale del loro carnefice. Quest’ultimo, del tutto insensibile ai loro problemi ma con il consenso dei medici, permise ad esempio che un’atleta giocasse con una costola rotta perché tanto non si poteva ingessare. Per proteggersi quando avevano le mestruazioni le ragazze avevano studiato un modo per coprirsi a vicenda durante gli esercizi più impegnativi, giusto per non crollare a terra sfinite. Sulla loro pelle Daimatsu, detto il Demone, creò una delle prime grandi rivoluzioni della pallavolo, valorizzando la difesa e gli spostamenti rapidi sul campo a copertura mentre le atlete, per proteggersi dai colpi continui, inventarono le ginocchiere, simbolo e oggetto identificativo di questo sport.

Il documentario è ricco di filmati di repertorio: spezzoni di partite storiche, tra cui la finale olimpica di Tokyo 1964, con una parte importante dedicata al dopoguerra in Giappone e al ruolo ricoperto dalle Olimpiadi del 1964 nella ricostruzione postbellica e nel rilancio dell’immagine del paese. Quello che resta negli occhi è però quel lungo ed estenuante training in fabbrica, affiancato da immagini dei manga e dei cartoni più famosi che a noi sono sempre sembrati inverosimili ma che alla fine non sono così lontani dal vero.  Resta anche una totale ammirazione per queste ragazzine spremute come limoni, atlete eccellenti, donne pazienti, vittime obbedienti di cui ci ricorderemo ogni volta che vedremo una difesa spettacolare su un campo di pallavolo. È merito loro, ci hanno spiegato non solo che si può fare, ma anche come si fa. Resta anche l’espressione sui loro volti dopo la conquista della medaglia d’oro olimpica a Tokyo: non era di gioia, ma di liberazione.

di Daniela Goldoni