Vorrei iniziare questa recensione in un modo diverso dal solito. Più precisamente propongo al lettore un piccolo esercizio di visione. Questo è il trailer di Babardeală cu bucluc sau porno balamuc (in inglese Bad Luck Banging or Loony Porn, traducibile in italiano come Sbattendo la sfortuna o porno triste e già qui percepiamo una mancanza di senso logico), nuovo film del regista rumeno Radu Jude che ha appena ricevuto l’Orso d’Oro come Miglior Film alla 71° edizione della Berlinale. Non si tratta di un materiale promozionale qualsiasi, ma proprio di quello presente sulla pagina dedicata al film sul sito del festival, diventando così la prima impressione per lo spettatore. Personalmente ho scelto di vederlo proprio perché mi incuriosiva lo stile narrativo accennato in quei 57 secondi, accompagnati da una voce fuori campo che si interroga con fare epico sul futuro della sua eroina. Tra le brevi scene, vengono mostrati anche dei riscontri (fittizzi) da parte della critica che decretano Bad Luck Banging or Loony Porn Migliore del nuovo James Bond e il nuovo capolavoro di Radu Jude (è difficile dire se non in questo caso si tratta di autoironia o di eccessiva sicurezza). A vedere questo trailer mi aspettavo un film dissacrante, capace di scomporre i numerosi temi annunciati (agency sul proprio corpo, pornografia, pudore, ma anche un evidente riferimento alla pandemia, dato dal contesto produttivo del film) per analizzarli e problematizzarli in tutte le loro criticità.

Bad Luck Banging or Loony Porn non potrebbe essere più diverso da tutto ciò. Fin dai pomposi titoli di testa, si capisce che il suo unico obiettivo è quello di sconvolgere lo spettatore con scelte pretenziose dal gusto nonsense che finiscono per frustrare, piuttosto che accendere quel dialogo che Jude auspicava. Il film inizia con un breve filmato porno, nello specifico una ripresa amatoriale che rappresenta Emi (Katia Pascariu) e il suo giovane amante mentre esplorano diverse pratiche sessuali e cercano di tenere il marito di lei, Eugen, fuori dalla stanza. Quel video finisce in poco tempo su Pornhub e nonostante Emi avesse il volto celato da una maschera, viene presto riconosciuta da colleghi, conoscenti e soprattutto dagli alunni della sua scuola. I genitori di conseguenza, sconvolti da un simile atteggiamento, chiedono un’assemblea al fine di votare un suo possibile licenziamento.

Questa sarebbe in breve la trama di Bad Luck Banging or Loony Porn. Il condizionale purtroppo non è un errore o una scelta casuale, ma un semplice dato di fatto. Questa dovrebbe essere la trama del film, ma viene dimenticata in fretta da Jude per inseguire una critica sociale che non trova alcun fondamento. Essenzialmente il film è diviso in tre sezioni e ad avere un senso effettivo ai fini della trama è solo l’ultima, dove avviene l’effettivo confronto con i genitori. La prima è dedicata al percorso di Emi nel mezzo di una Bucarest ancora nel centro della pandemia. Le strade sono affollate da persone con le mascherine, le serrande della gran parte dei negozi sono ancora abbassate, si cerca di mantenere il minimo distanziamento sociale. Sono immagini che vediamo nella nostra quotidianità, eppure la cinepresa di Jude si sofferma più su un libro invenduto in vetrina che sulla sua protagonista. La pandemia però, al contrario di quanto fanno pensare le scelte registiche in questa prima parte, non diventa mai oggetto di vere e proprie conversazioni critiche, restando più che altro il contesto in cui si svolge l’odissea di Emi.

La seconda sezione, intitolata A Dictionary of Anecdotes, Signs and Wonders, cambia completamente il focus dell’attenzione, tramutando il film in un dizionario visivo di una serie inspiegabile e sconclusionata di termini: primo piano, pene, chiese, corpo militare. Ogni tanto vengono accennati dei commenti sulla situazione politica rumena per poi essere travolti dalle immagini successive. Non vi sono riferimenti ad Emi, se non la presenza dell’attrice in alcune vignette e vocaboli che potrebbero riguardare lo scandalo in cui si trova coinvolta. Il film si prende una pausa dalla sua storia, occupando più di trenta minuti su una durata tale di 106′, per inseguire un viaggio linguistico senza meta. Solo quando questo finisce, Jude si ricorda di avere una protagonista pronta al processo mediatico. Quest’ultima parte, ambientata nel cortile della scuola, è l’unico luogo dove si concentrano gli sforzi effettivi per dare una direzione alla storia. I genitori litigano citando poesie, accusando Emi di mali che è impossibile connettere alla sua condizione. Sembra una blanda occasione per portare sullo schermo frasi che sembrano uscite dalla sezione commenti di qualsiasi social network più che da una sceneggiatura e per riproporre a ripetizione il porno già mostrato in testa al film.