Fin dagli inizi del suo percorso nel cinema, Céline Sciamma ha sempre provato un fascino particolare verso quel periodo delicato della nostra vita, quando siamo già abbastanza grandi per capire cosa sono i sentimenti, ma non abbastanza da poter trovare un nome per loro. Lo ha mostrato nella sua trilogia dedicata al coming-of-age. Già con Naissance des pieuvres nel 2007 usava lo sguardo imbarazzato di Marie su Floriane per parlare di quanto sia difficile comprende la propria sessualità durante l’adolescenza. Quattro anni dopo lo seguì Tomboy, dove Laure di appena dieci anni esplora la sua identità di genere, facendosi chiamare per un’estate Mikäel. Nel 2014 arrivò a conclusione di questa trilogia Bande des filles, incentrato sull’esperienza di un gruppo di ragazze nere adolescenti in uno dei quartieri più difficili della periferia parigina. Sono tre storie diverse, esperienze singolari e magari confuse ad occhi estranei, ma vere e sentire grazie all’affetto dimostrato da Sciamma verso i suoi protagonisti. In questo percorso si posiziona anche un film d’animazione, a cui ha partecipato solo come sceneggiatrice. Si tratta di Ma vie de courgette (2016), che in a malapena settanta minuti esplora forse un argomento ancora più proibito di quelli toccati in precedenza nella sua carriera: il modo in cui i bambini affrontano la morte.

Sarà che a molti sembra un ossimoro porre davanti ai bambini l’esatto opposto della vita. Temono di intaccare la loro preziosa ingenuità, data da un’esistenza ancora completamente da percorrere, e proprio per salvaguardarli, il mondo degli adulti inventa storie. Quando qualcuno muore, allora si impiegano giri di parole: è salito in cielo, è partito, è andato in un posto migliore. Son delle parziali bugie, ma servono per rendere indorare la pillola. Non è difficile capire perché Céline Sciamma sia affascinata da un argomento simile, è forse uno degli esempi più cristallini di quelle difficoltà emotive giovanili che sembrano aver segnato gran parte della sua carriera. In Petit Maman, difatti, la regista e sceneggiatrice decide di avvicinarsi di nuovo a questa tematica ma con un approccio diverso e più maturo. Qualcuno ha detto che sembra essere madre delle sue storie nel senso più letterale del termine, accompagnandole lungo la strada narrativa con cura e amore, ma allo stesso riponendo fiducia in loro.

Nellie (Joséphine Sanz) ha otto anni e ha da poco conosciuto la morte. Sua nonna, da tempo ricoverata in una casa di riposo, è venuta a mancare, eppure più che rimpiangere la sua scomparsa, forse ancora per la difficoltà a comprenderla o per non essere un ulteriore peso sulle spalle della madre Marion (Nina Meurisse), si dispiace solo di non averle dato l’addio che si meritava l’ultima volta che l’ha vista. Dopo aver preso gli ultimi averi alla casa di riposo, le due salgono in macchina per dirigersi verso la casa dell’infanzia di Marion, un piccolo casale in mezzo ai boschi, al fine di svuotarla. È proprio in quel abitacolo che Sciamma ambienta una scena che fa capire subito al pubblico il percorso che vuole intraprendere Petit Maman. Mentre Marion sembra guardare la strada con occhi lucidi, Nellie prende una confezione di patatine al formaggio e chiede alla madre in permesso di aprirla per poi mangiarle a grandi mani sorridendo.

Céline Sciamma sul set del film.

Petit Maman non è un racconto tradizionale sul lutto. Non vediamo mai Nellie piangere o adottare tutta quella serie di atteggiamenti che potremmo aspettarci da qualcuno esposto in prima persona al lutto. Difatti il suo primo istinto, quando arriva nel casale, è quello di vedere una piccola capanna costruita nelle vicinanze da sua madre con un cumulo di rami quando aveva la sua età. Dopo una notte passata a guardare vecchi libri e quaderni di scuola, la mattina porta una notizia che turba Nellie: sua madre è partita all’improvviso, senza quasi spiegazioni, lasciando la piccola con suo padre (Stéphane Varupenne). Non lascia però che questo freni il suo istinto da esploratrice e quindi torna nei boschi, dove una bambina sconosciuta le chiede aiuto per portare un ramo. Quando questa le si presenta, dice di chiamarsi Marion (Gabrielle Sanz, gemella dell’interprete di Nellie), di essere prossima a un’operazione che le impedirà di avere problemi deambulatori come sua madre, che per muoversi usa un bastone.

Son tanti dettagli che indicano che quella bambina non è altri che la madre di Nellie ringiovanita (il titolo dopotutto si traduce letteralmente come Piccola mamma). È una scelta che potrebbe sembrare strana nell’universo narrativo di Sciamma, che spesso opta per rappresentare la realtà con un’attenzione peculiare ma quasi sempre aderente al reale. L’unico esempio di sovrannaturale che possiamo trovare nel suo passato è l’immagine spettrale di Héloïse che tormentava Marianne nei corridoi in Portrait de la jeune fille en feu. Come in quel caso, Petit Maman non desidera spiegare le dinamiche di quell’incontro, lasciando piuttosto che venga accettato dal pubblico con la stessa facilità di Nellie. Non è solo l’incontro tra due persone, ma anche quello tra due generazioni dove però viene a mancare la barriera dell’età, tra due modi di vivere il dolore, tra realtà e immaginazione e tra presente e futuro.

Attraverso questa sospensione di credulità, Sciamma percorre strade comuni nel coming-of-age con una consapevolezza e una maturità diverse. Il tepore autunnale, catturato dalla sempre delicata fotografia di Claire Mathon, è il degno scenario di una favola, ma non per questo la sceneggiatrice decide di semplicizzare il suo linguaggio. Sciamma riconosce la maturità di Nellie, nonostante la sua età, e lascia che sia lei a condurre il racconto mentre la sua cinepresa si limita a guardarla, mai intrusiva o disperatamente sentimentale. Petit Maman è un film che sa dell’espressione con cui inizia, Au revoir, credendo nell’addio come arrivederci, come inizio, come porta che si apre per lasciare libera l’esplorazione di nuovi percorsi umani.

di Giada Sartori