Che sia il momento degli sport della mente al cinema e nelle fiction? Può darsi, e sarebbe divertente perché gli scacchi, ma anche il bridge, sono universi affascinanti e praticamente inesplorati dal cinema. Il successo planetario de La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit, su Netflix) dovrebbe far riflettere. Glory to the Queen è un documentario georgiano che porta acqua al mulino di chi, come la sottoscritta, ha un’ammirazione sviscerata per le sfide a colpi di cervelli eccellenti che si scatenano ai tavoli degli scacchi e del bridge. Certo gli scacchi colpiscono meglio l’immaginario, sulle scacchiere scorre più sangue virtuale che in una battaglia campale, i giocatori sono personaggi eccentrici e leggendari, alcuni incontri hanno tenuto banco per mesi (Fisher vs Spassky, Reykiavik 1972) diventando fenomeni mondiali con risvolti politici: la sfida tra i due campioni si trasformò in una guerra fredda parallela tra USA e URSS. E proprio nel periodo della guerra fredda in Georgia avvenne un miracolo sportivo. Nona Gaprindashvili nei primi anni Sessanta si rivelò la più grande giocatrice di scacchi del mondo, ottenendo per prima la qualifica di Grand Master nel rango maschile, impresa fino ad allora mai riuscita ad una donna e neppure facilmente ipotizzabile. Nona divenne un’icona dell’Unione Sovietica nonché l’iniziatrice di un movimento scacchistico georgiano che in pochi anni darà vita alla più forte squadra nazionale femminile della storia, quattro donne che domineranno per più di vent’anni, sia a livello individuale che di team, il mondo degli scacchi.

La sua storia e quella delle sue tre compagne è narrata con amore dalla regista georgiana Tatia Skhirtiladze che ha rintracciato le quattro protagoniste di questa lunga sequenza di vittorie: Nona, Nana, Maia e Nana. Quattro nomi di quattro lettere, semplici e cullanti, ripetuti e rinnovati in un numero imprecisato di bambine georgiane per volontà dei loro genitori, orgogliosi di queste glorie nazionali. Molte di queste bambine, ormai donne, sono state intervistate e corredano la vicenda con i loro visi sorridenti, ci raccontano cosa fanno nella vita e quasi tutte non hanno mai avvicinato il mondo degli scacchi. Ma portano con sé questa eredità, un po’ come i tanti bambini Paolo nati in Italia dopo i mondiali di calcio del 1982.  Le quattro campionesse sono ora quattro signore, perfettamente in forma, che hanno negli occhi la stessa luce violenta e tagliente che vediamo nei filmati d’epoca, inseriti con misura ed equilibrio, essenziali per comprendere la loro grandezza. Si vedono queste ragazzine, alcune neppure ventenni, vestite come liceali con gonna, camicetta e scarpe a mezzo tacco, giocare davanti a centinaia di spettatori restando concentrate, estranee a tutto quanto accade attorno a loro. Si vede la bellissima Nana Alexandra a Rio de Janeiro, dove vinse tredici partite consecutive, un filotto inimmaginabile per uno sport in cui molte partite si concludono con una patta. Si vede la giovanissima Maia Chiburdanidze a diciassette anni, un prodigio di precocità, paragonata a Mozart per la freschezza del suo gioco e la sua imprevedibilità. La vediamo ora, dedita alla raccolta di erbe e fiori che trasforma in oli essenziali con cui compone i suoi profumi. Parla con pacatezza e serenità, ma lo sguardo è sempre quello di chi, quando si siede al tavolo, non dà scampo. Lo sguardo di chi vince di default. Le vediamo discutere assieme del momento attuale in cui prevalgono le scacchiste cinesi a livello mondiale, un po’ rassegnate, un po’ incredule. Le vediamo in prima fila nella platea di un bel teatro lamentarsi delle poltrone, ma in fondo non ci devono giocare sopra. Le vediamo raccomandare l’esercizio fisico senza il quale non si può reggere un campionato in cui si gioca per cinque, sei ore al giorno tutti i giorni. Parlano di sé come atlete, a dispetto della vulgata sui grandi campioni del passato, quasi tutti debosciati e incuranti della propria salute. Sono antieroine in tutto e per tutto, gentili signore mannare che hanno demolito cervelli brillanti un po’ ovunque nel mondo, con garbo e determinazione e soprattutto genio. Le vediamo alla fine sulla banchina della stazione, tutte vestite di nero e di bianco, i colori del loro gioco, una vicina all’altra sorridenti e noncuranti, in posa per l’ultimo fotogramma. Sono sempre le stesse ragazzine degli anni Settanta perché chi sa giocare proprio non ce la fa ad invecchiare. E loro, le vere regine degli scacchi, o si sono mascherate benissimo, o non hanno niente in comune con Beth Harmon che forse, dietro i suoi abitini e le sue sbronze epocali, maschera un modello di ispirazione maschile.

di Daniela Goldoni